Migranti, le colpe dell’Europa nella crisi

Sara Bergamaschi, ex funzionaria delle Nazioni Unite, spiega le dinamiche esistenti dietro la crisi dei migranti: “economia, lobby e accordi con Governi corrotti”

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Questo articolo è apparso per la prima volta su Il Manifesto Sardo

Fame, guerra e violenza spingono ogni anno centinaia di migliaia d’esseri umani ad abbandonare le loro terre d’origine, gli affetti e le proprie abitazioni alla ricerca di una speranza, lontani dalla paura di poter perdere la vita da un momento all’altro. Uomini, donne e bambini cercano rifugio e protezione in quelle Nazioni occidentali che tanto fanno fatica ad organizzare una macchina dell’accoglienza capace di prestare attenzione alle voci di disperazione dei migranti provenienti dal Sudan o dall’Eritrea, dall’Etiopia o dalla Siria, dalla Nigeria o dalla Somalia. Secondo l’OIM nel 2017 sono più di 116 mila gli arrivi via mare nel Mediterraneo, di cui circa 97 mila sbarcati nella sola Italia. “Se io mi trovassi in una guerra, vorrei che i Governi fossero solidali con la mia condizione, non vorrei essere respinta”, afferma Sara Bergamaschi, per 4 anni funzionaria delle Nazioni Unite, e fino a marzo 2017 con l’UNHCR a Gaziantep, al confine con la Turchia. Bergamaschi, laureata alla Sciences Po di Parigi, ha lavorato in Iraq, Egitto, Giordania, Marocco e Stati Uniti, avendo vissuto veri e propri pezzi della storia recente, come le manifestazioni in Piazza Tahrir al Cairo e l’ondata migratoria di milioni di profughi siriani in molti centri urbani della Turchia e nei campi gestiti dal Governo turco. Sara Bergamaschi si dedica a tempo pieno alla ONG di cui fa parte da 6 anni, SAHR – Strategic Advocacy for Human Rights – che lavora per programmi di accesso alla giustizia per donne in Afghanistan, India e nel Medio Oriente.

Bergamaschi, secondo lei come è gestita la crisi dei migranti?

Lucro, utilitarismo, false promesse, corruzione e opportunismo, con diversi gradi, sono gli elementi che portano avanti la gestione della crisi dei migranti. Bisogna stare molto attenti a quanto si legge e si ascolta. Non bisogna smettere di interrogarsi sulla veridicità delle informazioni che si ricevono. I fondi per l’assistenza umanitaria della crisi migratoria arrivano dagli stessi Governi che le crisi le creano con le loro politiche non eque, legate agli affari e alle banche. Per capire si dovrebbero sempre seguire i soldi, non dati per scopi umanitari, ma per zittire l’opinione pubblica in modo che non venga alla luce il vero meccanismo in atto.

Cosa intende?

Pensiamo al ruolo delle grandi compagnie di petrolio e gas, delle industrie multinazionali e militari, dove l’Italia risulta essere l’ottavo Paese al mondo per la loro esportazione, ai sostegni economici per i Governi corrotti, allo sfruttamento delle regioni da cui provengono gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie. Combattiamo l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare verdura e frutta ad un euro al chilo nei supermercati, facciamo funzionare il commercio equo, non compriamo prodotti dalle aziende che tengono i lavoratori in condizioni disumane. Per combattere le disuguaglianze globali dobbiamo essere pronti a rinunciare alle nostre garanzie e a parte dei privilegi generati dell’essere casualmente nati in queste parte del mondo. Il concetto rivoluzionario che io mi ripeto ogni giorno è che finche la mia vita, sulla carta e di fatto, sarà considerata più importante di quella di milioni di altre persone, non riusciremo a risolvere i problemi che affliggono le popolazioni migranti.

Come nasce la crisi migratoria?

Le popolazioni si sono sempre mosse, ma ora non c’è più la disponibilità ad accettare la loro venuta. Stiamo perdendo socialità: non abbiamo più voglia di condividere. In parte la causa nasce nel capitalismo, che ci ha portato ad una forma estrema di egoismo. La condivisione, nel bene e nel male, degli aspetti della vita, ci può salvare, facendoci sentire esseri umani.

