Categoria: Europa

Qassem Soleimani, come si è arrivati alla sua morte

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

L’uccisione per mano statunitense di Qassem Soleimani, membro d’alto rango della nomenclatura della Repubblica Islamica, a capo delle Forze Quds, architetto delle operazioni anti-Daesh, rappresenta un drammatico punto di svolta nel conflitto latente tra Iran e Stati Uniti.

L’intervento avviene nell’anno delle elezioni presidenziali negli States e potrebbe costituire il casus belli per una guerra regionale dalla portata inimmaginabile. Pochi giorni fa, il 31 dicembre, dal resort di Mar-a-Lago in Florida, il Presidente Donald Trump ha dichiarato di non volere la guerra con Teheran, aggiungendo di non aspettarsi un conflitto con la Repubblica Islamica: “Do I want to? No. I want to have peace. I like peace. And Iran should want to have peace more than anybody. So I don’t see that happening”.

La notizia del raid aereo, in territorio iracheno, contro Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, un suo consigliere, è legata all’approvazione dell’attacco da parte di Trump, come confermato dal Pentagono: “At the direction of the President, the U.S. military has taken decisive defensive action to protect U.S. personnel abroad by killing Qasem Soleimani, the head of the Islamic Revolutionary Guard Corps-Quds Force, a U.S.-designated Foreign Terrorist Organization”.

Dopo l’attacco delle forze statunitensi contro Kata’ib Hizbollah, con le milizie filo-iraniane accusate dell’uccisione di un contractor civile Usa nella base operativa di Kirkuk di Inherent Resolve, l’Iran ha contestato l’intervento a livello diplomatico, chiamando in causa l’incaricato d’affari della Svizzera a Teheran, rappresentante degli interessi statunitensi nel Paese, e stigmatizzato le dichiarazioni degli esponenti Usa, definite “in violazione della Carta delle Nazioni Unite”.

L’avvenimento odierno segna la fine dell’accordo sul nucleare, il JCPoA: non è necessaria la sfera di cristallo per immaginare che avrà ripercussioni a livello economico, enfatizzerà le divisioni claniche in Iraq, peggiorerà la vita delle fasce più deboli della popolazione in contesti come la Palestina, la Siria e lo stesso Iran.

Ancora una volta, mette l’Unione Europea alle strette, per l’innata contraddizione di non avere una politica estera veramente comune, incapace di rendersi autonoma rispetto alle volontà statunitensi chiaramente negative per il Vecchio Continente, con i singoli Stati che corrono su singoli binari.

Orbán alla Casa Bianca dopo anni di assenza

Il premier ungherese e leader di Fidesz riabilitato da Trump nell’Olimpo dei leader vicini agli Stati Uniti…

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Sarebbe potuto essere un incontro di routine tra due leader di nazioni alleate, ma quando si parla di Donald Trump e Viktor Orbán non si rischia certo di scadere nella banalità. Infatti, il meeting tra i due cambia in qualche modo il recente passato sia dell’uno che dell’altro Paese, riavviando un rapporto che era certamente su un binario morto. Fino a ieri.

U.S. President Donald Trump greets Hungary’s Prime Minister Viktor Orban in the Oval Office at the White House in Washington, U.S., May 13, 2019. REUTERS/Carlos Barria – RC14ED944C00

Durante il suo primo Governo — dal 1998 al 2002 — Orbán non venne ricevuto dall’allora Presidente degli Stati Uniti George W. Bush, già preoccupato per il controllo che egli esercitava sui media e sulla stampa ungheresi. Nel 2001, recatosi alla Casa Bianca, venne relegato ad un incontro col vice di Bush, Dick Cheney. Neanche Barack Obama volle incontrare Orbán, che riconquistò il potere dal 2010 e il 2014.

Donald Trump continua, così, gli incontri con rappresentati del filone sovranista, di estrema destra o golpisti: da Benjamin Netanyahu a Jair Bolsonaro, da Rodrigo Duterte Abdel Fattah al-Sisi, Viktor Orbán è l’ultimo della lista. Letteralmente l’ultimo, anche tra i Capi di Stato dei Paesi dell’Europa centrale. Non certo un bel segnale per il leader di Fidesz che, eppure, si era esposto tra i primi appoggiando la candidatura di Trump.

