Categoria: Europa

Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.

Milano, ucciso dalla polizia attentatore di Berlino

L’italiana Fabrizia Di Lorenzo ha perso la vita nell’attacco al mercato di Natale della capitale tedesca 

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Anis Amri, radicalizzatosi nel carcere di Palermo, compie una strage a Berlino e trova la morte a Milano.

Il presunto attentatore di Berlino, Anis Amri


Dopo il provvedimento d’espulsione, la Tunisia ne rifiuta il trasferimento, e di Amri si perdono le tracce.

Un corto circuito – né il primo, né l’ultimo – che ha portato alla morte di vite innocenti.

Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia in Turchia, ucciso ad Ankara

Venti di guerra scuotono l’Europa e il Vicino Oriente, come nel 1914. Risale la tensione alla fine di un 2016 maledetto

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

E’ morto l’Ambasciatore russo ad Ankara Andrey Karlov.

Il diplomatico è stato colpito alle spalle, con colpi alla schiena e alla testa, durante l’inaugurazione di una mostra.

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Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia ad Ankara

Il Ministro degli Interni turco Suleyman Soylu ha raggiunto il luogo dell’attentato appena appresa la notizia.

Almeno altre tre persone sono state colpite dall’attentatore.

L’attentatore avrebbe urlato “Aleppo” e “vendetta” nel momento dell’aggressione al diplomatico russo.

 La Prima Guerra mondiale è scoppiata in seguito all’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono di Austria-Ungheria Francesco Ferdinando. 

La Terza Guerra mondiale potrebbe scoppiare in seguito all’assassinio ad Ankara dell’Ambasciatore russo Andrey Karlov.

Brexit, le lacrime di coccodrillo dell’Economist

Le responsabilità del settimanale londinese con l’endorsement a David Cameron nel 2015 sono incontrovertibili

da Sputnik del 27 giugno 2016

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Il settimanale britannico The Economist è la bibbia – che piaccia o meno – per chiunque voglia comprendere le dinamiche internazionali sia a livello economico che politico. Ed essendo nato e sviluppatosi a Londra ha una vicinanza con la realtà del Regno Unito che dovrebbe garantirgli una sufficiente agevolezza nell’individuare le migliori soluzioni per il popolo di Sua Maestà. Nel caso della Brexit ciò non è accaduto.

La copertina dell’Economist del 2 maggio 2015

Rimasi stupito dall’effervescenza con la quale appoggiò nel 2015 David Cameron per un secondo mandato come Premier britannico. La stabilità prima di tutto, direte in tanti. Ma i rischi di un altro quadriennio Conservatore, a mio parere, superavano di gran lunga quelli legati ad un eventuale governo Laburista guidato da Ed Milliband.

Nell’articolo intitolato ‘Who should govern Britain‘ l’Economist scriveva che “nonostante i rischi per l’Europa, la coalizione guidata da David Cameron dovrebbe avere una seconda chance”, sostenendo che lo sforzo dei Tories nell’abbattere il debito pubblico fosse abbastanza per una nuova elezione.

Ammettendo l’esistenza di una Europhobia tra i Conservatori, l’articolo continuava affermando che “un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe un disastro” per entrambi. “Su questo – continuava l’Economist – i Laburisti e i Liberal Democratici hanno una posizione migliore. Ma sono così tanti i sospetti che i cittadini nutrono verso Bruxelles che un referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’UE pare inevitabile. Questo giornale – aggiungeva l’editorial board – deve scegliere tra un governo dominato dai Conservatori o uno guidato dai Laburisti. Nonostante i rischi sull’Europa, la scelta migliore è il Partito Conservatore di Cameron”.

Parole nette e senza bisogno di grandi interpretazioni: l’Economist ha emesso un endorsement decisivo per l’oggi uscente Primo Ministro britannico nonostante ciò avrebbe potuto significare un abbandono del Paese dall’UE, fatto che, a detta loro, sarebbe stato una catastrofe. Non c’è logicità nel loro ragionamento.