L’Italia è davvero sola nel gestire la crisi?

Sono sempre stata critica sulle politiche italiane sull’immigrazione, ma sono rimasta ancor più allibita rispetto alle posizioni dei Sindaci di Marsiglia e di Barcellona che, recentemente, hanno letteralmente rifiutato l’approdo delle navi con i migranti a bordo. Una vera e propria mancanza d’umanità: se i sardi, i siciliani, i napoletani avessero detto no, avremmo un milione di cadaveri in mare. Il senso umano dei cittadini delle isole, che non si sono mai fatti incantare dalle politiche di stampo razzista, è puro buon senso: senza di loro la crisi sarebbe peggiore. Serve empatia: in che situazione vorresti ritrovarti se scappassi dal tuo Paese per trovare rifugio e asilo politico in un altro?

Ha ancora senso parlare di rifugiati economici e politici?

No, non ha senso. Si categorizza perché si vuole accogliere il meno possibile, ed è un punto di partenza sbagliato: siamo un’Europa delle fortezze, non dell’apertura. Stiamo fomentando la guerra dei poveri: che differenza c’è tra chi rischia di morire di fame e stenti e chi, invece, rischia di morire sotto le bombe? Il peso delle parole – rifugiato, migrante economico – è un espediente: la volontà politica è di rimandarli indietro dall’inizio.

La retorica del migrante che ruba il lavoro come può essere spiegata?

Se la totalità della popolazione capisse le dinamiche di sfruttamento economico dei nostri Governi, sarebbe un problema per i leader politici e l’industria delle armi. La frustrazione giusta e legittima dei popoli verso la classe politica viene in qualche modo zittita attraverso il modo di vivere della nostra società. E “aiutiamoli a casa loro” è un facile slogan che fa presa sulla popolazione. La nostra colpa è la divisione: in molti si vantano di vivere nel regno dell’informazione mentre, in realtà, la situazione surreale che viviamo porta un cittadino ad avere meno accesso e tempo alla verità. Passa il messaggio che i migranti economici rubano il lavoro agli italiani, e dunque è legittima la rabbia nei loro confronti.

Quanto è importante l’aspetto umano nella gestione dei migranti?

Serve volontà nell’ascoltare i bisogni di chi si ha davanti, dare ai profughi interazione umana e amicizia, non solo aiuto paternalistico. Ci sono tante persone eccezionali che lavorano nel campo umanitario. Una di queste è Nawal Soufi, attivista italo-marocchina che ha passato gli ultimi 5 anni prendendo le coordinate geografiche dei profughi che stavano affondando in mare tramite i messaggi su WhatsApp. Con l’aiuto della guardia costiera, Nawal ha sempre attivato le operazioni di salvataggio. La sola forza di volontà di una persona può cambiare tante vite. Lei vive dello stesso soffio di vita del quale vivo io, ha il mio stesso sguardo verso la vita: ci indigniamo quando l’umanità viene sopraffatta e agiamo di conseguenza senza paure o remore. Ho cercato col mio network ad andarle incontro: mi sono affidata alle intenzioni di solidarietà di una persona che faceva ciò che avrei fatto io stessa.

Qual è la strada per una migliore accoglienza?

E’ necessaria una doppia presa di consapevolezza. Da parte dei cittadini, chiedersi se i Governi e l’informazione raccontano la verità: quali sono le intenzioni del politico che parla, del giornalista che scrive, da cosa essi sono motivati. I Governi, invece, dovrebbero accordarsi per una vera solidarietà, avere il coraggio politico di andare contro i poteri forti, le multinazionali, l’industria delle armi.

