Arte, ricchezza che l’Italia non porta a reddito. Eppure primeggiamo nei siti firmati Unesco

Simona Campus, con il pittore Antonio Atza scomparso a Bosa nel 2009, in una immagine che rappresenta per lei un carissimo ricordo. Sul fondo un'opera del maestro, massimo protagonista del surrealismo in Sardegna. Foto Giuseppe Ungari

Simona Campus, con il pittore Antonio Atza scomparso a Bosa nel 2009. Sul fondo un’opera del maestro, massimo protagonista del surrealismo in Sardegna.
Foto Giuseppe Ungari

La parola a Simona Campus, curatrice museale e di opere d’arte contemporanea

di Matteo Meloni, da Sardi News di Luglio 2014

Twitter: @melonimatteo

Sono rimaste impresse nella memoria degli italiani le parole dell’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti quando, varando la finanziaria del 2010, disse che “di cultura non si mangia”. Eppure, proprio in quell’anno, lo studio denominato Florens 2010 elaborato dalla The European House-Ambrosetti sanciva scientificamente l’esatto contrario rispetto alle parole dell’inventore della finanza creativa. Secondo il documento Florens, infatti, 100 euro di incremento di Pil nel settore culturale generano un aumento di 249 euro di Pil nel sistema economico, di cui 62 euro nella sola industria manifatturiera. E ancora: recentemente l’Ufficio Studi della Camera di Commercio Monza-Brianza, cercando un valore per i beni culturali del Belpaese, ha dichiarato che il Colosseo vale 91 miliardi, i Musei Vaticani 90, il Duomo di Milano 82, la Fontana di Trevi 78, Pompei 20, gli Uffizi “solo” 12 miliardi. In questo quadro, l’Italia, primo Paese al mondo nella classifica, ha 49 siti inseriti nella World Heritage List dell’Unesco, di cui uno in Sardegna, il complesso “Su Nuraxi” di Barumini. Seguono la Cina con 45 siti, la Spagna con 44, e la Francia con 38.

La sensazione, però, è che il sistema culturale in genere, e museale in particolare, funzioni meglio negli altri Paesi, nonostante il grande patrimonio artistico italiano. “Il mondo della cultura viene sempre messo in crisi dai tagli effettuati ad ogni livello, nazionale, regionale, locale”, afferma Simona Campus, curatrice museale e di mostre d’arte contemporanea, impegnata nell’ambito della ricerca presso l’Università di Cagliari. “Ma bisogna stare attenti nel fare dei paragoni errati con modelli diversi da quello italiano. Francia, Inghilterra, Germania e Stati Uniti hanno il loro modo di gestire il patrimonio culturale e il sistema museale, non esportabile in toto nel nostro Paese. Sarebbe piuttosto necessario ispirarsi al meglio di ogni contesto. La gestione à la francese – dice Campus – dove lo Stato risulta essere molto presente, riesce a conciliare egregiamente la storia e la contemporaneità, e credo che tale concezione potrebbe costituire un riferimento anche per l’Italia. Gli inglesi sono degli straordinari comunicatori, e il rispetto per la professionalità, insieme a quello per l’essere umano, stanno al centro: l’ho potuto sperimentare su me stessa svolgendo un periodo di studio e ricerca all’Università di Cambridge. La Germania – continua la curatrice – sa innovare: Berlino è tra le capitali più giovani che spinge verso le nuove realtà artistiche”. Il modello museale statunitense, invece, nasce da un’altra storia: “Salvatore Settis, grande intellettuale, è stato direttore del Getty Research Institute di Los Angeles. Egli – ricorda Campus – sostiene che non si possa importare quel modello in Italia in maniera acritica. Spezzo una lancia a favore dello Stato: abbiamo idea cosa significhi gestire tutto il patrimonio culturale e artistico italiano? È certamente aberrante e totalmente intollerabile vedere Pompei cadere a pezzi, ma al contempo è giusto ricordare che i musei d’arte sono diffusi capillarmente in tutto il Paese. Bisogna ragionare – continua Campus – su nuovi indirizzi e nuove sinergie. E non bisogna creare compartimenti stagni, ma realizzare un discorso che va dall’antichità alla contemporaneità, facendo funzionare ciò che abbiamo in base alla nostra realtà”. La Campus ha lavorato per il MAXXI di Roma, quando si andavano costituendo le collezioni del primo museo statale d’arte contemporanea, per poi tornare a Cagliari nel 2009. “La situazione artistico-museale sarda è molto più vivace di quel che si potrebbe credere: esistono molte realtà, e professionalità, di spessore – spiega Campus – diversificate tra gallerie ed associazioni, ciascuna con la propria identità e capacità d’intervento sul territorio. Serve, però, un coordinamento: bisogna creare una rete interconnessa, con punti di riferimento. Per quanto riguarda l’aspetto umano, rispetto al passato vedo crescere nuove leve di operatori molto preparati, dove i giovani non fanno fatica a spostarsi, imparando e apprendendo nuove tecniche. C’è un interesse incredibile verso l’arte, gli studenti sono voraci, vogliono conoscere: ecco perché – continua Campus –  servono sempre più investimenti nella formazione. D’altro canto, se pensiamo al progetto regionale Master and Back, vien data la possibilità di formarsi all’estero, ma non quella di vedersi riconosciuta la professionalità al termine del percorso. Quello che manca è la capacità di investire costantemente nel settore culturale”. Qual è la ricetta per sanare le lacune del mondo dell’arte? “Bisogna coltivare le nostre professionalità partendo dai giovani e dagli studenti. Non dovremmo avere nulla da invidiare rispetto all’estero – sostiene Campus – invece soffriamo giorno dopo giorno: chi lavora nella cultura fa un lavoro prezioso perché contribuisce alla crescita”. E aggiunge: “Ricuso l’idea di arte per addetti ai lavori: è un concetto che non mi appartiene. Se da un lato l’artista deve avere preservato il diritto assoluto alla libertà espressiva il compito di chi svolge il mio lavoro è quello di far raccontare alle opere le storie e la storia dell’arte. Serve un’apertura verso tutti – conclude Campus – cittadini, nuovi cittadini, immigrati. Bisogna garantire l’accesso universale alla cultura: su questo si misura il nostro grado di civiltà”.

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Un Commento

  1. Manuela

    Purtroppo anche nelle istituzioni statali e regionali non sono molti i funzionari che la pensano come SImona Campus, che è lucidissima nella sua analisi e possiede grandi capacità operative. Le cause dell’insoddisfazione che tutti abbiamo in Italia verso il funzionamento del mondo dell’arte, comunque, sono riconducibili a una sola: sono in pochi a capirne il valore e di conseguenza nessuno ci investe. Insomma, tagli tagli tagli.

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