Nel giorno dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE il giornale londinese intitola ‘A tragic split‘ un articolo nel quale ci si chiede come “minimizzare il danno di un colpo senza senso e autoinflitto”. A me fa sorridere: la stampa ha una grave responsabilità sull’uscita del Paese dall’Unione, e assumersi una parte delle colpe per la retorica portata avanti durante l’ultima campagna elettorale è il minimo che si dovrebbe fare.

“Un’economia permanentemente meno vibrante significa meno posti di lavoro, minor gettito fiscale, extra austerità. Ci sarà – continua il giornale londinese – un lungo periodo di dolorosa incertezza. E’ un pericolo il fatto che la Gran Bretagna diventerà più chiusa, più isolata e meno dinamica. E sarebbe un male per tutti se diventasse una Little Britain, e questo portasse ad una Little Europe”.

Caro Economist, hai toppato. E stavolta irrimediabilmente.

Brexit, una catastrofe democratica

Il 51,9% contro il 48,1% degli elettori britannici decide di lasciare l’Unione Europea. Ma pesa il voto degli over 65: il 60% per l’uscita, mentre il 75% degli lettori nella fascia 18-24 vota per “remain”

da Il Manifesto Sardo del 24 giugno 2016

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Sembra lontanissima la morte di Jo Cox, brutalmente assassinata qualche giorno fa da un estremista favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Ora che la ‪#‎Brexit‬ è realtà si può affermare che la democrazia vince, ancora una volta. Il popolo è sovrano.

Ma è la Gran Bretagna che cade a pezzi. Crolla la sterlina, si spacca il Partito Conservatore, il Paese è diviso a metà e con il multipartitismo alle porte.

Una delle analisi più interessanti lette alla vigilia del voto sostiene che presto ci sarà un nuovo referendum per la Scozia che poi, dopo essersi resa indipendente, chiederà l’annessione all’Unione Europea.

Vince lo Ukip guidato da Nigel Farage, scaricato proprio ieri da Beppe Grillo. Perde il Primo Ministro David Cameron, che insieme a Jeremy Corbin e Sadiq Khan ha speso tutto sulla permanenza del suo Paese nell’UE.

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L’Europa perde una voce che permetteva un bilanciamento delle posizioni tedesche. Servirà maggiore equità nell’eurogruppo, consci del fatto che da soli non si può restare, a meno che non ci si voglia esporre a quelle forze economiche che fagociterebbero in un battibaleno qualunque Stato senza forti ancoraggi produttivi e di ricchezza reale.

Emma Bonino: sul terrorismo e il mondo islamico

All’ISPI l’incontro con l’ex Ministro degli Esteri italiano e leader radicale

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Emma Bonino, membro del ECFR e Paolo Magri, Direttore ISPI

Si sente nella diplomazia italiana la mancanza di una figura come Emma Bonino. Nel corso dell’incontro organizzato dall’ISPI e moderato dal Direttore Paolo Magri, dal titolo “Terrorismo: uniti o impotenti?” la Bonino, nonostante la recente perdita del compagno di tante battaglie con il Partito Radicale Marco Pannella, ha affrontato di petto il tema, garantendo un equilibrio magistrale alla discussione e stigmatizzando l’insorgenza dei populismi che, negli ultimi anni, hanno tentato di prendere il sopravvento delle vecchie cancellerie europee. La mezza vittoria dei Verdi nelle elezioni austriache è il sintomo pratico di un malcontento generale, alimentato dai partiti xenofobi che soffiano sul fuoco dell’intolleranza verso i migranti in arrivo nel nostro continente. “Chiunque proponga semplici soluzioni sta imbrogliando”, dice la Bonino, sostenendo che “prima di esercitarci in proposte assurde come i muri, i bombardamenti dei barconi e indegne proposte del genere dovremmo farci una doccia fredda la mattina. In questa Europa dove ognuno vuol tornare al proprio Stato Nazione – prosegue la leader Radicale – io dico: c’è bisogno di più integrazione”.