Migranti e Ong, la disinformazione di Vittorio Feltri

"In Africa non ci sono guerre, è la sinistra a salvare i migranti, dei profughi non interessa un cavolo a nessuno": parola del Direttore di Libero. Smontiamo pezzo per pezzo un articolo pieno zeppo di fake news

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Anno del Signore 2017, un caldissimo weekend di una estate rovente, sabato 5 agosto. Vittorio Feltri si alza di buon mattino e, dopo aver bevuto una tazza di caffè, fuma un po' la sua pipa pensando a come gettare altra benzina sul fuoco – disinformazione, notizie false, frasi pescate a caso e per sentito dire – attraverso il suo capolavoro giornalistico per eccellenza: Libero. Sì, mi riferisco proprio al quotidiano più amato da quella parte di italiani avvezzi all'odio verso i musulmani – bastardi islamici, ve lo ricordate? – o, in genere, misogini – patata bollente, titolo accattivante riservato al Sindaco di Roma, Virginia Raggi.

 

Sabato 5 agosto Vittorio Feltri osa, va oltre, e decide di raccontare tante false verità ai suoi lettori. Esagera talmente tanto che, in questa sede, è necessaria una vera e propria analisi del testo. Si intende, capiamo i problemi attuali del vecchio Direttore: a Milano, d'estate, l'afa è insopportabile e le sinapsi rallentano il ritmo, non permettendo al cervello di elaborare in maniera corretta una serie di informazioni, nonostante le conoscenze diffuse e il basso tasso d'analfabetismo esistente in Italia.

Gli africani non scappano da nessuna guerra

No, Vittorio Feltri, in Africa non sono in corso guerre e conflitti. Anche se, in effetti, non saprei come definirli onestamente: esecuzioni sommarie, terrorismo, Stati falliti in mano a fazioni di mercenari, così suona meglio? Boko Haram opera nella regione del Lago Chad: per essere gentile verso un uomo anziano quale lei è, mi permetto di ricordarle che dell'area sopracitata fanno parte Camerun, Niger, Nigeria e Ciad. Sono Stati africani, afflitti da una profonda crisi economica e sociale, dove circa 20 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Pensi, caro Feltri, che i rappresentanti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si sono pure recati in quella regione per vedere con i loro occhi la crisi in atto.

Nel 2016 – lo spiega l'UNHCR: è l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati anche se, probabilmente, i loro dati, non essendo prodotti da qualche società legata a gruppi neofascisti, potrebbero risultare non esatti secondo la capacità di comprendonio del suo pubblico di riferimento – il 15% dei migranti sbarcati sulle coste italiane proveniva dalla Nigeria, e poi ancora dall'Eritrea (rappresentante del 20% del totale degli arrivi del 2015), Paese guidato da un dittatore, e dalla Somalia (14% dei migranti arrivati nel 2015), Stato fallito dove le milizie di al-Shebaab sono responsabili dei massacri nella capitale. Nel 2017, al 30 giugno, sono arrivati in circa 4000 dal Sudan – ricorda il Darfur, Direttore Feltri? E la guerra civile in atto? E i cristiani uccisi? -, poco più di 1500 dalla Siria – immagino che su questo Paese qualche notizia le sia giunta in redazione – e altri 14000, sempre questa'anno, dalla Nigeria (ha sentito parlare dello sfruttamento per la prostituzione delle donne nigeriane, proprio nel nostro Belpaese?).

Il nostro governo di sinistra, non potendo scontentare i farabutti che si spacciano per anime candide, chiude entrambi gli occhi e asseconda le loro pretese di passare per samaritani pietosi. Il risultato è evidente

Eppure le polemiche sul Codice di Condotta per le Ong voluto dal Ministro dell'Interno Minniti sono feroci, tanto che Medici Senza Frontiere non ha firmato la misura voluta dal Governo Gentiloni. E che c'azzecca la sinistra? Neanche gli infiniti Governi della destra, a guida dell'ex-Cavaliere Silvio Berlusconi, sono riusciti a fermare l'arrivo dei migranti verso le coste italiane, in un frangente storico, tra l'altro, che vedeva ancora mantenuto lo status quo nei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo – Libia con Gheddafi, Siria con Assad, Egitto con Mubarak, Tunisia con Ben Ali. Nel 2008, così come riporta il Corriere della Sera, "dal 1˚ gennaio al 16 settembre sono sbarcati in tutta Italia 24.241 clandestini e (…) il loro numero è salito in appena un mese di 3.176 unità arrivando a 27.417 persone senza permesso. Tra loro ci sono 4.417 nigeriani, 4.320 somali, 2.918 eritrei, 2.514 tunisini".

