Turchia: intervista a Rakel Dink, moglie del giornalista armeno Hrant Dink assassinato nel gennaio del 2007

“Nessuno potrà restituire mio marito ai nostri figli, ma la Turchia può ancora vincere la sua battaglia”

Hrant_Dink

Hrant Dink, il giornalista turco d’origine armena ucciso nel gennaio 2007

di Matteo Meloni, da Il Portico del 23 gennaio 2011

Twitter: @melonimatteo

Rakel Dink, moglie del giornalista assassinato nel gennaio del 2007, prosegue la lotta ideale del marito portando a conoscenza dell’opinione pubblica mondiale la causa della popolazione armena attraverso la International Hrant Dink Foundation.

Lei e suo marito avete avuto un’infanzia non facile a causa dei fatti che hanno colpito la popolazione armena.

Posso dire che la vita mia e di mio marito è la storia di 100 anni di Turchia. Sono nata nella parte orientale dell’Anatolia e dopo gli eventi vissuti dalla popolazione armena, nel mio territorio d’origine non erano rimaste né scuole né infrastrutture, dovendo così andare a vivere ad Istanbul. Mio marito, rimasto orfano, è cresciuto in un orfanotrofio dove ha potuto studiare anzitutto la lingua turca. E’ grazie alla Chiesa armena se io e mio marito abbiamo imparato la nostra lingua d’origine: ormai era in disuso il suo utilizzo, quasi come se fosse stata messa al bando o come se si avesse paura nel parlarla. L’essere cresciuto senza genitori ha influenzato inesorabilmente l’animo di Hrant, permettendogli di acquisire un senso della fratellanza non comune a tutti. Ci siamo sposati nel 1977 e abbiamo avuto tre figli; per lungo periodo l’armeno, inteso come persona discendente di tale comunità, è stato sbeffeggiato e ridicolizzato finché nel 1996 iniziarono a nascere i primi movimenti politici che dettero voce alla nostra comunità. Nonostante alcune rassicurazioni governative la nostra vita risulta essere ancora difficile e di fatto la vicenda del 1915 non è finita. Non si vive di sole parole ma anche di fatti che, purtroppo, non giungono dalle istituzioni: la comunità armena continua a vivere una fase di incertezza e la Chiesa armena è continuamente sbeffeggiata dalle autorità.

La svolta arriva con la nascita del settimanale Agos.

Tutte le problematiche vissute dalla popolazione armena hanno spinto Hrant alla fondazione del settimanale, pubblicato in lingua turca ed armena con il preciso scopo di promuovere i disagi della nostra etnia, cercando di rapportarci senza paura e con spirito costruttivo con la popolazione turca ed in particolare verso le autorità. Gli argomenti del giornale non avevano l’obiettivo di discutere del genocidio perpetrato verso il popolo armeno cercando colpevoli da incriminare ma il solo scopo di alimentare un dibattito democratico capace di incanalare le diverse tesi verso una discussione che potesse semmai contribuire alla pacificazione dei movimenti sociali. Nel 2004 Hrant ha avuto tra le mani un documento ufficiale clamorosamente importante, perché avrebbe potuto cambiare la visione della storia recente del nostro Paese. Il documento dimostrava che Mustafa Kemal ha adottato una bambina armena: nell’idea di mio marito questo era un fatto apprezzabile che aveva il solo significato di dimostrare che una convivenza pacifica poteva realizzarsi, senza doverci differenziare in base all’etnia originaria. Hrant fu minacciato dal Capo di Stato Maggiore dell’esercito, sentendosi accusato di essere un destabilizzatore e fu letteralmente lasciato solo, senza possibilità di protezione. Il suo assassinio è causato anche dall’abbandono delle istituzioni che, invece di proteggerlo, hanno preso le distanze in ogni modo dalla questione.

Avete mai pensato di andare via dalla Turchia quando suo marito era ancora vivo? Perché oggi continua a viverci?

Si, ci abbiamo pensato tante volte giungendo sistematicamente alla conclusione che se avessero voluto farci del male lo avrebbero potuto fare dappertutto. La tragica morte di mio marito non fa altro che radicarci ancora di più nel nostro Paese. I miei figli credono che essendo in Turchia il luogo nel quale riposa loro padre è giusto rimanerci, perché lasciare il Paese significherebbe lasciare Hrant una seconda volta. Nessuno potrà mai restituire Hrant ai figli e nessuno mi ridarà mio marito: forse noi abbiamo perso. Ma la Turchia può ancora vincere questa battaglia. Tutte le istituzioni, dal governo all’esercito e i tribunali fanno di tutto perché la verità sull’assassinio di Hrant venga nascosta. Resto convinta che la morte di mio marito fonda le sue basi nel genocidio del 1915.

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