Categoria: Europa

Migranti, le colpe dell’Europa nella crisi

Sara Bergamaschi, ex funzionaria delle Nazioni Unite, spiega le dinamiche esistenti dietro la crisi dei migranti: “economia, lobby e accordi con Governi corrotti”

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Questo articolo è apparso per la prima volta su Il Manifesto Sardo

Fame, guerra e violenza spingono ogni anno centinaia di migliaia d’esseri umani ad abbandonare le loro terre d’origine, gli affetti e le proprie abitazioni alla ricerca di una speranza, lontani dalla paura di poter perdere la vita da un momento all’altro. Uomini, donne e bambini cercano rifugio e protezione in quelle Nazioni occidentali che tanto fanno fatica ad organizzare una macchina dell’accoglienza capace di prestare attenzione alle voci di disperazione dei migranti provenienti dal Sudan o dall’Eritrea, dall’Etiopia o dalla Siria, dalla Nigeria o dalla Somalia. Secondo l’OIM nel 2017 sono più di 116 mila gli arrivi via mare nel Mediterraneo, di cui circa 97 mila sbarcati nella sola Italia. “Se io mi trovassi in una guerra, vorrei che i Governi fossero solidali con la mia condizione, non vorrei essere respinta”, afferma Sara Bergamaschi, per 4 anni funzionaria delle Nazioni Unite, e fino a marzo 2017 con l’UNHCR a Gaziantep, al confine con la Turchia. Bergamaschi, laureata alla Sciences Po di Parigi, ha lavorato in Iraq, Egitto, Giordania, Marocco e Stati Uniti, avendo vissuto veri e propri pezzi della storia recente, come le manifestazioni in Piazza Tahrir al Cairo e l’ondata migratoria di milioni di profughi siriani in molti centri urbani della Turchia e nei campi gestiti dal Governo turco. Sara Bergamaschi si dedica a tempo pieno alla ONG di cui fa parte da 6 anni, SAHR – Strategic Advocacy for Human Rights – che lavora per programmi di accesso alla giustizia per donne in Afghanistan, India e nel Medio Oriente.

Bergamaschi, secondo lei come è gestita la crisi dei migranti?

Lucro, utilitarismo, false promesse, corruzione e opportunismo, con diversi gradi, sono gli elementi che portano avanti la gestione della crisi dei migranti. Bisogna stare molto attenti a quanto si legge e si ascolta. Non bisogna smettere di interrogarsi sulla veridicità delle informazioni che si ricevono. I fondi per l’assistenza umanitaria della crisi migratoria arrivano dagli stessi Governi che le crisi le creano con le loro politiche non eque, legate agli affari e alle banche. Per capire si dovrebbero sempre seguire i soldi, non dati per scopi umanitari, ma per zittire l’opinione pubblica in modo che non venga alla luce il vero meccanismo in atto.

Cosa intende?

Pensiamo al ruolo delle grandi compagnie di petrolio e gas, delle industrie multinazionali e militari, dove l’Italia risulta essere l’ottavo Paese al mondo per la loro esportazione, ai sostegni economici per i Governi corrotti, allo sfruttamento delle regioni da cui provengono gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie. Combattiamo l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare verdura e frutta ad un euro al chilo nei supermercati, facciamo funzionare il commercio equo, non compriamo prodotti dalle aziende che tengono i lavoratori in condizioni disumane. Per combattere le disuguaglianze globali dobbiamo essere pronti a rinunciare alle nostre garanzie e a parte dei privilegi generati dell’essere casualmente nati in queste parte del mondo. Il concetto rivoluzionario che io mi ripeto ogni giorno è che finche la mia vita, sulla carta e di fatto, sarà considerata più importante di quella di milioni di altre persone, non riusciremo a risolvere i problemi che affliggono le popolazioni migranti.

Come nasce la crisi migratoria?

Le popolazioni si sono sempre mosse, ma ora non c’è più la disponibilità ad accettare la loro venuta. Stiamo perdendo socialità: non abbiamo più voglia di condividere. In parte la causa nasce nel capitalismo, che ci ha portato ad una forma estrema di egoismo. La condivisione, nel bene e nel male, degli aspetti della vita, ci può salvare, facendoci sentire esseri umani.