Ma i vari Feltri in giro per il Paese – molti dei quali appartenenti ai Cinquestelle – dimenticano le tragedie avvenute nel Mediterraneo: tra il 2 e il 3 ottobre 2013 una barca con a bordo circa 500 migranti naufragò al largo di Lampedusa, causando la morte di 366 persone. Da lì, la necessità di un'operazione specifica e all'avanguardia, Mare Nostrum, che ha salvato circa 100 mila vite umane. Gli esseri umani, caro Vittorio Feltri, sono di destra o di sinistra? Continui pure con la sua pantomima sulla carta (straccia) e in televisione, il suo profondo valore umano è commisurato alle copie vendute da Libero ogni giorno in edicola.

Dei profughi non interessa un cavolo a nessuno se non quale occasione ghiotta onde accumulare quattrini con irrisoria facilità

Il suo egoismo, Direttore Feltri, è tanto forte da non riuscire a guardare in faccia la realtà: l'Italia è un Paese generoso e accogliente. Potrei, banalmente, citarle personaggi del calibro di Giusi Nicolini, già Sindaco di Lampedusa e vincitrice del Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell'Unesco, o Pietro Bartolo, medico in prima fila durante i soccorsi ai migranti nella strage di Lampedusa, che ha partecipato al documentario di Franco Rosi Fuocoammare, vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino. Persone che hanno dato lustro al nostro Paese grazie alla loro umanità e che, insieme ai volontari che giornalmente, gratuitamente, aiutano a migliorare la macchina dell'accoglienza, rendono la nostra società un posto migliore.

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Vede, caro Direttore, i giornalisti, specie i più navigati, dovrebbero guidare l'opinione pubblica verso una maggiore comprensione dei fatti, non per le vie dell'incomprensione e della facile demagogia. Personalmente, ho speranza che anche lei e i suoi lettori possiate sforzarvi a capire che il mondo è un posto complesso, dove le semplificazioni lasciano il tempo che trovano. Perché, alla fine dei conti, siamo tutti esseri umani, lei compreso.

Libia, migranti: l’accordo con l’Italia mette a rischio i diritti umani

Secondo Human Rights Watch l’Italia non rispettarebbe le leggi internazionali sul diritto d’asilo 

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La recente approvazione da parte del Parlamento italiano della missione di supporto alla Guardia Costiera libica ha diversi punti oscuri. La denuncia arriva direttamente da Human Rights Watch.

Nello specifico, la ONG sottolinea come il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, non abbia chiarito dove verranno ricollocati i migranti presenti sulle imbarcazioni degli scafisti laddove la Marina Militareitaliana sarà coinvolta nel loro recupero.

Questo, secondo HRW, può portare l’Italia alla violazione delle leggi internazionali sui diritti umani, che prevedono la salvaguardia per i migranti dal rimpatrio in uno Stato dove potrebbero subire violenze.
Proprio l’Italia, ricorda HRW, nel 2012 si è vista cassare da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la politica sui migranti del 2009: l’organo di giustizia vietò il trasferimento in Libia dei migranti intercettati sulle imbarcazioni dirette verso l’Europa.

Anche se le autorità italiane non riporteranno i migranti intercettati in Libia, ma semplicemente daranno appoggio logistico e d’intelligence alla Guardia Costiera libica per il loro rientro nel Paese nord africano, l’Italia sarà corresponsabile della violazione della legge internazionale, e potrebbe per giunta essere sanzionata per la violazione della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, che tutela i soggetti richiedenti asilo.

Migranti, perché l’Europa ne ha bisogno

Nascite in picchiata nel Vecchio Continente che, senza nuovi cittadini, rischia di scomparire

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Nel 1950 quattro delle prime dieci Nazioni più popolose al mondo erano europee. A quasi 70 anni di distanza, il Paese del Vecchio Continente con più abitanti è la Germania, che si colloca al 16° posto nella classifica mondiale.

