Assad: tre interviste. La comunicazione in tempi di crisi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La complessa attività del racconto dei fatti presta continuamente il fianco alle posizioni ideologiche, politiche e partitiche, rendendo difficile la comprensione della realtà al cittadino, consumatore delle informazioni. Nonostante gli epocali cambiamenti in atto nel mondo dei mass media, il giornalismo gioca ancora un ruolo decisivo nella comprensione della realtà: la globalizzazione delle news, infatti, ha reso sempre più necessaria un’accurata stima del valore della notizia, spesso data per vera senza considerarne la fonte. Il giornalismo è solo uno dei tanti attori della comunicazione, strumento principe sfruttato dai decisori politici, dalle istituzioni, e dai professionisti dell’informazione per accaparrare consenso, visibilità e credibilità: un corretto utilizzo può cambiare le sorti di un’elezione politica, del voto di una legge, o delle vendite di un quotidiano.

Il valore della notizia e l’escalation della comunicazione

A livello internazionale l’escalation del fenomeno comunicativo trova numerosi esempi: dalle campagne di sensibilizzazione delle Nazioni Unite – su temi legati alla scarsità di cibo, o al diffondersi dell’HIV – al sagace utilizzo dei social media e del montaggio video da parte di Daesh, passando per l’enfatizzazione del ruolo del Presidente degli Stati Uniti che, nel corso della storia, ha permesso al più importante inquilino di turno della Casa Bianca di beneficiarne in termini propagandistici, e attuativi delle politiche di quell’amministrazione. Il XIX secolo ha portato alla ribalta la comunicazione di massa. Che fosse indirizzata dai governi – la propaganda portata avanti dalle varie Nazioni partecipanti ai conflitti mondiali; il racconto della Guerra del Vietnam; l’invasione dell’Iraq nel 2004 – o dalle singole corporation – Coca Cola, Nike, Benetton -, la comunicazione ha invaso tutte le sfere della società, tanto da divenire strumento primario di ogni individuo che, con la possibilità di accedere a internet e ad un account di un social network, può diffondere un messaggio in tempo reale. I tumulti scoppiati nel 2009 in Iran, le proteste del 2010 in Thailandia, o gli scontri in Piazza Taksim nell’estate del 2013 a İstanbul hanno avuto una grande eco mediatica anche grazie al fatto che le immagini e i tweets postati – vere e proprie breaking news – davano un senso di immediatezza agli avvenimenti in atto.

Il caso siriano: quadro generale

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Un’immagine significativa del caos siriano

La crisi siriana, ormai al quarto anno di forti e – apparentemente – interminabili violenze, è stata proiettata nell’arena della comunicazione internazionale dai diversi attori attivi nella lotta al potere statale, e regionale dell’area, con una copertura mediatica diffusa. Nel corso del 2011 l’opposizione al governo di Bashar al-Assad, Presidente della Repubblica di Siria, intraprende una serie di manifestazioni popolari lamentando scarsità di diritti politici e condizioni economiche e sociali gravi, imputando al Capo del Partito Ba’th siriano la responsabilità della situazione. La Siria, che ha subìto le politiche occidentali avvenute nel periodo della colonizzazione e degli Accordi Sykes-Picot, è governata dagli anni ‘60 da una minoranza alawita che, nel corso degli anni, è stata capace di mantenere uno status quo, rotto con la guerra civile in corso. Sono numerose le forze presenti sul terreno, e gli analisti non sono concordi sull’andamento del conflitto. Nel 2013 si paventò un possibile intervento di una coalizione di Paesi occidentali – Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna in primis – che, in seguito al voto contrario dei rispettivi parlamenti, non trovò seguito. In questa sede urge ricordare le difficoltà del Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, il quale, dopo aver appoggiato l’aiuto ai ribelli siriani, si è trovato in un cul-de-sac chiamato Stato Islamico: Washington, insieme ad altre forze del Patto Atlantico, ha finanziato indirettamente – o, secondo altri, in tutta coscienza – la crescita dell’ISIS, che domina indisturbato su un’ampia parte dell’Iraq e della Siria. Il ruolo della Turchia, Paese confinante con la Repubblica di Assad, è stato decisivo: una parte dei media ritiene che Ankara, con la decisione di lasciare aperto il confine, abbia aiutato i profughi sfollati in seguito alle violenze del conflitto; i critici verso Erdoğan credono, al contrario, che le aspirazioni geopolitiche turche di influenza sull’area del vicino oriente abbia portato la Turchia ad aiutare i ribelli siriani con la consegna di armi e munizioni, sia in chiave anti-curda, sia per destabilizzare la regione e risultare l’ultimo baluardo di stabilità. E’ bene tenere presente che la Russia è una storica alleata della Siria e, al momento, gioca un’importante partita negli equilibri del medioriente, specie all’indomani dell’invasione dell’Iraq di Saddam Hussein da parte degli Stati Uniti guidati da George W. Bush. Il recente caos creato dallo Stato Islamico, insieme alla destabilizzazione della Siria, sono eventi che hanno contrapposto Washington e Mosca, riportando le due potenze indietro di due decenni, sulle posizioni della Guerra Fredda.

