Reporters Sans Frontières: in aumento le violenze contro i giornalisti

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

119 giornalisti rapiti, 66 uccisi, 178 imprigionati: i dati del round-up 2014 di Reporters Sans Frontières sono impietosi, e mostrano come il lavoro giornalistico, la libertà di stampa e il diritto di critica siano continuamente sotto attacco di governi, gruppi terroristici e di pressione. La violenza verso i giornalisti ha subìto un’impennata senza precedenti, con atti ostili e barbari finalizzati alla propaganda ideologica, col chiaro scopo di intimidire – ed oscurare – la ricerca della verità.

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Istanbul, la folla riunita per la commemorazione della morte di Hrant Dink di fronte alla sede del giornale Agos. Photo: Ozan Kose, Afp

Hrant Dink

Verità ancora lontana per la famiglia di Hrant Dink: il 19 gennaio 2007 il giornalista impegnato nella riconciliazione tra il popolo armeno e quello turco è stato freddato con due proiettili di fronte alla sede del giornale del quale era direttore, Agos. Una morte che ancora invoca giustizia: tra depistaggi e false accuse, nel mese di gennaio 2015 due ufficiali di polizia sono stati arrestati per negligenza nel condurre le indagini sull’omicidio del giornalista turco-armeno. Su 180 Paesi monitorati da Reporters Sans Frontières, la Turchia occupa il 154° posto nella classifica della libertà di stampa nel mondo.

2014: i nomi 

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La giornalista olandese Frederike Geerdink: rischia 5 anni di carcere per la sua attività di reporter. Photo: http://kurdishmatters.com/

James Foley, 40 anni, reporter del sito GlobalPost e dell’agenzia France Presse, è stato decapitato dal Daesh nel mese di agosto. Raad Mohamed Al-Azaoui, 36 anni, cameraman iracheno della tv Sama Salah Aldeen, è stato ucciso anch’egli dal Daesh il 10 ottobre, insieme al fratello e ad altri due civili. Simone Camilli, video reporter italiano di 35 anni, collaboratore di Associated Press, e Ali Abuafash, reporter palestinese della Afp, sono morti a Gaza nell’agosto 2014 durante il disinnesco di un ordigno israeliano rimasto inesploso. E ancora: Frederike Geerdink, giornalista olandese ed unica straniera nella città del Kurdistan turco di Diyarbakır, rischia la condanna a cinque anni di reclusione, accusata di “propaganda terroristica” per favoreggiamento alla causa curda. Khadija Ismailova, giornalista d’inchiesta contro la corruzione in Azerbaigian, lavora per Radio Azadliq;  detenuta da dicembre 2014, rischia di trascorre 7 anni in prigione per l’accusa di “incitamento al suicidio”. Gao Yu, 70 anni, giornalista cinese che ha già trascorso in passato 7 anni dietro le sbarre, è accusata di aver divulgato segreti di Stato alla tv tedesca Deutsche Welle: potrebbe scontare altri 15 anni di galera. Yu è stata la prima giornalista ad aver ricevuto il World Press Freedom Prize dell’Unesco nel 1997. In Arabia Saudita (Nazione che occupa il 164° posto nella classifica sulla libertà di stampa) il blogger Raif Badawi, fondatore del sito indipendente Free Saudi Liberals, dal 2013 in carcere con l’accusa di oltraggio, crimini informatici e per aver disobbedito a suo padre, dovrà scontare dieci anni di carcere, pagare una multa di un milione di riyal (266 mila dollari) e subire mille flagellazioni per venti settimane.

I numeri

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Una slide del rapporto di Reporters Sans Frontières: Siria, Palestina, Ucraina, Iraq e Libia sono i Paesi più pericolosi dove praticare la professione giornalistica.

Due terzi dei giornalisti uccisi nel 2014, si legge nel round-up di Rsf, lavoravano in zone di guerra. La Nazione più rischiosa per la professione giornalistica è la Siria, seguita dalla Palestina – specie Gaza, dove numerosi giornalisti sono deceduti sotto il fuoco della Israeli Defence Force –, dall’est Ucraina, dall’Iraq e dalla Libia. Due aspetti da mettere in evidenza: il primo riguarda la diminuzione delle morti, rispetto al 2013, dei giornalisti nei Paesi non in guerra, ovvero in Messico, India e Filippine; il secondo riguarda il genere femminile: è raddoppiato – dalle 3 del 2013 alle 6 del 2014 – il numero delle giornaliste uccise, morti avvenute nella Repubblica Centrafricana, Iraq, Egitto, Afghanistan, Filippine e Messico.

In crescita i rapimenti

È aumentato del 30 per cento il numero dei giornalisti rapiti: dagli 87 del 2013 ai 119 del 2014. Sono i giornalisti del luogo, spiega Reporters Sans Frontières, a pagare il prezzo più alto, rappresentando il 90 per cento del totale. Ad esempio, su 22 giornalisti rapiti in Siria da gruppi armati, 16 possiedono passaporto siriano. Gli 8 giornalisti al momento trattenuti come ostaggi in Iraq sono iracheni.

Cirenaica, Balochistan, Antioquia

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Libia: la situazione politica aggiornata al 16 dicembre 2014. Mappa: https://pietervanostaeyen.wordpress.com/

Nei territori di Siria e Iraq sui quali ha il controllo, lo Stato Islamico ha imposto un regime mediatico nel quale i giornalisti e gli inviati dell’ISIS raccontano i servizi garantiti dal Daesh, cercando di trasmettere un’immagine positiva del Califfato. In Libia, nella regione della Cirenaica, al confine con l’Egitto, nel giro di cinque mesi sono morti 3 giornalisti: il più giovane aveva 18 anni. Non si tiene più il conto dei reporter imprigionati, né di quelli minacciati. Stessa situazione nell’est dell’Ucraina: 6 giornalisti sono morti tra maggio ed agosto. I vari checkpoint, e i gruppi armati presenti nella regione di Donetsk e Luhansk sono i principali pericoli per i reporter, identificati come pericolosi dalle parti in causa. Il Balochistan è la regione più povera del Pakistan. Dal 2004 vive una forte instabilità a causa degli scontri tra le forze armate pakistane e i separatisti del luogo. I giornalisti sono vittime del fuoco trasversale, delle incursioni talebane, ed imprigionati arbitrariamente dal Pakistan. Luis Carlos Cervantes è morto il 12 agosto: era un giornalista colombiano della regione di Antioquia, dove dilagano corruzione e crimine organizzato. Con la complicità delle autorità locali, i gruppi paramilitari agiscono indisturbati, minacciando i reporter che provano a realizzare inchieste: spesso fanno circolare liste con i nomi dei giornalisti impegnati. Gli omicidi, la maggior parte delle volte, restano impuniti.

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