The end: la fine delle operazioni militari NATO in Afghanistan

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Nuove leve. Il Presidente dell’Afganistan Ashraf Ghani stringe la mano al Segretario Generale della NATO, Jens Stoltenberg. Foto: http://www.nato.int

“The security of Afghanistan will be fully in the hands of the country’s 350,000 Afghan soldiers and police. But NATO Allies, together with many partner nations, will remain to train, advise and assist them”. Il comunicato della NATO non lascia spazio ad ulteriori dubbi, confermando la fine delle operazioni – quello in Afghanistan è il più lungo intervento nella storia dell’organizzazione nord atlantica – nel Paese centroasiatico, senza però abbandonare del tutto il terreno: un messaggio alla Russia, al Pakistan, e alle varie componenti etniche e tribali afghane. Il nuovo Presidente eletto Ashraf Ghani ha da gestire un mandato elettorale delicato, appoggiato dal rivale Abdullah Abdullah, incaricato Primo Ministro: una Grösse Koalition a tutti gli effetti.

La fine delle operazioni militari NATO in Afghanistan è l’ennesimo momento cruciale di un Paese che sembra non aver mai trovato pace, soprattutto a causa delle forze esterne, sempre interessate ad ascrivere Kabul in una determinata zona d’influenza. La debolezza strutturale del governo afghano è storicamente il Tallone d’Achille che non permette la realizzazione della propria autodeterminazione.

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L’ex Presidente afghano Hamid Karzai. Foto: http://www.topnews.in

I talebani, indeboliti dagli ultimi tredici anni di guerra, continueranno ad essere una spina nel fianco della fragile istituzione afghana: tutto dipenderà da come Washington si muoverà nei prossimi mesi. D’altronde, proprio gli Stati Uniti possono definirsi padri putativi dei talebani: nel 1998 l’amministrazione Clinton, appoggiando la compagnia petrolifera statunitense Unocal nella costruzione di un oleodotto e un gasdotto dal Turkmenistan al Pakistan, passando per la parte di Afghanistan controllata dai talebani, aiutò il gruppo donandogli visibilità politica, con inviti per le delegazioni talebane negli Stati Uniti, ed aiuti umanitari da parte della Unocal. Lo stesso ex Presidente Hamid Karzai, in una conversazione con il giornalista e studioso Ahmded Rashid, ammise d’aver appoggiato, economicamente e militarmente, i taliban: “Dopo che i talebani ebbero preso Kandahar feci una donazione di cinquantamila dollari per aiutarli, e poi gli misi a disposizione un deposito di armi che avevo nascosto dalle parti di Kandahar. Mi incontrai diverse volte con il mullah Omar – continua Karzai nella conversazione con Rashid – e lui propose di nominarmi loro inviato all’Onu. Inizialmente erano brave persone, ma la tragedia fu che ben presto intervenne l’Isi (i Servizi Segreti del Pakistan, n.d.a.) e li trasformò in loro dipendenti. (…) Il Pakistan – afferma Karzai – stava organizzando il corpo diplomatico talebano. Più tardi i talebani sarebbero finiti sotto l’influenza di al Qaeda. Fu allora che cominciai ad organizzarmi contro di loro. Nel 1998 – conclude Karzai – avvertii gli americani e i britannici tante, tante volte che Osama bin Laden stava svolgendo un ruolo di leadership all’interno dei talebani, ma chi mi stava a sentire? Nessuno”.

Il triangolo affaristico Stati Uniti-Afghanistan-Arabia Saudita è il responsabile del bello e cattivo tempo in un’area geopolitica storicamente importante. Ai tempi del Grande Gioco (egregiamente narrato da Peter Hopkirk con i suoi reportage storici) Gran Bretagna e Russia si contendevano l’area afghana, mai riuscendo nell’intento di conquistarla appieno. In egual misura, mutatis mutandis, con l’invasione sovietica dell’Afghanistan gli Stati Uniti hanno cercato di contrastare – riuscendoci – la vittoria di Mosca in quell’area.

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Osama Bin Laden. Foto: http://www.cleveland.com

Tornando ai giorni nostri, è risaputo che il clan Bush avesse rapporti con la famiglia Bin Laden: negli anni ’70 la Arbusto, società di trivellazione di George W.Bush prima che egli entrasse in politica, fu finanziata dalla Saudi Bin Ladin Group tramite James R. Bath, amico di Geroge ai tempi del servizio militare, divenuto poi consulente dei Bin Laden. Ancora: nei giorni successivi l’attentato alle Torri Gemelle, con lo spazio aereo interdetto ad ogni volo, a diversi membri della famiglia Bin Laden negli Stati Uniti fu permesso di lasciare il Paese. È lo stesso principe Bandar, ambasciatore dell’Arabia Saudita negli Stati Uniti, a confermare il fatto in un’intervista rilasciata a Larry King, ripresa da Michael Moore nel film documentario Fahrenheit 9/11. Nella stessa intervista, Bandar ricorda d’aver conosciuto Osama Bin Laden durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan: in quell’occasione Osama ringraziava il principe per l’aiuto degli Stati Uniti ai mujaheddin.

Il background storico che porta alla guerra della NATO in Afghanistan è contorto, ma i risultati sono ben visibili: il Paese è ridotto in macerie, l’economia stenta a decollare, gli aiuti internazionali risultano essere sempre insufficienti. Ad arricchirsi sono stati i soliti noti. Ghani sa da chi realmente dovrà difendere gli interessi del proprio Paese.

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  1. Love books

    Ci sono e purtroppo ci saranno sempre aree soggette e/o influenzate dagli interessi strategici e geopolitici di determinati Stati o persone… La storia ci mostra un’infinità di eventi, il vero problema è capire come spezzare una simile catena.

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