Assad: tre interviste

La strategia di comunicazione di Bashar al-Assad ha permesso al Presidente siriano di esternare la posizione del suo governo nel corso degli anni del conflitto: egli, infatti, ha rilasciato numerose interviste ai media internazionali, senza sottrarsi alle domande anche più spinose. Una somma delle dichiarazioni di Assad, che permette di capirne l’evoluzione nel corso degli anni, è riscontrabile nell’analisi di tre interviste specifiche rilasciate dal Presidente siriano nel 2012 alla tv russa RT, nel 2013 all’italiana Rainews 24 e nel 2015 alla britannica BBC.

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Sophie Shevardnadze di RT intervista Assad

Intervistato da Sophie Shevardnadze di RT ad un anno dall’inizio degli scontri nel Paese, Assad si mostra sicuro di sé, spesso sorridente, trasmettendo un senso di sicurezza – sia nelle tematiche da lui affrontate, che in termini di autorevolezza istituzionale – dalla sala del palazzo presidenziale nel quale lavora. Assad parla fluentemente l’inglese, e sfrutta la carta linguistica al meglio avendo così la possibilità di raggiungere il più ampio pubblico internazionale. L’immagine che passa del Presidente siriano non è quella di un uomo sconfitto, in caduta libera o senza il polso della situazione, bensì è quella di un leader che analizza lucidamente – dal suo punto di vista – la crisi politica in atto, dando una lettura globale dei fatti interni. Egli sostiene che è in atto una destabilizzazione portata avanti da gruppi terroristici esterni, la cosiddetta proxy war, finanziata da potenze occidentali. Assad rimarca continuamente che il popolo siriano è dalla sua parte: contro di lui sono le potenze esterne.

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Assad rilascia l’intervista a Monica Maggioni per Rai News 24

Quando Monica Maggioni, direttore di Rainews 24, intervista Assad nel settembre del 2013 la crisi siriana raggiunge l’apice della tensione. In quei giorni il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota una risoluzione con la quale si chiede alla Siria di eliminare le armi chimiche – il Presidente siriano è accusato di aver dato ordine all’esercito di utilizzare chemical weapons contro i cosiddetti ribelli – e gli Stati Uniti valutano un intervento armato a Damasco. L’intervista viene ripresa dai principali circuiti internazionali: Assad, in abito scuro e con la sua classica flemma, risponde con sicurezza sui principali temi della discussione, spaziando dall’utilizzo delle armi chimiche alla questione del nucleare iraniano. Assad respinge le accuse e, rispondendo alla giornalista che gli chiedeva se il problema in Siria fosse lui, il Presidente risponde, così come fece con la tv russa RT, che se così fosse egli non sarebbe ancora al comando del Paese. Nel corso dell’intervista Assad sorride e gesticola, senza mai perdere il filo del discorso. Parlando del nucleare iraniano, Assad spiega che guarda con favore ad un accordo tra Washington e Teheran: con questa affermazione il Presidente siriano vuol mostrare la sua caratura politica, lanciando un segnale alla comunità internazionale sul ruolo che ancora svolge all’interno del Paese.

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Bowen e Assad durante l’intervista del febbraio 2015

Jeremy Bowen della BBC intervista Assad nel febbraio del 2015. Il dialogo tra il giornalista e il Presidente risulta più acceso rispetto alle altre interviste, con Bowen che incalza Assad più di una volta. Il giornalista della BBC inserisce nell’intervista la sua visione della crisi siriana, raccontando ad Assad ciò che ha potuto vedere come testimone oculare. Il Presidente siriano ribatte punto per punto, sorridendo diverse volte al giornalista: quando Bowen porta a conoscenza alcuni dati di Human Rights Watch Assad risponde sostenendo che “è una storia per bambini mandata avanti per inimicare l’occidente al suo governo”, lasciando intendere un fastidio per le accuse menzionate dal giornalista della BBC. Bashar al-Assad, nel corso dell’intervista, manda un messaggio: la Siria è un Paese indipendente, e nessuno potrà scalfire la libertà del governo siriano. “Non siamo le marionette di nessuno”, afferma Assad. Le proposte degli Stati Uniti non sono ricevibili perché per il Presidente siriano Washington ha coperto la crescita di Daesh in tutto questo tempo.

Nessuna verità

Il caso siriano è l’ultimo, in ordine temporale, ad aver subito l’influenza mediatica di parte. Gli spettatori del mondo occidentale avranno una percezione generale dei fatti accaduti nel Paese del vicino oriente diversa da quelli che, in un certo qual modo, fanno parte di un altro sistema. Solo chi ha la pazienza di approfondire le posizioni dei singoli schieramenti potrà sviluppare uno spirito critico verso gli avvenimenti che hanno portato all’inizio della guerra civile in Siria, e alla lotta dell’ISIS nell’area. Assad, dal canto suo, dimostra di saper utilizzare lo strumento mediatico in maniera sagace, disponibile alle interviste e in grado di poter rispondere anche alle domande più scomode. Nessuno degli attori del conflitto, però, è in grado di dare una risposta sulla fine delle violenze.

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