“Terrosismo, parola politica”

Bonino, membro del prestigioso European Council on Foreign Relations, spiega come “non esiste una definizione universale su cosa sia il terrorismo, diversamente dalla guerra e dal genocidio, per i quali si è trovato un accordo nelle sedi internazionali. Terrorismo – continua Bonino – è una parola politica. Pensiamo allo status riservato ad Hezbollah: nell’agosto del 2013 vengono definiti terroristi dall’Unione Europea, ma il mondo arabo è contrario a questa definizione”. E ricorda come, al contrario di quello che accade oggi, nel corso della storia sia esistito un terrorismo senza matrici religiose ma, piuttosto, ideologiche: gli esempi principali si trovano nelle Brigate Rosse in Italia, e nella Banda Baader-Meinhoff in Germania.

Il video dell’incontro “Terrorismo: uniti o impotenti?”

“Spesso stereotipiamo l’idea di terrorismo legato all’Islam – afferma Emma Bonino – dimenticandoci di quanto sia composita la religione islamica: ad esempio, gli sciiti non hanno l’idea del terrorismo individuale, ma di gruppo. E ci sono diverse interpretazioni dell’Islam: quello tunisino è completamente diverso da quello saudita, così come quello marocchino ha una sua fattispecie rispetto a quello delle Monarchie del Golfo”. E, criticando l’alleanza occidentale con i sauditi, sottolinea quanto sia forte il “riferimento culturale wahabbita, fatto di un jihad violento e basato sulla sharia. Eppure l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo sono sempre stati nostri alleati e, nonostante l’11 settembre, l’alleanza con l’Occidente non è stata scalfita”. All’epoca, l’Asse del Male era composto da Iran, Korea del Nord, Iraq. “E solo adesso – dice l’ex Ministro degli Esteri – si chiede qualche conto ai vari governi sul modo di agire rispetto al terrorismo”.

Daesh, Europa, Foreign Fighters

Degli attentati sul suolo europeo – Madrid, Parigi, Brussels – Emma Bonino dice che, a suo avviso, possiamo solo dare nostre interpretazioni. Certo è che “Daesh ha grandi capacità, una mobilità straordinaria, ed un incredibile utilizzo delle professionalità. Per non parlare dei simbolismi: su tutti, le varie decapitazioni avvenute che hanno visto gli ostaggi in tuta arancione, come i carcerati di Guantanamo”. Ma la motivazione che spinge gli individui a schierarsi con lo Stato Islamico non è la povertà: “In tanti Paesi poveri – spiega la Bonino – il terrorismo non si è sviluppato”.

Daesh non è altro che ideologia a fini di potere, per questo è difficile combatterlo militarmente

E sui Foreign Fighters ricorda come “non sono solo cittadini di terza o quarta generazione, ma anche europei DOC, appartenenti a famiglie della borghesia medio-alta. Daesh non è altro che ideologia a fini di potere, per questo è difficile combatterlo militarmente”. Esiste una soluzione? “Senz’altro servirebbe più attenzione verso l’emigrazione femminile: le donne hanno bisogno di più libertà visti i Paesi dai quali arrivano, e sono loro – racconta Emma Bonino – che hanno maggiormente a che fare con le istituzioni e la burocrazia. Per questo motivo hanno un atteggiamento diverso verso l’integrazione. Ma integrazione è diritti e anche doveri, da una pare e dall’altra. L’Italia – continua la leader Radicale – ha

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Un momento dell’incontro con Emma Bonino a Palazzo Clerici, sede dell’ISPI a Milano

bisogno di integrazione visto il declino demografico europeo. A 300 chilometri da casa nostra abbiamo un giardino di infanzia. Gli abitanti della costa sud del Mediterraneo sono più di 400 milioni. La Nigeria da sola nel 2050 avrà più abitanti di tutta l’Eurozona: Asia e Africa in crescita altissima, un po’ meno l’America Latina, poco o niente l’Europa”. Maggiore integrazione, migranti visti come risorsa, e più attenzione verso le donne. “L’autonomia femminile – ribadisce la Bonino – è uno degli antidoti più importanti. E ricordiamoci che i Paesi ad elevata natalità non sono poveri perché fanno tanti figli, ma fanno tanti figli perché sono poveri”.