Nel 2016, afferma Eurostat, la popolazione dei Paesi dell’Unione Europea è cresciuta solo ed esclusivamente grazie alle popolazioni migranti, potenzialmente – se accolti e non respinti – nuovi cittadini europei. La Germania ha tenuto solo grazie ed esclusivamente ai richiedenti asilo provenienti dalla Siria. Irlanda, Francia, Norvegia e Gran Bretagna sono le uniche Nazioni a crescere autonomamente.

Il destino degli italiani? La nostra scomparsa in quanto popolazione. Il calo delle nascite repentino e inarrestabile, causato dai fattori che tutti conosciamo – instabilità economica, pochi incentivi a far figli, cambiamenti negli usi e costumi – ci porta ad essere nella condizione di aver bisogno di nuovi abitanti. 

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La questione migratoria, se fosse affrontata tecnicamente e non politicizzata, sarebbe riconosciuta come manna dal cielo per l’Italia che, senza l’inserimento nella società di nuovi cittadini, crollerà nella popolazione tra il 16 e il 18%. L’introduzione della legge sullo ius soli può, in tal senso, essere d’aiuto perché garantisce protezione a quei cittadini di serie B (sic!), italiani a tutti gli effetti ma privi di cittadinanza.

Non avendo una classe politica in grado di pensare al breve e lungo termine, la consapevolezza del futuro prossimo ricade necessariamente sui cittadini. Motivo per cui, è bene capirlo, è necessario ragionare sul modello più adatto per la nostra società.

Se seguissimo semplicemente i dettami della CostituzioneStato laico, diritto al lavoro, uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini – non dovremmo sforzarci tanto: per vivere la vita nell’Italia che verrà abbiamo già tutti gli strumenti a disposizione.

Per approfondimenti: https://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2017/07/daily-chart-6

Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.

Ramadan Mubarak, La Rabbia e l’Orgoglio

A 16 anni dall’uscita del libro di Oriana Fallaci il rapporto tra occidente e Islam è ancora sotto i riflettori. Ma l’eredità del testo non è significativa

di Matteo Meloni

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Oggi inizia il mese sacro del Ramadan – chiamato Ramazan in Turchia – e milioni di fedeli musulmani pregheranno, digiuneranno e studieranno i precetti del Corano.

Auguro a tutti i miei amici praticanti serenità e felicità per i prossimi giorni!

Il mio viscerale interesse per l’Islam – in tutte le sue forme -, il mondo arabo e non, e la cultura sociale e politica musulmana mi ha portato, negli ultimi anni, a conoscere ed imparare, superare preconcetti, cogliere e capire il perché e il come di tanti avvenimenti. Il ringraziamento principale va ai miei docenti universitari, che sono stati capaci di aprirmi gli occhi attraverso dati storici e fattuali sulla realtà che viviamo.

Ad un certo punto dei miei studi ho pensato di essermi spinto fin troppo oltre la normale comprensione dei fatti, e mi son chiesto se avessi perduto una certa obiettività nell’analizzare la drammatica cronaca giornaliera.

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A distanza di 16 anni ho così deciso di rileggere “La Rabbia e l’Orgoglio” di Oriana Fallaci. Quando venne distribuito, nel lontano 2001, avevo poco più di 15 anni e la comprensione di quelle parole, scritte di getto dalla giornalista toscana, erano difficili da assimilare fino in fondo, sia perché l’immagine del male così generalizzata che rispondeva ai “mussulmani” – come la Fallaci li chiama – non mi suonava fino in fondo, sia perché percepivo la tensione che le sue parole causavano.

La Fallaci ha scritto importanti pagine del giornalismo italiano e internazionale, con sensazionali interviste a personaggi storici quali Yasser Arafat e Ruhollah Khomeini, ed è stata inviata di guerra nelle aree calde del mondo, nonché combattente contro i fascisti nel corso della Resistenza.