Infatti, se il comunicato della Casa Bianca parla di un incontro finalizzato “all’accrescimento della cooperazione su una serie di questioni che include commercio, energia e cyber security”, non tutti a Washington se ne rallegrano. Un gruppo bipartisan di senatori ha espresso preoccupazione sulla decrescita dei valori democratici in Ungheria e sulle eventuali ripercussioni che ciò potrebbe avere per gli Stati Uniti se la questione non verrà esplicitamente discussa tra Trump e Orbán.

Dagli ambienti governativi di Washington trapela che si discuterà di vendita di armi all’Ungheria e che l’amministrazione Trump stresserà sul riavvicinamento di Budapest agli States in chiave anti-russa e anti-cinese, forze che hanno intessuto stretti rapporti col Paese est-europeo negli ultimi anni. In ottica ungherese, l’incontro del premier Orbán col leader repubblicano è un’occasione dall’alto valore mediatico e politico per sostenere la posizione del sovranista anti-migranti ungherese, a pochi giorni dalle elezioni europee.

Da Draghi a Macron: il Rinascimento europeo

A pochi giorni dall’intervento di Mario Draghi all’Università di Bologna, un’Europa più vicina ai cittadini ancora protagonista con la lettera di Macron agli europei

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

L’accorato appello del Presidente francese Emmanuel Macron ai cittadini europei, diffuso tramite una lettera pubblicata sui principali quotidiani nazionali, è un vero e proprio Manifesto politico comunitario, che supera i confini e le disuguaglianze, che va oltre lo spazio dello Stato e tocca nel profondo le istituzioni del Vecchio Continente. Macron, nonostante la sua forte convinzione nel sistema Europa, sottolinea le difficoltà dell’organizzazione e le analizza senza mezze misure.

French President Emmanuel Macron waves German Chancellor Angela Merkel departs after a meeting at the Elysee Palace in Paris, France, February 27, 2019. REUTERS/Gonzalo Fuentes – RC1768DA5960

“L’Unione Europea” — scrive il Presidente della Repubblica francese — “ha dimenticato di guardare le realtà del mondo, ma nessuna comunità crea un senso di appartenenza se non ha limiti che protegge. La frontiera, significa la libertà in sicurezza. Dobbiamo pertanto rivedere lo spazio Schengen: tutti coloro che vogliono parteciparvi devono rispettare obblighi di responsabilità (rigoroso controllo delle frontiere) e di solidarietà (una stessa politica di asilo, con le stesse regole di accoglienza e di rifiuto)”. Un chiaro messaggio per l’Italia, che per anni ha lamentato l’incapacità dell’Unione Europea nel gestire in forma comunitaria i flussi migratori dall’Africa e dal Vicino e Medio Oriente.

Secondo il 25° Presidente della Repubblica francese, servono “una polizia comune delle frontiere e un ufficio europeo dell’asilo, obblighi stringenti di controllo, una solidarietà europea a cui ogni Paese contribuisce, sotto l’autorità di un Consiglio Europeo di sicurezza interna”, strumenti che secondo Macron sono necessari.

Il Capo dell’Eliseo ricorda che l’Europa è il continente nel quale è stata fondata la previdenza sociale, e propone “per ogni lavoratore, da Est a Ovest e dal Nord al Sud, uno scudo sociale che gli garantisca la stessa retribuzione sullo stesso luogo di lavoro, e un salario minimo europeo, adatto ad ogni paese e discusso ogni anno collettivamente”.

L’intervento di Macron arriva a pochi giorni di distanza dal discorso tenuto dal Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi all’Università di Bologna. Draghi ha ricordato che l’indipendenza non garantisce la sovranità, prendendo come esempio quei Paesi che non partecipano all’economia globale. Quelle realtà, secondo il capo della Bce «sono indipendenti, ma certamente non sovrani in un senso pieno della parola, dovendo ad esempio spesso contare sull’aiuto alimentare che proviene dall’esterno per nutrire i propri cittadini».

Cooperazione è la parola chiave per Mario Draghi: laddove la si esercita, ci si protegge maggiormente. L’Europa ha tratto grandi benefici dall’integrazione: «il mercato unico» contribuisce, secondo i dati del Presidente della Bce, «a un livello del Pil per l’Unione Europea che è più alto del 9% circa».