L’Italia è davvero sola nel gestire la crisi?

Sono sempre stata critica sulle politiche italiane sull’immigrazione, ma sono rimasta ancor più allibita rispetto alle posizioni dei Sindaci di Marsiglia e di Barcellona che, recentemente, hanno letteralmente rifiutato l’approdo delle navi con i migranti a bordo. Una vera e propria mancanza d’umanità: se i sardi, i siciliani, i napoletani avessero detto no, avremmo un milione di cadaveri in mare. Il senso umano dei cittadini delle isole, che non si sono mai fatti incantare dalle politiche di stampo razzista, è puro buon senso: senza di loro la crisi sarebbe peggiore. Serve empatia: in che situazione vorresti ritrovarti se scappassi dal tuo Paese per trovare rifugio e asilo politico in un altro?

Ha ancora senso parlare di rifugiati economici e politici?

No, non ha senso. Si categorizza perché si vuole accogliere il meno possibile, ed è un punto di partenza sbagliato: siamo un’Europa delle fortezze, non dell’apertura. Stiamo fomentando la guerra dei poveri: che differenza c’è tra chi rischia di morire di fame e stenti e chi, invece, rischia di morire sotto le bombe? Il peso delle parole – rifugiato, migrante economico – è un espediente: la volontà politica è di rimandarli indietro dall’inizio.

La retorica del migrante che ruba il lavoro come può essere spiegata?

Se la totalità della popolazione capisse le dinamiche di sfruttamento economico dei nostri Governi, sarebbe un problema per i leader politici e l’industria delle armi. La frustrazione giusta e legittima dei popoli verso la classe politica viene in qualche modo zittita attraverso il modo di vivere della nostra società. E “aiutiamoli a casa loro” è un facile slogan che fa presa sulla popolazione. La nostra colpa è la divisione: in molti si vantano di vivere nel regno dell’informazione mentre, in realtà, la situazione surreale che viviamo porta un cittadino ad avere meno accesso e tempo alla verità. Passa il messaggio che i migranti economici rubano il lavoro agli italiani, e dunque è legittima la rabbia nei loro confronti.

Quanto è importante l’aspetto umano nella gestione dei migranti?

Serve volontà nell’ascoltare i bisogni di chi si ha davanti, dare ai profughi interazione umana e amicizia, non solo aiuto paternalistico. Ci sono tante persone eccezionali che lavorano nel campo umanitario. Una di queste è Nawal Soufi, attivista italo-marocchina che ha passato gli ultimi 5 anni prendendo le coordinate geografiche dei profughi che stavano affondando in mare tramite i messaggi su WhatsApp. Con l’aiuto della guardia costiera, Nawal ha sempre attivato le operazioni di salvataggio. La sola forza di volontà di una persona può cambiare tante vite. Lei vive dello stesso soffio di vita del quale vivo io, ha il mio stesso sguardo verso la vita: ci indigniamo quando l’umanità viene sopraffatta e agiamo di conseguenza senza paure o remore. Ho cercato col mio network ad andarle incontro: mi sono affidata alle intenzioni di solidarietà di una persona che faceva ciò che avrei fatto io stessa.

Qual è la strada per una migliore accoglienza?

E’ necessaria una doppia presa di consapevolezza. Da parte dei cittadini, chiedersi se i Governi e l’informazione raccontano la verità: quali sono le intenzioni del politico che parla, del giornalista che scrive, da cosa essi sono motivati. I Governi, invece, dovrebbero accordarsi per una vera solidarietà, avere il coraggio politico di andare contro i poteri forti, le multinazionali, l’industria delle armi.

Migranti e Ong, la disinformazione di Vittorio Feltri

"In Africa non ci sono guerre, è la sinistra a salvare i migranti, dei profughi non interessa un cavolo a nessuno": parola del Direttore di Libero. Smontiamo pezzo per pezzo un articolo pieno zeppo di fake news

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Anno del Signore 2017, un caldissimo weekend di una estate rovente, sabato 5 agosto. Vittorio Feltri si alza di buon mattino e, dopo aver bevuto una tazza di caffè, fuma un po' la sua pipa pensando a come gettare altra benzina sul fuoco – disinformazione, notizie false, frasi pescate a caso e per sentito dire – attraverso il suo capolavoro giornalistico per eccellenza: Libero. Sì, mi riferisco proprio al quotidiano più amato da quella parte di italiani avvezzi all'odio verso i musulmani – bastardi islamici, ve lo ricordate? – o, in genere, misogini – patata bollente, titolo accattivante riservato al Sindaco di Roma, Virginia Raggi.