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La sua scrittura è eccezionale, una penna fine e ricercata. Ma oggi, il suo articolo – poi divenuto libro – troverebbe difficilmente spazio in un giornale come Il Corriere della Sera o la Repubblica, e forse finirebbe come editoriale su Libero o, se fosse ancora in distribuzione, su La Padania.

Perché nel rileggere quelle parole nel 2017 fa male, malissimo accettare un pensiero tanto rabbioso quanto univoco dell’intera Umma: che il fedele fosse del Marocco o dell’Indonesia, un musulmano francese o del Sudan, un talebano o un giordano, un cittadino dell’Arabia Saudita o della Turchia, per la Fallaci l’Islam è violenza pura. Mi ero dimenticato del suo fastidio verso “Le mille e una notte”, persino verso gli studi islamici della matematica: tutto ciò che è stato prodotto della cultura musulmana è relegato, ne “La Rabbia e l’Orgoglio” a pura spazzatura.

Oriana Fallaci racconta, nella lunga prefazione, che un professore della Boston University le chiese come dovesse definire il suo libro. Lei in un primo momento non rispose e, dopo averci pensato, lo richiamò e gli disse: <<Lo definisca una predica>>.

Con le prediche ho sempre avuto un brutto rapporto, anche se ho sempre cercato di carpirne, per lo meno, i passaggi positivi. Ma nel libro della Fallaci anche i passaggi positivi divengono negativi.

Come quando dopo l’11 settembre del 2001 la Fallaci ebbe un dialogo con un bambino di 8 anni, Bobby.

20-haunting-photos-from-the-september-11-attacks-that-americans-will-always-remember.jpg<<La mia mamma diceva sempre: “Bobby, se ti perdi quando torni a casa non avere paura. Guarda le Torri e rammenta che noi viviamo a dieci blocchi lungo lo Hudson River”. Bè, ora le Torri non ci sono più. Gente cattiva le ha spazzate via con chi ci stava dentro. Così per una settimana mi son chiesto: Bobby, a questo mondo c’è anche gente buona. Se ti perdi ora, qualche persona buona ti aiuterà al posto delle Torri. L’importante è non avere paura>>.

Si potrebbe pensare che l’aneddoto potesse servire alla Fallaci per cogliere un briciolo di umanità ma no, niente di tutto ciò: la giornalista si lancia in una eccezionale retorica sul Sindaco di New York Giuliani, che noi “italiani senza palle” – dice la Fallaci – dovremmo adorare perché dà lustro al nostro Paese.

Ma forse “La Rabbia e l’Orgoglio” Oriana Fallaci l’ha scritto come monito per chi, come lei, ha profondamente odiato una cultura per il solo fatto di essere diversa dal capitalismo democratico occidentale: odiate, perché noi siamo migliori di loro.

<<Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta>>.

La conclusione del libro mi ha rincuorato. Perché, alla fine delle 163 pagine, ho potuto alzare gli occhi e pensare: il mondo va avanti, e lo spazio per l’odio e la violenza è, veramente, all’antitesi di qualunque religione.

Gianfranco Zola: la reputazione fatta a uomo

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

È finalmente online la mia intervista a Gianfranco Zola 🎥

Nato e cresciuto ad Oliena, dove ha iniziato a dare i primi calci al pallone indossando la maglia della Corrasi, Zola ha prestato la sua immagine alla copertina dell’Elenco Sì di Nuoro e Ogliastra, edito da Pagine Sì Spa.

Nel corso dell’intervista, Zola racconta il legame con la sua prima squadra di calcio e con la Sardegna, la crescita professionale con l’SSC Napoli ai tempi di Diego Maradona, la sua storia d’amore col Chelsea Football Club, e riserva parole di profonda stima per il Presidente del Cagliari Calcio Tommaso Giulini.

Zola ha un forte rapporto col suo territorio d’origine. Per questo motivo, ha voluto legare il suo nome all’Elenco Sì, all’interno del quale è presente una biografia del calciatore, una pagina dedicata alla scuola calcio che prende il nome di Ignazio Zola, suo padre, e tanti utili consigli ed informazioni culturali, turistiche ed enogastronomiche sul territorio di Oliena e delle province di Nuoro e Ogliastra.