Ma il leitmotiv del discorso di Mario Draghi è legato principalmente al bisogno di adattamento delle istituzioni al cambiamento, «un adattamento a cui si è finora opposta resistenza perché le inevitabili difficoltà politiche nazionali sembravano sempre essere superiori alla sua necessità. Una riluttanza» — spiega Draghi — «che ha generato incertezza sulle capacità delle istituzioni di rispondere agli eventi e ha nutrito la voce di coloro che queste istituzioni vogliono abbattere. Non ci devono essere equivoci: questo adattamento — sostiene il Presidente Bce — dovrà essere profondo, quanto lo sono i fenomeni che hanno rivelato la fragilità dell’ordine esistente e vasto quanto lo sono le dimensioni di un ordine geopolitico che va cambiando in senso non favorevole all’Europa».

I due messaggi convergono sul bisogno di cambiamento delle istituzioni comunitarie e mettono in luce una sacrosanta verità: all’Unione Europea non c’è un’alternativa ma può esserci un’idea alternativa di Unione Europea. Draghi e Macron hanno tracciato il solco sul quale poter costruire le nuove istituzioni europee, ma la parola finale spetterà ai cittadini che sceglieranno a fine maggio i nuovi membri del Parlamento che siederanno a Bruxelles e Strasburgo.

L’alleanza Visegrad-Israele è gia morta

Il Ministro degli Esteri israeliano Katz accusa i polacchi di antisemitismo. L’alleanza con i nazionalisti europei non nasce nemmeno…

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

La Polonia bolla come «inaccettabili e razziste» le dichiarazioni del nuovo Ministro degli Esteri israeliano, Varsavia ritira la sua partecipazione al meeting Visegrad di Gerusalemme e, infine, la cancellazione tout court dell’incontro. Benjamin Netanyahu deve aver sudato freddo nei giorni scorsi, con l’inizio di una crisi diplomatica con la Polonia proprio sul più bello e, soprattutto, in piena campagna elettoraleIsrael Katz ha affermato che «i polacchi allattano l’antisemitismo col latte delle loro madri», una frase che ha fatto infuriare il Primo Ministro Mateusz Morawiecki che ha, così, cancellato il viaggio in Israele. Il contesto nel quale queste vicende si sono succedute parte dalla capitale polacca, dove nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno organizzato un meeting per discutere le problematiche del Medio Oriente. L’evento, al quale hanno partecipato il Vicepresidente Usa Mike Pence e il Segretario di Stato Mike Pompeo, è stato un tentativo mal riuscito di dividere l’Europa sulla questione Iran. A Varsavia non si sono viste figure di spicco di Francia e Germania né tantomeno l’Alto Rappresentante Ue per la politica estera Federica Mogherini: un evidente boicottaggio da parte del gruppo di Paesi fermamente impegnati nel rispetto del trattato sul nucleare.

polonia-israele.jpg

Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che si ritrovano accomunate su idee euroscettiche, anti migranti e sovraniste, si sarebbero dovute riunire a Gerusalemme col nuovo alleato, Israele. Ma la nuova alleanza scricchiola dalle fondamenta e questo potrebbe costare a Netanyahu qualche voto alle prossime elezioni di aprile. D’altro canto, i partiti di destra e xenofobi come Fidesz di Viktor Orbàn volano nei sondaggi dell’Europarlamento, che per la prima volta vedrebbe PPE e PSE incapaci di formare da soli una maggioranza.

@melonimatteo

Arabia Saudita al bando!

L’Arabia Saudita nella lista nera Ue per riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Freddezza da Washington…

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

L’Arabia Saudita non fa abbastanza contro i finanziamenti al terrorismo e per il riciclaggio di denaro: ne è convinta Věra Jourová, Commissario Europeo alla Giustizia, che nella giornata di ieri ha spiegato in conferenza stampa le motivazioni che hanno indotto la Commissione a inserire Riyad e altri 22 Paesi — tra cui Corea del Nord, Iran, Pakistan, Afghanistan, Siria e Tunisia — nella lista nera. «L’Unione Europea ha le norme di lotta al riciclaggio più rigorose al mondo, non possiamo far penetrare nel nostro sistema denaro sporco, linfa vitale della criminalità organizzata e del terrorismo». Vere e proprie accuse verso i sauditi, un colpo per le relazioni con l’Ue. Bruxelles ha così inviato un avvertimento alla famiglia reale, dopo il caso del giornalista Jamal Khashoggi barbaramente ucciso nell’Ambasciata dell’Arabia Saudita di Istanbul e alla luce del prosieguo della guerra in Yemen, che vede Riyad protagonista nei bombardamenti che hanno avuto come target obiettivi civili.

Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman and Jordan's King Abdullah II ibn Al Hussein attend the investment conference in Riyadh

La decisione della Commissione Europea, che dovrà essere vagliata dal Parlamento Europeo, non è piaciuta al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che in una nota ha fatto sapere di non condividere la mossa di Bruxelles. «Abbiamo significative preoccupazioni sul modo in cui la lista è stata redatta» — spiegano da Washington — «perché l’organo che stabilisce gli standard per combattere il riciclaggio di denaro e il finanziamento al terrorismo è il Financial Action Task Force». Secondo il governo statunitense, inoltre, la Commissione non avrebbe dato la possibilità ai Paesi inseriti nella lista di adoperarsi per mettere in atto le richieste dell’Europa. Un vero e proprio scontro frontale tra Stati Uniti e Unione Europea, con Washington dalla parte dell’alleato saudita. L’intervento del Department of the Treasury, inoltre, «rigetta l’inclusione di Porto Rico, Guam, Isole Vergini e Samoa nella lista», territori non incorporati degli Stati Uniti, e lamenta il non aver potuto discutere con la Commissione Europea questa scelta.

@melonimatteo

Le ultime carte di Theresa May

Il Presidente Tusk: “Come sarà l’inferno per i promotori della Brexit?”

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

In pochi giorni potrebbe accadere di tutto. O forse no. Theresa May, oggi a Bruxelles, tenterà disperatamente di raggiungere un nuovo accordo con l’Unione Europea in un clima infuocato. Durante la recente visita in Irlanda del Nord, il Primo Ministro ha discusso con gli alleati a Westminster del Democratic Unionist Party (DUP), e con Sinn Féin, Social Democratic and Labour Party, Ulster Unionist Party e Alliance Party. Il nodo rimane il backstop, l’accordo che garantisce un confine non rigido tra Irlanda e Irlanda del Nord. In caso di chiusura del confine, le implicazioni sono gravissime: da una parte, grandi svantaggi economici per l’Irlanda del Nord; dall’altra — fattore ancor più delicato — la messa in discussione del Good Friday Agreement, il trattato di pace sottoscritto nel 1998. Per Arlene Fosterleader del DUP, il backstop «è un accordo tossico perché mette a rischio l’unita del Regno Unito». Ma Bruxelles non accetterà facilmente l’eventuale fine del backstop, né una modifica all’accordo.

An EU flag gets in the face of two bystanders outside the Houses of Parliament in London

Nella giornata di ieri Donald Tusk, durante la conferenza stampa successiva all’incontro col Premier irlandese Leo Varadkar, ha detto ai giornalisti che «l’Unione Europea è il primo e più avanzato progetto di pace: noi non la metteremo a rischio». In un passaggio del suo discorso, il Presidente del Consiglio Europeo ha affermato: «Mi chiedo come sia quel posto speciale all’inferno per coloro che hanno appoggiato la Brexit senza neanche avere la bozza di un piano per realizzarla in sicurezza». Parafrasando Shakespeare: to backstop, or not to backstop, that is the question. Ma con la pace non si scherza.

@melonimatteo

Ad Aquisgrana il nuovo patto franco-tedesco

Sulla cartina geografica, una delle tante città del nord Europa. Eppure, Aquisgrana rappresenta l’essenza europea: nessun confine, nessun nemico. Sui social, tante le fake news diffuse sul nuovo trattato

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Mentre il governo italiano utilizza un linguaggio riottoso verso Parigi, Francia e Germania sembrano parlare la stessa lingua. E pensare che solo pochi anni fa i due Paesi erano acerrimi nemici: sono questi i miracoli che si avverano grazie alla visione europeista che, in questi tempi difficili, non bisogna mai dimenticare.