 

Sabato 5 agosto Vittorio Feltri osa, va oltre, e decide di raccontare tante false verità ai suoi lettori. Esagera talmente tanto che, in questa sede, è necessaria una vera e propria analisi del testo. Si intende, capiamo i problemi attuali del vecchio Direttore: a Milano, d'estate, l'afa è insopportabile e le sinapsi rallentano il ritmo, non permettendo al cervello di elaborare in maniera corretta una serie di informazioni, nonostante le conoscenze diffuse e il basso tasso d'analfabetismo esistente in Italia.

Gli africani non scappano da nessuna guerra

No, Vittorio Feltri, in Africa non sono in corso guerre e conflitti. Anche se, in effetti, non saprei come definirli onestamente: esecuzioni sommarie, terrorismo, Stati falliti in mano a fazioni di mercenari, così suona meglio? Boko Haram opera nella regione del Lago Chad: per essere gentile verso un uomo anziano quale lei è, mi permetto di ricordarle che dell'area sopracitata fanno parte Camerun, Niger, Nigeria e Ciad. Sono Stati africani, afflitti da una profonda crisi economica e sociale, dove circa 20 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Pensi, caro Feltri, che i rappresentanti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si sono pure recati in quella regione per vedere con i loro occhi la crisi in atto.

Nel 2016 – lo spiega l'UNHCR: è l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati anche se, probabilmente, i loro dati, non essendo prodotti da qualche società legata a gruppi neofascisti, potrebbero risultare non esatti secondo la capacità di comprendonio del suo pubblico di riferimento – il 15% dei migranti sbarcati sulle coste italiane proveniva dalla Nigeria, e poi ancora dall'Eritrea (rappresentante del 20% del totale degli arrivi del 2015), Paese guidato da un dittatore, e dalla Somalia (14% dei migranti arrivati nel 2015), Stato fallito dove le milizie di al-Shebaab sono responsabili dei massacri nella capitale. Nel 2017, al 30 giugno, sono arrivati in circa 4000 dal Sudan – ricorda il Darfur, Direttore Feltri? E la guerra civile in atto? E i cristiani uccisi? -, poco più di 1500 dalla Siria – immagino che su questo Paese qualche notizia le sia giunta in redazione – e altri 14000, sempre questa'anno, dalla Nigeria (ha sentito parlare dello sfruttamento per la prostituzione delle donne nigeriane, proprio nel nostro Belpaese?).

Il nostro governo di sinistra, non potendo scontentare i farabutti che si spacciano per anime candide, chiude entrambi gli occhi e asseconda le loro pretese di passare per samaritani pietosi. Il risultato è evidente

Eppure le polemiche sul Codice di Condotta per le Ong voluto dal Ministro dell'Interno Minniti sono feroci, tanto che Medici Senza Frontiere non ha firmato la misura voluta dal Governo Gentiloni. E che c'azzecca la sinistra? Neanche gli infiniti Governi della destra, a guida dell'ex-Cavaliere Silvio Berlusconi, sono riusciti a fermare l'arrivo dei migranti verso le coste italiane, in un frangente storico, tra l'altro, che vedeva ancora mantenuto lo status quo nei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo – Libia con Gheddafi, Siria con Assad, Egitto con Mubarak, Tunisia con Ben Ali. Nel 2008, così come riporta il Corriere della Sera, "dal 1˚ gennaio al 16 settembre sono sbarcati in tutta Italia 24.241 clandestini e (…) il loro numero è salito in appena un mese di 3.176 unità arrivando a 27.417 persone senza permesso. Tra loro ci sono 4.417 nigeriani, 4.320 somali, 2.918 eritrei, 2.514 tunisini".

