Sanders, Clinton e Trump: il corto circuito del sistema politico statunitense

La dirigenza Repubblicana e quella Democratica devono fare i conti con la propria moralità: rispettare il mandato popolare o la salvezza della Nazione

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La notizia sensazionale dell’ultim’ora è che Bernie Sanders e Donald Trump si sono accordati per sfidarsi in un dibattito prima del 7 giugno, giorno delle primarie in California. Lo riferisce lo stesso Sanders tramite il suo profilo Twitter.

Hillary Clinton, pochi giorni fa, aveva rifiutato il faccia-a-faccia col senatore del Vermont, ricevendo molte critiche da Sanders.

La lunga stagione delle primarie

L’America di Donald Trump contrapposta all’America di Hillary Clinton. Il Partito Repubblicano guidato da un outsider, contro il Partito Democratico nelle mani di un’ex First Lady. I sondaggi che danno il magnate newyorkese in testa rispetto alla Segretaria di Stato della prima amministrazione Obama. I litigi di Trump con il Papa. Nuove accuse sull’utilizzo da parte della Clinton della sua email privata per gestire questioni del Dipartimento di Stato. E Bernie Sanders che, nonostante l’incolmabile distanza dalla sua opponente, non molla la presa sulle primarie, tanto che nel mese di aprile, ancora una volta, ha superato le entrate della campagna di Hillary Clinton di due milioni di dollari.

Obama legacy

Che il dopo Obama non sarebbe stato semplice lo si sapeva da tempo: gli otto anni di presidenza del primo Presidente nero nella storia degli Stati Uniti d’America hanno portato grandi riforme interne, insieme a successi – Iran e Cuba – e criticità – Libia, Siria, Isis – in politica estera. Ma il saldo delle sue politiche è senz’altro positivo.

Chi lo rimpiazzerà avrà uno stile completamente diverso, senza considerare l’età anagrafica degli incumbents: Sanders – se uno scandalo dovesse travolgere la sua avversaria – è nato nel settembre del 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale e ancor prima dell’attacco giapponese di Pearl Harbor; Trump è classe 1946; la Clinton è del 1947.

Obama è nato nel 1961 e nel 2008, anno della sua prima elezione, aveva 47 anni. Ciascun periodo storico ha i suoi leader,  la rappresentanza di una classe dirigente che rispecchia i sentimenti della società. Senza togliere nulla agli attuali candidati, è evidente che nel sistema politico americano è avvenuto un corto circuito.

Questione di scelte

Ad oggi, Trump batterebbe Hillary Clinton, divenendo il 45° Presidente degli Stati Uniti. Ma non ce la farebbe contro il Senatore del Vermont.

Trump vs Sanders

La media dei sondaggi: Sanders contro Trump, secondo Real Clear Politics

Secondo le ultime rilevazioni, in un ipotetico scontro alle elezioni presidenziali Bernie Sanders batterebbe Donald Trump di più di 10 punti. Cosa significa tutto ciò?

In casa GOP l’establishment è ancora spaccato sul nome dell’unico candidato rimasto in corsa. Una parte conta sulla nomina di Trump alla convention di Cleveland, e nella speranza che i Democrats appoggino definitivamente Hillary Clinton, sapendo che non è gradita alla generalità degli elettori; l’altra parte preferirebbe perdere le elezioni piuttosto che consegnare il partito nelle mani di Trump, magari puntando su un nome nuovo o un usato sicuro (uno tra John McCain o Mitt Romney, per intenderci).

Quasi 8 milioni di visualizzazioni per questo video: “Hillary Clinton dice bugie per 13 minuti”

In ogni caso, servirebbe una rifondazione del Grand Old Party, in un senso o nell’altro. Lo scorso febbraio la rivista The Atlantic si chiedeva che fine avrebbe fatto il Partito Repubblicano, tra lo scollamento con la classe media e l’insorgenza delle posizioni del Tea Party.

Sul fronte Democratico la battaglia è altrettanto dura: la Clinton è saldamente in testa nel numero dei delegati, ma Sanders ha modificato radicalmente gli equilibri del partito. Il Senatore, infatti, è riuscito a nominare ben 5 membri del drafting commettee, l’organo che scriverà la piattaforma del Partito Democratico indirizzandone le politiche future. Il comitato, composto da 15 personalità, avrà 6 nomine vicine alla Clinton e 4 da parte del chair del National Democratic Commitee, Debbie Wasserman Schultz.

Questa è forse la più grande vittoria di Sanders: del comitato farà parte anche James Zogby, membro del NDC, storico attivista pro Palestina e Presidente dell’Arab American Institute di Washington. I 5 membri  nominati da Sanders spingeranno il partito a rivedere le posizioni di assoluto appoggio verso Israele, puntando ad una proposta che riconosca appieno i diritti dei palestinesi, e una soluzione equa e valida per entrambe le parti in causa. Sanders, di religione ebraica, si è scontrato con la Clinton circa il trattamento riservato dal governo israeliano verso i palestinesi della Striscia di Gaza, chiamando apertamente ‘occupazione’ quella dei Coloni nei territori assegnati ai palestinesi. “It’s a fascinating moment. The most successful Jewish presidential candidate in American history – scrive Peter Beinart sulle colonne di Haaretz – is saying that Palestinian lives matter”.

Non ci resta che aspettare fine luglio per la convention democratica di Philadelphia. Salvo sorprese nelle prossime settimane.

 

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