Nel 1963 Konrad Adenauer e Charles de Gaulle firmarono il Trattato dell’Eliseo: passaggio fondamentale, nei rapporti tra i due Stati confinanti, per scrivere nero su bianco la nuova alleanza. Armonia in politica estera, sulla difesa, sulla cooperazione europea. Oggi, in un clima di sfiducia generale verso l’Ue, quei principi vengono rafforzati ad Aquisgrana da Angela Merkel e Emmanuel Macron. La Cancelliera afferma che il nuovo trattato è necessario «di fronte al crescente populismo e nazionalismo». Il Presidente francese sottolinea che «i nazionalismi minacciano l’Europa» e che «Francia e Germania devono assumersi la responsabilità di parlare con una voce sola».

Angela Merkel and Emmanuel Macron sign Treaty of Aachen

German Chancellor Angela Merkel and French President Emmanuel Macron hug during a signing of a new agreement on bilateral cooperation and integration, known as Treaty of Aachen, in Aachen, Germany, January 22, 2019. REUTERS/Wolfgang Rattay

Europa è la parola comune per Germania e Francia. Nel trattato, infatti, si ribadisce che la collaborazione Berlino-Parigi è da intendersi nel contesto della politica europea e con l’intento di rafforzare la politica estera, l’unione economica e quella monetaria. Ma la nuova firma non è andata giù ai partiti di estrema destra, specie in Francia. Che sui social media si sono scatenati con la diffusione di fake news da parte dei supporter di Marine Le Pen. Alcune di queste false notizie affermano che, con l’accordo, la Francia avrebbe ceduto alla Germania l’Alsazia e la Lorena e prestato il seggio permanente al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Cospirazioni disperate e teorie del complotto che fanno irresponsabilmente leva sui più reconditi sentimenti di parte dell’elettorato.

@melonimatteo

Brexit, no all’accordo: è caos sull’uscita della Gran Bretagna dall’Ue

Grave sconfitta per il governo May che dovrà presto fare i conti con un voto di sfiducia e prendere tempo con Bruxelles

Articolo pubblicato su Eastwest il 16 gennaio 2019

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Il Parlamento britannico ha severamente bocciato l’accordo sulla Brexit concordato tra l’Unione Europea e il governo di Theresa May. Con 432 voti contrari, Westminster ha palesemente sconfessato la linea dell’esecutivo, facendo piombare la Gran Bretagna nello stallo più assoluto. Il voto di ieri sulla Brexit — che si sarebbe dovuto tenere l’11 dicembre — ha spaccato i Tories (118 conservatori contro l’accordo) e ha visto i Laburisti compattarsi su un ‘no’ deciso che configura scenari inaspettati. L’unica certezza l’ha espressa il leadersocialista Jeremy Corbyn, affermando che presenterà una mozione di sfiducia, da discutere nella giornata odierna. Il Primo Ministro May ha sottolineato che «abbiamo bisogno di confermare se questo governo ha ancora la fiducia della Camera».

In caso di sfiducia, un nuovo governo deve ricevere il supporto della Camera entro 14 giorni. In caso contrario, verranno indette nuove elezioni. Se Theresa May e il suo esecutivo (compresi i membri del nord irlandese Democratic Unionist Party) venissero riconfermati, la Gran Bretagna avrà bisogno di tempo per valutare una nuova strategia, con la deadline del29 marzo sempre più vicina.

Le reazioni dall’Ue non si sono fatte attendere. Il Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker invita la Gran Bretagna a chiarire le proprie intenzioni il prima possibile. Il Presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk si chiede: «Se un accordo è impossibile, e nessuno lo vuole, chi avrà il coraggio di dire qual è l’unica positiva soluzione possibile»?

Questa è la più grande sconfitta di un governo di Sua Maestà alla House of Commons dal 1924.

20 marzo, la data che unisce Ilaria Alpi, Nicolas Sarkozy e l’Iraq

Una giornata, tanti eventi storici che hanno segnato il nostro recente

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Talvolta il destino unisce storie diverse in maniera beffarda e oggi, 20 marzo, non è una data semplice da raccontare.