Ma i vari Feltri in giro per il Paese – molti dei quali appartenenti ai Cinquestelle – dimenticano le tragedie avvenute nel Mediterraneo: tra il 2 e il 3 ottobre 2013 una barca con a bordo circa 500 migranti naufragò al largo di Lampedusa, causando la morte di 366 persone. Da lì, la necessità di un'operazione specifica e all'avanguardia, Mare Nostrum, che ha salvato circa 100 mila vite umane. Gli esseri umani, caro Vittorio Feltri, sono di destra o di sinistra? Continui pure con la sua pantomima sulla carta (straccia) e in televisione, il suo profondo valore umano è commisurato alle copie vendute da Libero ogni giorno in edicola.

Dei profughi non interessa un cavolo a nessuno se non quale occasione ghiotta onde accumulare quattrini con irrisoria facilità

Il suo egoismo, Direttore Feltri, è tanto forte da non riuscire a guardare in faccia la realtà: l'Italia è un Paese generoso e accogliente. Potrei, banalmente, citarle personaggi del calibro di Giusi Nicolini, già Sindaco di Lampedusa e vincitrice del Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell'Unesco, o Pietro Bartolo, medico in prima fila durante i soccorsi ai migranti nella strage di Lampedusa, che ha partecipato al documentario di Franco Rosi Fuocoammare, vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino. Persone che hanno dato lustro al nostro Paese grazie alla loro umanità e che, insieme ai volontari che giornalmente, gratuitamente, aiutano a migliorare la macchina dell'accoglienza, rendono la nostra società un posto migliore.

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Vede, caro Direttore, i giornalisti, specie i più navigati, dovrebbero guidare l'opinione pubblica verso una maggiore comprensione dei fatti, non per le vie dell'incomprensione e della facile demagogia. Personalmente, ho speranza che anche lei e i suoi lettori possiate sforzarvi a capire che il mondo è un posto complesso, dove le semplificazioni lasciano il tempo che trovano. Perché, alla fine dei conti, siamo tutti esseri umani, lei compreso.

Migranti, perché l’Europa ne ha bisogno

Nascite in picchiata nel Vecchio Continente che, senza nuovi cittadini, rischia di scomparire

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Nel 1950 quattro delle prime dieci Nazioni più popolose al mondo erano europee. A quasi 70 anni di distanza, il Paese del Vecchio Continente con più abitanti è la Germania, che si colloca al 16° posto nella classifica mondiale.

Nel 2016, afferma Eurostat, la popolazione dei Paesi dell’Unione Europea è cresciuta solo ed esclusivamente grazie alle popolazioni migranti, potenzialmente – se accolti e non respinti – nuovi cittadini europei. La Germania ha tenuto solo grazie ed esclusivamente ai richiedenti asilo provenienti dalla Siria. Irlanda, Francia, Norvegia e Gran Bretagna sono le uniche Nazioni a crescere autonomamente.

Il destino degli italiani? La nostra scomparsa in quanto popolazione. Il calo delle nascite repentino e inarrestabile, causato dai fattori che tutti conosciamo – instabilità economica, pochi incentivi a far figli, cambiamenti negli usi e costumi – ci porta ad essere nella condizione di aver bisogno di nuovi abitanti. 

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La questione migratoria, se fosse affrontata tecnicamente e non politicizzata, sarebbe riconosciuta come manna dal cielo per l’Italia che, senza l’inserimento nella società di nuovi cittadini, crollerà nella popolazione tra il 16 e il 18%. L’introduzione della legge sullo ius soli può, in tal senso, essere d’aiuto perché garantisce protezione a quei cittadini di serie B (sic!), italiani a tutti gli effetti ma privi di cittadinanza.

Non avendo una classe politica in grado di pensare al breve e lungo termine, la consapevolezza del futuro prossimo ricade necessariamente sui cittadini. Motivo per cui, è bene capirlo, è necessario ragionare sul modello più adatto per la nostra società.

Se seguissimo semplicemente i dettami della CostituzioneStato laico, diritto al lavoro, uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini – non dovremmo sforzarci tanto: per vivere la vita nell’Italia che verrà abbiamo già tutti gli strumenti a disposizione.

Per approfondimenti: https://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2017/07/daily-chart-6

Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.

Milano, ucciso dalla polizia attentatore di Berlino

L’italiana Fabrizia Di Lorenzo ha perso la vita nell’attacco al mercato di Natale della capitale tedesca 

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Anis Amri, radicalizzatosi nel carcere di Palermo, compie una strage a Berlino e trova la morte a Milano.