Buona visione!

Guterres, climate change is real; Italy lends support to Africa, SIDS in reaching SDGs

by Matteo Meloni

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NEW YORK, MARCH 24 – Climate change and the Sustainable Development Goals were the main themes on the agenda of the High Level event convened by the UN General Assembly. The adoption of the 17 SDGs in 2015, and the Paris agreement signed in 2016 are two important milestones in the framework of international relations, and UN member states are now discussing a further implementation of the actions to follow.

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In his remarks, the Secretary-General Antonio Guterres affirmed that “We are dealing with scientific facts, not politics. And the facts are clear. Climate change is a direct threat in itself, and a multiplier of many other threats. We face serious risks across the whole of the 2030 Agenda. Food security is under threat around the world due to more droughts.  With food insecurity, we must add economic insecurity as scarcities of staple crops cause price surges”.

Guterres underlined that the countries that supported the Paris Agreement are the same that adopted the Sustainable Development Goals, and the reason for this consensus, for the Secretary-General, is clear: “All nations recognize that implementing the 2030 Agenda goes hand-in-glove with limiting global temperature rise and increasing climate resilience. Every month, ever more countries are transforming their pledges into national climate action plans”.

Giovanni Brunelli of Italian Ministry of Environment, Land and Sea outlined Rome’s commitment on the issues, and explained that Italy, as a priority, is engaging through bilateral and multilateral cooperation with several partners such as African countries and Small Island countries to promote mitigation and adaptation oriented on the ground projects. “The transition towards a new agenda for global action, environmentally and socially sustainable, therefore must be seen as the best answer to make our economies and lifestyles more equitable and sustainable and more effective in reducing poverty”, said Brunelli.

Italy adopted last year a decree that foresees the elaboration of an annex to the Economic and financial document which includes the trend of indicators on equitable and sustainable wellbeing on the basis of the economic measures envisaged, and submitted last October its candidature to present Voluntary national reviews of the implementation of the 2030 Agenda and has started to develop a national strategy for sustainable development to achieve greater coherence and synergies in all sectors involved.

Climate change is on the agenda of the next G7 summit of Taormina (26-27 of May 2017): various aspect of the Paris agreement’s implementation will be discussed, such as necessary reforms, support, and G7 countries’ full engagement for long-term low greenhouse gas strategies. Climate change and SDGs will be high agenda of the Bologna G7 environment ministers’ meeting as well in June.

“Trying to understand what environmental pollution and climate change effects may mean for the future of our economies is daunting. It is not simply the case of coming up with a point estimate of what it might cost to world economy – affirmed Brunelli – but a nuanced understanding of how it impacts sectoral and regional economic activity, how it propagates through our economic system, and what the downside risks are to migrations, health and social wellbeing. If we do not start taking additional action now – continued the Italian officer – we will witness a growing number of people hit by hunger, poverty, illness and conflicts, as proved by the refugee crisis in Europe, that has sharpened the world’s focus on these concepts”.

Peter Thomson, President of the 71st Session of the General Assembly, said that he believes that the new strategic partnership that are being forged to drive the SDGs implementation must be leveraged to promote climate action. “The scaled-up resource mobilization efforts which are drawing public, private, blended and alternative sources towards SDG implementation can also simultaneously pursue regulatory reforms that help economies transition to inclusive, low-carbon models. And the innovative and disruptive technology that is already driving the transition towards cleaner, renewable energy sources – continued Thomson -must also be harnessed to drive action on SDG implementation”.