Infatti, il 20 marzo del 1994 la giornalista Rai Ilaria Alpi e il cineoperatore Miran Hrovatin furono uccisi, colpevoli d’aver svolto il loro compito: ricercare la verità. Quella verità spesso difficile da nascondere. Così come le false verità che portarono gli Stati Uniti e altre Nazioni in malafede, il 20 marzo del 2003, ad invadere l’Iraq, in quella che fu una delle più gravi destabilizzazioni della storia recente.

france-nicolassarkozy-kadhafi

© Patrick Kovarik, AFP

Come quella del nord Africa, voluta principalmente dalla Francia di Nicolas Sarkozy che oggi, 20 marzo 2018, si trova in stato di fermo con l’accusa d’aver ricevuto finanziamenti illeciti dalla Libia di Mu’ammar Gheddafi nel 2007. Si parla di 50 milioni di euro – così come affermato dallo stesso capo della Rivoluzione Verde e da suo figlio – che aiutarono Sarkozy a diventare Presidente della Repubblica francese.

Corsi e ricorsi storici che dovrebbero servirci da lezione sulla gestione delle attuali e future crisi, in un mondo della politica e dell’informazione che si basa sempre più – e sempre si è basato – sulle fake news.

Migranti, le colpe dell’Europa nella crisi

Sara Bergamaschi, ex funzionaria delle Nazioni Unite, spiega le dinamiche esistenti dietro la crisi dei migranti: “economia, lobby e accordi con Governi corrotti”

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Questo articolo è apparso per la prima volta su Il Manifesto Sardo

Fame, guerra e violenza spingono ogni anno centinaia di migliaia d’esseri umani ad abbandonare le loro terre d’origine, gli affetti e le proprie abitazioni alla ricerca di una speranza, lontani dalla paura di poter perdere la vita da un momento all’altro. Uomini, donne e bambini cercano rifugio e protezione in quelle Nazioni occidentali che tanto fanno fatica ad organizzare una macchina dell’accoglienza capace di prestare attenzione alle voci di disperazione dei migranti provenienti dal Sudan o dall’Eritrea, dall’Etiopia o dalla Siria, dalla Nigeria o dalla Somalia. Secondo l’OIM nel 2017 sono più di 116 mila gli arrivi via mare nel Mediterraneo, di cui circa 97 mila sbarcati nella sola Italia. “Se io mi trovassi in una guerra, vorrei che i Governi fossero solidali con la mia condizione, non vorrei essere respinta”, afferma Sara Bergamaschi, per 4 anni funzionaria delle Nazioni Unite, e fino a marzo 2017 con l’UNHCR a Gaziantep, al confine con la Turchia. Bergamaschi, laureata alla Sciences Po di Parigi, ha lavorato in Iraq, Egitto, Giordania, Marocco e Stati Uniti, avendo vissuto veri e propri pezzi della storia recente, come le manifestazioni in Piazza Tahrir al Cairo e l’ondata migratoria di milioni di profughi siriani in molti centri urbani della Turchia e nei campi gestiti dal Governo turco. Sara Bergamaschi si dedica a tempo pieno alla ONG di cui fa parte da 6 anni, SAHR – Strategic Advocacy for Human Rights – che lavora per programmi di accesso alla giustizia per donne in Afghanistan, India e nel Medio Oriente.

Bergamaschi, secondo lei come è gestita la crisi dei migranti?

Lucro, utilitarismo, false promesse, corruzione e opportunismo, con diversi gradi, sono gli elementi che portano avanti la gestione della crisi dei migranti. Bisogna stare molto attenti a quanto si legge e si ascolta. Non bisogna smettere di interrogarsi sulla veridicità delle informazioni che si ricevono. I fondi per l’assistenza umanitaria della crisi migratoria arrivano dagli stessi Governi che le crisi le creano con le loro politiche non eque, legate agli affari e alle banche. Per capire si dovrebbero sempre seguire i soldi, non dati per scopi umanitari, ma per zittire l’opinione pubblica in modo che non venga alla luce il vero meccanismo in atto.

Cosa intende?

Pensiamo al ruolo delle grandi compagnie di petrolio e gas, delle industrie multinazionali e militari, dove l’Italia risulta essere l’ottavo Paese al mondo per la loro esportazione, ai sostegni economici per i Governi corrotti, allo sfruttamento delle regioni da cui provengono gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie. Combattiamo l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare verdura e frutta ad un euro al chilo nei supermercati, facciamo funzionare il commercio equo, non compriamo prodotti dalle aziende che tengono i lavoratori in condizioni disumane. Per combattere le disuguaglianze globali dobbiamo essere pronti a rinunciare alle nostre garanzie e a parte dei privilegi generati dell’essere casualmente nati in queste parte del mondo. Il concetto rivoluzionario che io mi ripeto ogni giorno è che finche la mia vita, sulla carta e di fatto, sarà considerata più importante di quella di milioni di altre persone, non riusciremo a risolvere i problemi che affliggono le popolazioni migranti.