Il presunto attentatore di Berlino, Anis Amri


Dopo il provvedimento d’espulsione, la Tunisia ne rifiuta il trasferimento, e di Amri si perdono le tracce.

Un corto circuito – né il primo, né l’ultimo – che ha portato alla morte di vite innocenti.

Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia in Turchia, ucciso ad Ankara

Venti di guerra scuotono l’Europa e il Vicino Oriente, come nel 1914. Risale la tensione alla fine di un 2016 maledetto

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

E’ morto l’Ambasciatore russo ad Ankara Andrey Karlov.

Il diplomatico è stato colpito alle spalle, con colpi alla schiena e alla testa, durante l’inaugurazione di una mostra.

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Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia ad Ankara

Il Ministro degli Interni turco Suleyman Soylu ha raggiunto il luogo dell’attentato appena appresa la notizia.

Almeno altre tre persone sono state colpite dall’attentatore.

L’attentatore avrebbe urlato “Aleppo” e “vendetta” nel momento dell’aggressione al diplomatico russo.

 La Prima Guerra mondiale è scoppiata in seguito all’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono di Austria-Ungheria Francesco Ferdinando. 

La Terza Guerra mondiale potrebbe scoppiare in seguito all’assassinio ad Ankara dell’Ambasciatore russo Andrey Karlov.

Brexit, le lacrime di coccodrillo dell’Economist

Le responsabilità del settimanale londinese con l’endorsement a David Cameron nel 2015 sono incontrovertibili

da Sputnik del 27 giugno 2016

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Il settimanale britannico The Economist è la bibbia – che piaccia o meno – per chiunque voglia comprendere le dinamiche internazionali sia a livello economico che politico. Ed essendo nato e sviluppatosi a Londra ha una vicinanza con la realtà del Regno Unito che dovrebbe garantirgli una sufficiente agevolezza nell’individuare le migliori soluzioni per il popolo di Sua Maestà. Nel caso della Brexit ciò non è accaduto.

La copertina dell’Economist del 2 maggio 2015

Rimasi stupito dall’effervescenza con la quale appoggiò nel 2015 David Cameron per un secondo mandato come Premier britannico. La stabilità prima di tutto, direte in tanti. Ma i rischi di un altro quadriennio Conservatore, a mio parere, superavano di gran lunga quelli legati ad un eventuale governo Laburista guidato da Ed Milliband.

Nell’articolo intitolato ‘Who should govern Britain‘ l’Economist scriveva che “nonostante i rischi per l’Europa, la coalizione guidata da David Cameron dovrebbe avere una seconda chance”, sostenendo che lo sforzo dei Tories nell’abbattere il debito pubblico fosse abbastanza per una nuova elezione.

Ammettendo l’esistenza di una Europhobia tra i Conservatori, l’articolo continuava affermando che “un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea sarebbe un disastro” per entrambi. “Su questo – continuava l’Economist – i Laburisti e i Liberal Democratici hanno una posizione migliore. Ma sono così tanti i sospetti che i cittadini nutrono verso Bruxelles che un referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’UE pare inevitabile. Questo giornale – aggiungeva l’editorial board – deve scegliere tra un governo dominato dai Conservatori o uno guidato dai Laburisti. Nonostante i rischi sull’Europa, la scelta migliore è il Partito Conservatore di Cameron”.

Parole nette e senza bisogno di grandi interpretazioni: l’Economist ha emesso un endorsement decisivo per l’oggi uscente Primo Ministro britannico nonostante ciò avrebbe potuto significare un abbandono del Paese dall’UE, fatto che, a detta loro, sarebbe stato una catastrofe. Non c’è logicità nel loro ragionamento.

Nel giorno dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE il giornale londinese intitola ‘A tragic split‘ un articolo nel quale ci si chiede come “minimizzare il danno di un colpo senza senso e autoinflitto”. A me fa sorridere: la stampa ha una grave responsabilità sull’uscita del Paese dall’Unione, e assumersi una parte delle colpe per la retorica portata avanti durante l’ultima campagna elettorale è il minimo che si dovrebbe fare.

