Virginia Raggi e la doppia morale Cinquestelle

Il Movimento rischia di naufragare nella propria promessa di pulizia etica non mantenuta

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Raramente esprimo un pensiero sulla politica interna del nostro Paese, sia perché non ho approfondite conoscenze dei vari meccanismi sadomasochisti esistenti nelle varie classi dirigenti che, ahinoi, guidano le scelte economiche e sociali italiane, sia perché non ho nessuna stima dei vari giornalai che espongono le congetture di partiti beceri e senza spina dorsale, sia perché la ritengo noiosa, boriosa, impalpabile.

Ma oggi, ricorrenza dell’armistizio proclamato dal Generale Pietro Badoglio che sanciva la resa agli Alleati, sarebbe poco corretto esimermi da un giudizio sui recenti avvenimenti – apparentemente – legati alla politica capitolina ma che, in realtà, pongono una seria questione per il Governo nazionale. 

Il filosofo Umberto Galimberti ha recentemente affermato, rubando – lo dico ironicamente – una mia frase tipica durante le accese discussioni circa i Pentastellati, che “tutta la struttura del M5S assomigli(a) un po’ a Scientology. Sono veramente preoccupato del fatto che un sindaco non può governare, perché è sotto tutela. E poi parlano di democrazia. Ma dov’è questa democrazia?”. 

Ricorderete gli albori del Movimento, con le dirette streaming degli incontri di alcuni suoi esponenti con Pierluigi Bersani prima, ed Enrico Letta poi, i quali invitavano i Cinquestelle a far parte della coalizione di Governo per evitare maggioranze alternative e poco consone ma, soprattutto, nuove elezioni che avrebbero portato l’Italia ad un caso simil spagnolo. 

In tanti hanno visto nell’M5S l’ultima chance di salvezza, baluardo della dignità della classe politica perché composta da esponenti insospettabili e privi di legami con i – così chiamati – poteri forti, legittimati dal loro autoproclamarsi Cittadini, così come a dire che coloro i quali votavano PD, Forza Italia, SEL o Lega Nord fossero cittadini minuscoli, non all’altezza della grande forza rinnovatrice del Movimento. 

Al gioco del più puro nessuno vince, ma tutti perdono nella reciproca accusa

Ricordo un passaggio de “La fattoria degli animali” di George Orwell: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. A me pare che all’interno del Movimento 5 Stelle stia avvenendo – o meglio, sia sempre avvenuto – proprio questo. Non si coglie l’errore interno, causato dai massimi esponenti, a causa di un’apparente giustificazione ultima che permetterebbe, dunque, di andare avanti. Nonostante in altri casi ci si sia comportati diversamente; nonostante in molteplici casi si fosse andati addosso all’avversario politico; nonostante, di errori, ne avvengano continuamente, ad ogni livello. 

Ora, alcuni parlano di sovraesposizione mediatica del caso Roma, “perché di problemi più grandi ce ne sono”. Se quest’ultima affermazione è vera, il discutere ampiamente e senza soluzione di continuità della Sindaca Virginia Raggi e della sua giunta è normale e largamente giustificato dal fatto che questo è il primo caso importante di Governo del Movimento – di quella Capitale del Paese frastornata da anni di malapolitica, incuria, cattiva gestione – e dove “i nodi tornano al pettine”, messi al muro dalla volontà di purezza inesistente ma tanto utopisticamente portata avanti in un disegno perverso che vorrebbe il 100% dei voti degli elettori ricadere sui Cinquestelle. 

Al gioco del più puro nessuno vince, ma tutti perdono nella reciproca accusa. Tanto più se la macchia avviene all’interno di quel Movimento che ha fatto della trasparenza – a fasi alterne, a seconda del bisogno del momento – il cavallo di battaglia di una stagione politica che chissà per quanto ancora durerà.

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