Come nasce la crisi migratoria?

Le popolazioni si sono sempre mosse, ma ora non c’è più la disponibilità ad accettare la loro venuta. Stiamo perdendo socialità: non abbiamo più voglia di condividere. In parte la causa nasce nel capitalismo, che ci ha portato ad una forma estrema di egoismo. La condivisione, nel bene e nel male, degli aspetti della vita, ci può salvare, facendoci sentire esseri umani.

L’Italia è davvero sola nel gestire la crisi?

Sono sempre stata critica sulle politiche italiane sull’immigrazione, ma sono rimasta ancor più allibita rispetto alle posizioni dei Sindaci di Marsiglia e di Barcellona che, recentemente, hanno letteralmente rifiutato l’approdo delle navi con i migranti a bordo. Una vera e propria mancanza d’umanità: se i sardi, i siciliani, i napoletani avessero detto no, avremmo un milione di cadaveri in mare. Il senso umano dei cittadini delle isole, che non si sono mai fatti incantare dalle politiche di stampo razzista, è puro buon senso: senza di loro la crisi sarebbe peggiore. Serve empatia: in che situazione vorresti ritrovarti se scappassi dal tuo Paese per trovare rifugio e asilo politico in un altro?

Ha ancora senso parlare di rifugiati economici e politici?

No, non ha senso. Si categorizza perché si vuole accogliere il meno possibile, ed è un punto di partenza sbagliato: siamo un’Europa delle fortezze, non dell’apertura. Stiamo fomentando la guerra dei poveri: che differenza c’è tra chi rischia di morire di fame e stenti e chi, invece, rischia di morire sotto le bombe? Il peso delle parole – rifugiato, migrante economico – è un espediente: la volontà politica è di rimandarli indietro dall’inizio.

La retorica del migrante che ruba il lavoro come può essere spiegata?

Se la totalità della popolazione capisse le dinamiche di sfruttamento economico dei nostri Governi, sarebbe un problema per i leader politici e l’industria delle armi. La frustrazione giusta e legittima dei popoli verso la classe politica viene in qualche modo zittita attraverso il modo di vivere della nostra società. E “aiutiamoli a casa loro” è un facile slogan che fa presa sulla popolazione. La nostra colpa è la divisione: in molti si vantano di vivere nel regno dell’informazione mentre, in realtà, la situazione surreale che viviamo porta un cittadino ad avere meno accesso e tempo alla verità. Passa il messaggio che i migranti economici rubano il lavoro agli italiani, e dunque è legittima la rabbia nei loro confronti.

Quanto è importante l’aspetto umano nella gestione dei migranti?

Serve volontà nell’ascoltare i bisogni di chi si ha davanti, dare ai profughi interazione umana e amicizia, non solo aiuto paternalistico. Ci sono tante persone eccezionali che lavorano nel campo umanitario. Una di queste è Nawal Soufi, attivista italo-marocchina che ha passato gli ultimi 5 anni prendendo le coordinate geografiche dei profughi che stavano affondando in mare tramite i messaggi su WhatsApp. Con l’aiuto della guardia costiera, Nawal ha sempre attivato le operazioni di salvataggio. La sola forza di volontà di una persona può cambiare tante vite. Lei vive dello stesso soffio di vita del quale vivo io, ha il mio stesso sguardo verso la vita: ci indigniamo quando l’umanità viene sopraffatta e agiamo di conseguenza senza paure o remore. Ho cercato col mio network ad andarle incontro: mi sono affidata alle intenzioni di solidarietà di una persona che faceva ciò che avrei fatto io stessa.

Qual è la strada per una migliore accoglienza?

E’ necessaria una doppia presa di consapevolezza. Da parte dei cittadini, chiedersi se i Governi e l’informazione raccontano la verità: quali sono le intenzioni del politico che parla, del giornalista che scrive, da cosa essi sono motivati. I Governi, invece, dovrebbero accordarsi per una vera solidarietà, avere il coraggio politico di andare contro i poteri forti, le multinazionali, l’industria delle armi.