“Un’economia permanentemente meno vibrante significa meno posti di lavoro, minor gettito fiscale, extra austerità. Ci sarà – continua il giornale londinese – un lungo periodo di dolorosa incertezza. E’ un pericolo il fatto che la Gran Bretagna diventerà più chiusa, più isolata e meno dinamica. E sarebbe un male per tutti se diventasse una Little Britain, e questo portasse ad una Little Europe”.

Caro Economist, hai toppato. E stavolta irrimediabilmente.

Brexit, una catastrofe democratica

Il 51,9% contro il 48,1% degli elettori britannici decide di lasciare l’Unione Europea. Ma pesa il voto degli over 65: il 60% per l’uscita, mentre il 75% degli lettori nella fascia 18-24 vota per “remain”

da Il Manifesto Sardo del 24 giugno 2016

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Sembra lontanissima la morte di Jo Cox, brutalmente assassinata qualche giorno fa da un estremista favorevole all’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.

Ora che la ‪#‎Brexit‬ è realtà si può affermare che la democrazia vince, ancora una volta. Il popolo è sovrano.

Ma è la Gran Bretagna che cade a pezzi. Crolla la sterlina, si spacca il Partito Conservatore, il Paese è diviso a metà e con il multipartitismo alle porte.

Una delle analisi più interessanti lette alla vigilia del voto sostiene che presto ci sarà un nuovo referendum per la Scozia che poi, dopo essersi resa indipendente, chiederà l’annessione all’Unione Europea.

Vince lo Ukip guidato da Nigel Farage, scaricato proprio ieri da Beppe Grillo. Perde il Primo Ministro David Cameron, che insieme a Jeremy Corbin e Sadiq Khan ha speso tutto sulla permanenza del suo Paese nell’UE.

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L’Europa perde una voce che permetteva un bilanciamento delle posizioni tedesche. Servirà maggiore equità nell’eurogruppo, consci del fatto che da soli non si può restare, a meno che non ci si voglia esporre a quelle forze economiche che fagociterebbero in un battibaleno qualunque Stato senza forti ancoraggi produttivi e di ricchezza reale.

Emma Bonino: sul terrorismo e il mondo islamico

All’ISPI l’incontro con l’ex Ministro degli Esteri italiano e leader radicale

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Emma Bonino, membro del ECFR e Paolo Magri, Direttore ISPI

Si sente nella diplomazia italiana la mancanza di una figura come Emma Bonino. Nel corso dell’incontro organizzato dall’ISPI e moderato dal Direttore Paolo Magri, dal titolo “Terrorismo: uniti o impotenti?” la Bonino, nonostante la recente perdita del compagno di tante battaglie con il Partito Radicale Marco Pannella, ha affrontato di petto il tema, garantendo un equilibrio magistrale alla discussione e stigmatizzando l’insorgenza dei populismi che, negli ultimi anni, hanno tentato di prendere il sopravvento delle vecchie cancellerie europee. La mezza vittoria dei Verdi nelle elezioni austriache è il sintomo pratico di un malcontento generale, alimentato dai partiti xenofobi che soffiano sul fuoco dell’intolleranza verso i migranti in arrivo nel nostro continente. “Chiunque proponga semplici soluzioni sta imbrogliando”, dice la Bonino, sostenendo che “prima di esercitarci in proposte assurde come i muri, i bombardamenti dei barconi e indegne proposte del genere dovremmo farci una doccia fredda la mattina. In questa Europa dove ognuno vuol tornare al proprio Stato Nazione – prosegue la leader Radicale – io dico: c’è bisogno di più integrazione”.

“Terrosismo, parola politica”

Bonino, membro del prestigioso European Council on Foreign Relations, spiega come “non esiste una definizione universale su cosa sia il terrorismo, diversamente dalla guerra e dal genocidio, per i quali si è trovato un accordo nelle sedi internazionali. Terrorismo – continua Bonino – è una parola politica. Pensiamo allo status riservato ad Hezbollah: nell’agosto del 2013 vengono definiti terroristi dall’Unione Europea, ma il mondo arabo è contrario a questa definizione”. E ricorda come, al contrario di quello che accade oggi, nel corso della storia sia esistito un terrorismo senza matrici religiose ma, piuttosto, ideologiche: gli esempi principali si trovano nelle Brigate Rosse in Italia, e nella Banda Baader-Meinhoff in Germania.

