Elezioni 2016: c’era una volta in America

L’8 novembre gli Stati Uniti sceglieranno tra Hillary Clinton e Donald Trump, i candidati meno presentabili della storia recente. Pesa l’incertezza tra democratici e repubblicani. Ma Bernie Sanders sarebbe stato il giusto compromesso

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

C’era una volta in America un signore che di nome fa Bernie Sanders. Con la sua passione, e le sue idee fresche e rivoluzionarie era riuscito ad incanalare un malcontento generalizzato, soprattutto tra i giovani, che gli diede la forza per sfidare Sua Maestà Hillary Clinton.

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Il Senatore del Vermont e candidato alle primarie del Partito Democratico Bernie Sanders

Ma il coraggio delle idee non sempre è sufficiente di fronte alla potenza del dio denaro e delle grandi corporation, e così la candidatura di Bernie Sanders impattò con la miseria umana della corruzione morale dei grandi elettori del Partito Democratico.

Il lascito di Sanders lo troviamo nella piattaforma democratica, “la più a sinistra della storia”, e nella ritrovata mobilitazione di milioni di giovani che, senza l’attività del Senatore del Vermont, non si sarebbero nemmeno registrati per andare a votare.

Quello statunitense è un sistema politico al collasso: bassa rappresentatività, due partiti terrorizzati di poter perdere gli enormi flussi monetari che generano tra spot elettorali, finanziamenti e lobby che trasversalmente li appoggiano, un turnout ai seggi sempre fin troppo basso per l’importanza che tali elezioni rappresentano.

Il coraggio delle idee non sempre è sufficiente di fronte alla potenza del dio denaro

La stampa locale ed internazionale appoggia solo ed esclusivamente Hillary Clinton, in una disperata corsa all’endorsement per la candidata democratica che dimostra una totale miopia e incapacità di lettura delle proprie azioni. Come a dire: se Trump dovesse vincere, noi non siamo stati i responsabili. Come se il recente passato – George W. Bush vi ricorda qualcosa? – fosse tutto rose e fiori.

Donald Trump: il candidato alterativo che corre nei ranghi del Partito Repubblicano, abbandonato dal suo stesso movimento, un Grand Old Party non all’altezza, fin dall’inizio, di esprimere una personalità capace di unire il popolo piuttosto che dividerlo, perché un suo così grande successo non lo si poteva nemmeno immaginare. Ma è la democrazia, baby. O vogliamo esaltare il sistema occidentale di scelta dei candidati e dei rappresentanti solo quando ci fa comodo?

Hillary Clinton: la candidata mainstream, l’usato insicuro che porta avanti gli interessi dei poteri forti e che in politica estera ha creato danni enormi per il Vecchio Continente e la stabilità del vicino oriente. “Non voto con la vagina, ecco perché non appoggio Clinton”, ha affermato recentemente Susan Sarandon, la quale ha battagliato per Sanders nel corso delle primarie democratiche.

“Non credo che la maggioranza dei quali pensa di votare Trump sia razzista o sessista”, ha scritto Bernie Sanders in un Tweet. È una chiara apertura per il futuro prossimo, una lettura della realtà politica che dimostra un unico fatto: la candidata dei democratici è alle corde.

La Clinton sa bene che se perderà queste elezioni la responsabilità sarà solo e solamente sua. Dalle decine di punti in suo vantaggio nei sondaggi, si è ridotta ad avere qualche punto di scarto che, a questo punto, non fanno più la differenza.

Stavolta il futuro è incerto, perché chi vincerà queste elezioni navigherà a vista: a meno di straordinari capovolgimenti, non ci sarà un plebiscito per uno di candidati. E tra quattro anni vincerà il partito che avrà saputo realmente cambiare il proprio assetto interno e il modo di approccio verso l’elettorato.

“Yes, we can!”, ma che Dio ce la mandi buona.

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