For the President of the General Assembly “the United Nations has a critical role to play, and under the leadership of Secretary-General Guterres, the organization is already reviewing its structures to ensure that it is able to respond coherently, efficiently and effectively to the emerging challenges of our time, including to support SDG implementation”. (@OnuItalia)

This article first appeared in Onuitalia, independent news site on Italy’s contribution to the life and ideals of the United Nations

UNHCR’s Grandi meets the 15 members of the SC at the Italian mission

by Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

NEW YORK, MARCH 7 – The Permanent Mission of Italy to the United Nations hosted an informal meeting of the High Commissioner for Refugees, Filippo Grandi, with the 15 members of the Security Council. The Italian-born UN refugee chief recapped about his latest missions in Syria and Lebanon in early February, and focused on his priorities for 2017. “This is an opportunity to say how much I appreciate your commitment in peace and security”, said the High Commissioner, appointed in November 2015 by former Secretary-General Ban Ki-moon.

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Filippo Grandi leads the UN Refugees Agency in a context of unprecedented humanitarian crises involving 65 million displaced persons and 21 million refugees worldwide. Among Grandi’s top concerns are the progress of the Global Compact on Refugees, and possible synergies between the work of the UNHCR and the Security Council.

Ambassador Sebastiano Cardi chaired the meeting, recalling that for 2016-2017, the strategic priorities of UNHCR include the protection of women and children, the eradication of statelessness, and the integration of refugees and host communities in a long-term perspective. Cardi emphasized the theme of minors, who represent almost half of all refugees in the world. Most of them are unaccompanied, and they are particularly vulnerable to every form of abuse and exploitation. “The UN Refugees Agency focus on children well-pointed as they are vulnerable to abuse”, said Cardi. (@melonimatteo)

This article first appeared in Onuitalia, independent news site on Italy’s contribution to the life and ideals of the United Nations

Cinque italiane nella Top 100 della reputazione mondiale. Ferrero prima nel food

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

ferrero-1ROMA, 1 MARZO – Si rafforza la presenza delle aziende italiane tra quelle più apprezzate e riconosciute a livello mondiale. Secondo la Global Reptrak 100, la classifica del Reputation Institute che misura la reputazione delle aziende tra i consumatori, Ferrero, Barilla, Giorgio Armani e Pirelli sono tra le prime 50: un dato importante che dimostra, ancora una volta, lo spiccato interesse del pubblico verso il Made in Italy.

Ferrero, la multinazionale dei prodotti dolciari, registra due record: è la prima azienda alimentare della classifica, e guida l’Italia tra le società presenti nel ranking delle 100 realtà con maggiore reputazione nel mondo. “Siamo orgogliosi della fiducia che i

consumatori di tutto il mondo ci hanno confermato anche quest’anno posizionandoci in termini di reputazione al primo posto assoluto nel mondo come azienda alimentare oltre che come azienda italiana. È la conferma che ‘la qualità prima di tutto’ è la vera chiave del successo”, ha affermato Giovanni Ferrero, Amministratore Delegato della società piemontese.

Barilla, produttrice di pasta, sughi e prodotti da forno, raggiunge la 23° posizione. Il gruppo Giorgio Armani si piazza al 28° posto, migliorando di 4 posizioni rispetto allo scorso anno e primeggiando tra le aziende italiane dello style. Pirelli passa dal 40°al 32° posto, ed entra nella classifica la FCA, piazzandosi al 98° posto: realtà di innovazione e automotive, che raccontano tanto di un panorama economico come quello italiano, fatto non di soli food e moda.

La classifica 2017, guidata dalla Rolex, vede tra le prime 10 aziende con la maggiore reputazione LEGO Group, Walt Disney e Canon. Google, al quinto posto, perde due posizioni rispetto al 2016. Bosch e Sony, rispettivamente al 6° e 7° posto precedono Intel, che rientra nella top ten dopo un anno. La casa automobilistica Rolls-Royce si colloca al 9° posto e chiude i primi 10 la Adidas.

“Le prime dieci aziende del ranking mondiale 2017 provengono da diversi settori e investono continuamente per rafforzare e proteggere la loro reputazione. Questo – spiega Michele Tesoro-Tess, Executive Partner di Reputation Institute – testimonia quanto la reputazione sia diventato un asset fondamentale nelle strategie di business, indipendentemente dal settore in cui operano: l’impatto concreto della reputazione sulle performance economico-finanziarie è finalmente riconosciuto”.

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