Il video dell’incontro “Terrorismo: uniti o impotenti?”

“Spesso stereotipiamo l’idea di terrorismo legato all’Islam – afferma Emma Bonino – dimenticandoci di quanto sia composita la religione islamica: ad esempio, gli sciiti non hanno l’idea del terrorismo individuale, ma di gruppo. E ci sono diverse interpretazioni dell’Islam: quello tunisino è completamente diverso da quello saudita, così come quello marocchino ha una sua fattispecie rispetto a quello delle Monarchie del Golfo”. E, criticando l’alleanza occidentale con i sauditi, sottolinea quanto sia forte il “riferimento culturale wahabbita, fatto di un jihad violento e basato sulla sharia. Eppure l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo sono sempre stati nostri alleati e, nonostante l’11 settembre, l’alleanza con l’Occidente non è stata scalfita”. All’epoca, l’Asse del Male era composto da Iran, Korea del Nord, Iraq. “E solo adesso – dice l’ex Ministro degli Esteri – si chiede qualche conto ai vari governi sul modo di agire rispetto al terrorismo”.

Daesh, Europa, Foreign Fighters

Degli attentati sul suolo europeo – Madrid, Parigi, Brussels – Emma Bonino dice che, a suo avviso, possiamo solo dare nostre interpretazioni. Certo è che “Daesh ha grandi capacità, una mobilità straordinaria, ed un incredibile utilizzo delle professionalità. Per non parlare dei simbolismi: su tutti, le varie decapitazioni avvenute che hanno visto gli ostaggi in tuta arancione, come i carcerati di Guantanamo”. Ma la motivazione che spinge gli individui a schierarsi con lo Stato Islamico non è la povertà: “In tanti Paesi poveri – spiega la Bonino – il terrorismo non si è sviluppato”.

Daesh non è altro che ideologia a fini di potere, per questo è difficile combatterlo militarmente

E sui Foreign Fighters ricorda come “non sono solo cittadini di terza o quarta generazione, ma anche europei DOC, appartenenti a famiglie della borghesia medio-alta. Daesh non è altro che ideologia a fini di potere, per questo è difficile combatterlo militarmente”. Esiste una soluzione? “Senz’altro servirebbe più attenzione verso l’emigrazione femminile: le donne hanno bisogno di più libertà visti i Paesi dai quali arrivano, e sono loro – racconta Emma Bonino – che hanno maggiormente a che fare con le istituzioni e la burocrazia. Per questo motivo hanno un atteggiamento diverso verso l’integrazione. Ma integrazione è diritti e anche doveri, da una pare e dall’altra. L’Italia – continua la leader Radicale – ha

Bonino

Un momento dell’incontro con Emma Bonino a Palazzo Clerici, sede dell’ISPI a Milano

bisogno di integrazione visto il declino demografico europeo. A 300 chilometri da casa nostra abbiamo un giardino di infanzia. Gli abitanti della costa sud del Mediterraneo sono più di 400 milioni. La Nigeria da sola nel 2050 avrà più abitanti di tutta l’Eurozona: Asia e Africa in crescita altissima, un po’ meno l’America Latina, poco o niente l’Europa”. Maggiore integrazione, migranti visti come risorsa, e più attenzione verso le donne. “L’autonomia femminile – ribadisce la Bonino – è uno degli antidoti più importanti. E ricordiamoci che i Paesi ad elevata natalità non sono poveri perché fanno tanti figli, ma fanno tanti figli perché sono poveri”.

Migranti, Bagnasco e Maroni attaccano l’ONU: “Come affronta la tragedia?”

Le Nazioni Unite nel mirino della Chiesa e della Lega Nord

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Mi chiedo se questi organismi internazionali come l’Onu, in modo particolare, che raccoglie il potere politico ma anche il potere finanziario, hanno mai affrontato in modo serio e deciso questa tragedia umana”. Il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo Bagnasco, se la prende col Palazzo di Vetro per la sua incapacità nell’affrontare la crisi dei migranti. Gli fa eco Roberto Maroni che, sul suo profilo Facebook, scrive:


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