Migranti, Bagnasco e Maroni attaccano l’ONU: “Come affronta la tragedia?”

Le Nazioni Unite nel mirino della Chiesa e della Lega Nord

di Matteo Meloni

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“Mi chiedo se questi organismi internazionali come l’Onu, in modo particolare, che raccoglie il potere politico ma anche il potere finanziario, hanno mai affrontato in modo serio e deciso questa tragedia umana”. Il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo Bagnasco, se la prende col Palazzo di Vetro per la sua incapacità nell’affrontare la crisi dei migranti. Gli fa eco Roberto Maroni che, sul suo profilo Facebook, scrive:


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La riunione del Consiglio Nord Atlantico

Sul tavolo della NATO gli attacchi al confine turco e la nuova strategia di Ankara verso l’Isis

di Matteo Meloni

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Press Conference NATO Secretary General Jens Stoltenberg

Il Segretario Generale della NATO, Jensn Stoltenberg. Photo: http://www.nato.int

Oggi il Consiglio Nord Atlantico, composto dai 28 ambasciatori dei Paesi membri della NATO, si riunisce su richiesta dellaTurchia per discutere dei recenti attacchi subiti al confine con la Siria. Ankara manda avanti parallelamente due operazioni militari: contro i curdi del PKK, rei d’aver ucciso nel sonno due poliziotti nella citta di Adiyaman, e di aver causato l’esplosione di un gasdotto al confine tra Iran e Turchia, e contro lo Stato Islamico, all’indomani del sanguinoso attentato del 20 luglio nella citta di Suruç che ha portato alla morte di 30 persone. La Turchia si è appellata all’articolo 4 del Patto Atlantico, che prevede la consultazione degli altri membri nel caso in cui l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata.
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Islam e immigrazione, uno studio dimostra quanto la distorsione mediatica incide sulla percezione dei cittadini

di Matteo Meloni

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L’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 ha segnato un punto di svolta nel rapporto tra il mondo occidentale e quello musulmano, incrinando inesorabilmente la percezione dei cittadini – soprattutto europei – verso la fede islamica. La guerra al terrorismo di matrice musulmana portata avanti contro il regime talebano prima, e dalla Coalition of the Willing poi – coalizione composta, tra i tanti, da Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Paesi Bassi, Spagna, Turchia – ha permesso ai media internazionali e nazionali di concentrare il maggior flusso di notizie sul mondo islamico, evidenziandone prettamente le negatività. Una generale sensazione di paura si è diffusa nell’opinione pubblica mondiale, cresciuta con le varie azioni violente condotte da Al Qaeda con gli attentati di Madrid nel 2004, Londra nel 2005, e, più recentemente, da alcuni membri dello Stato Islamico alla redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo.
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Reporters Sans Frontières: in aumento le violenze contro i giornalisti

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

119 giornalisti rapiti, 66 uccisi, 178 imprigionati: i dati del round-up 2014 di Reporters Sans Frontières sono impietosi, e mostrano come il lavoro giornalistico, la libertà di stampa e il diritto di critica siano continuamente sotto attacco di governi, gruppi terroristici e di pressione. La violenza verso i giornalisti ha subìto un’impennata senza precedenti, con atti ostili e barbari finalizzati alla propaganda ideologica, col chiaro scopo di intimidire – ed oscurare – la ricerca della verità.

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Istanbul, la folla riunita per la commemorazione della morte di Hrant Dink di fronte alla sede del giornale Agos. Photo: Ozan Kose, Afp

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