Arabia Saudita: le due facce della stessa medaglia

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La morte del sovrano saudita Abdallah non cambia l’indirizzo politico del regno della Penisola Araba ma, bensì, rafforza il modus operandi portato avanti per decenni da Riyad. Infatti, il nuovo re Salman bin Abdulaziz Al Saud è l’incarnazione del doppio gioco della casa reale, custode delle mete sante del credo musulmano di Mecca e Medina. Alleata degli Stati Uniti, e commercialmente attiva con l’Italia nella compravendita di armi, l’Arabia Saudita ha finanziato il terrorismo fin dai tempi dell’invasione sovietica dell’Afghanistan, passando per l’11 settembre e per finire, ai giorni nostri, con lo Stato Islamico, Daesh.

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In nuovo Re dell’Arabia Saudita, Salman. Photo: AP

Chi è Salman

Re Salman è stato l’uomo-chiave nei rapporti con il terrorismo internazionale, funzione che ha permesso all’Arabia Saudita di finanziare i mujaheddin contro Mosca negli anni ‘80: si calcola che le donazioni private provenienti dal regno saudita ammontassero tra i 20 e i 25 milioni di dollari al mese. Nominato nel 1992 alla direzione della Saudi High Commission for Relief of Bosnia and Herzegovina, il nuovo re saudita ha agevolato il finanziamento e la consegna di armi ai gruppi combattenti bosniaco-musulmani nonostante l’embargo imposto dagli alleati di Washington all’intera area balcanica. Nel periodo precedente l’attentato alle Twin Towers, Salman ha aiutato il salafita afghano Abdul Rasul Sayyaf al reclutamento di diversi combattenti: Sayyaf è stato consigliere sia di Osama Bin Laden che di Khalid Sheikh Mohammed, la mente dell’11 settembre.

L’Arabia Saudita, insieme al Qatar, è responsabile della crescita dei movimenti anti-governativi in Siria: finanziando il fronte Jabhat al-Nusra e quello che all’epoca era l’ISIS, ha permesso la destabilizzazione di Damasco in chiave anti-iraniana: un rollback non riuscito, che ha permesso però allo Stato Islamico di espandersi principalmente in Iraq, guidato al momento da esponenti sciiti (al-Maliki prima, al-Abadi ora).

Terrorismo internazionale: il ruolo di Bandar

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Geroge W.Bush con il Principe Bandar. Photo: PD-USGOV.

E’ il Principe Bandar il grande manovratore dei rapporti col terrorismo internazionale: già ambasciatore del Paese della Penisola Araba negli Stati Uniti nei giorni del 9/11, e attivo – così come Salman – al tempo degli aiuti ai mujaheddin afghani, è il principale accusato per l’appoggio ai due gruppi attivi in Siria e Iraq. Bandar ha negato tali accuse, ma è lo stesso McCain – il Senatore Repubblicano che ha sfidato Barack Obama alle Presidenziali del 2008 – a dichiarare in un’intervista alla CNN nel gennaio 2014: “Thank god for the Saudis and Prince Bandar, we’re starting to see a little bit of reversal there [in Siria], thank god”. In aggiunta, un alto funzionario del Qatar ha ufficialmente confermato che “l’ISIS è un progetto saudita”.

Bandar, fino ad oggi consigliere del re e Segretario del National Security Council dell’Arabia Saudita, col rimpasto di governo attuato da Salman il 30 gennaio, è stato allontanato dalla stanza dei bottoni.

La decisione della Germania

La scorsa settimana il Consiglio sulla Sicurezza Federale tedesco, il Bundessicherheitsrats, composto dalla Cancelliera Angela Merkel, dal suo vice e da altri sette ministri, ha deciso di sospendere ogni fornitura militare verso l’Arabia Saudita: un giro d’affari che ammontava nel 2013 a 360 milioni di euro.

Wahabbismo

Muhammad Ibn Abd al-Wahhab è il predicatore puritano che, nella metà del 1700, convinse Muhammad Ibn Saud, emiro di Dar’iyya, al ritorno alle fonti originarie dell’Islam: la loro alleanza rappresenta le fondamenta dell’Arabia Saudita. La dottrina wahabbita, che si ispira al rigorismo hanbalita e al teologo medievale Ahmad Ibn Taymyya, si basa sulla purezza del messaggio islamico, e sulla stretta applicazione delle regole etiche e giuridiche dell’Islam tradizionale: nulla può travalicare il Corano e la sunna.

L’Arabia Saudita oggi

Nel World Report 2015 di Human Rights Watch si denuncia l’accanimento giudiziario avvenuto nel corso del 2014 verso vari dissidenti politici e individui in opposizione alla casa reale, imprigionati dopo essere stati giudicati con processi sommari. Nel rapporto si legge che le autorità del Paese non sono in grado di tutelare i nove milioni di lavoratori stranieri presenti. Nel febbraio dello scorso anno un membro del Senior Council of Scholars, l’organo di Stato più importante nell’interpretazione della legge islamica, ha emesso una fatwa che afferma l’impossibilità per le donne di essere visitate da un medico di sesso maschile, se non accompagnate dalla propria guardia maschile. Inoltre, le donne non possono esibire nessuna parte del proprio corpo, con la sola eccezione delle emergenze mediche. Per le donne saudite rimane il divieto di guida. Dall’inizio del 2015 sono già stati giustiziati 13 individui, nonostante la richiesta di moratoria sulla pena di morte portata avanti da un osservatore indipendente delle Nazioni Unite.

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Raif Badawi, il blogger saudita condannato a 1000 frustate.

Intanto, il blogger Raif Badawi, che nel 2008 aveva fondato il sito indipendente Free Saudi Liberals, e arrestato nel giugno 2013 per oltraggio, crimini informatici e per aver disobbedito a suo padre, dovrà scontare dieci anni di carcere, pagare una multa di un milione di riyal (266 mila dollari) e subire mille flagellazioni per venti settimane. Nella giornata di venerdì 30 gennaio è stata rinvita per la terza volta consecutiva la punizione corporale, a causa di motivi di salute.

Per la cronaca, alla manifestazione per la libertà d’espressione, e di solidarietà per la redazione di Charlie Hebdo, ha partecipato anche l’Ambasciatore in Francia dell’Arabia Saudita.

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