Categoria: Organizzazioni Internazionali

Migranti, le colpe dell’Europa nella crisi

Sara Bergamaschi, ex funzionaria delle Nazioni Unite, spiega le dinamiche esistenti dietro la crisi dei migranti: “economia, lobby e accordi con Governi corrotti”

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Questo articolo è apparso per la prima volta su Il Manifesto Sardo

Fame, guerra e violenza spingono ogni anno centinaia di migliaia d’esseri umani ad abbandonare le loro terre d’origine, gli affetti e le proprie abitazioni alla ricerca di una speranza, lontani dalla paura di poter perdere la vita da un momento all’altro. Uomini, donne e bambini cercano rifugio e protezione in quelle Nazioni occidentali che tanto fanno fatica ad organizzare una macchina dell’accoglienza capace di prestare attenzione alle voci di disperazione dei migranti provenienti dal Sudan o dall’Eritrea, dall’Etiopia o dalla Siria, dalla Nigeria o dalla Somalia. Secondo l’OIM nel 2017 sono più di 116 mila gli arrivi via mare nel Mediterraneo, di cui circa 97 mila sbarcati nella sola Italia. “Se io mi trovassi in una guerra, vorrei che i Governi fossero solidali con la mia condizione, non vorrei essere respinta”, afferma Sara Bergamaschi, per 4 anni funzionaria delle Nazioni Unite, e fino a marzo 2017 con l’UNHCR a Gaziantep, al confine con la Turchia. Bergamaschi, laureata alla Sciences Po di Parigi, ha lavorato in Iraq, Egitto, Giordania, Marocco e Stati Uniti, avendo vissuto veri e propri pezzi della storia recente, come le manifestazioni in Piazza Tahrir al Cairo e l’ondata migratoria di milioni di profughi siriani in molti centri urbani della Turchia e nei campi gestiti dal Governo turco. Sara Bergamaschi si dedica a tempo pieno alla ONG di cui fa parte da 6 anni, SAHR – Strategic Advocacy for Human Rights – che lavora per programmi di accesso alla giustizia per donne in Afghanistan, India e nel Medio Oriente.

Bergamaschi, secondo lei come è gestita la crisi dei migranti?

Lucro, utilitarismo, false promesse, corruzione e opportunismo, con diversi gradi, sono gli elementi che portano avanti la gestione della crisi dei migranti. Bisogna stare molto attenti a quanto si legge e si ascolta. Non bisogna smettere di interrogarsi sulla veridicità delle informazioni che si ricevono. I fondi per l’assistenza umanitaria della crisi migratoria arrivano dagli stessi Governi che le crisi le creano con le loro politiche non eque, legate agli affari e alle banche. Per capire si dovrebbero sempre seguire i soldi, non dati per scopi umanitari, ma per zittire l’opinione pubblica in modo che non venga alla luce il vero meccanismo in atto.

Cosa intende?

Pensiamo al ruolo delle grandi compagnie di petrolio e gas, delle industrie multinazionali e militari, dove l’Italia risulta essere l’ottavo Paese al mondo per la loro esportazione, ai sostegni economici per i Governi corrotti, allo sfruttamento delle regioni da cui provengono gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie. Combattiamo l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare verdura e frutta ad un euro al chilo nei supermercati, facciamo funzionare il commercio equo, non compriamo prodotti dalle aziende che tengono i lavoratori in condizioni disumane. Per combattere le disuguaglianze globali dobbiamo essere pronti a rinunciare alle nostre garanzie e a parte dei privilegi generati dell’essere casualmente nati in queste parte del mondo. Il concetto rivoluzionario che io mi ripeto ogni giorno è che finche la mia vita, sulla carta e di fatto, sarà considerata più importante di quella di milioni di altre persone, non riusciremo a risolvere i problemi che affliggono le popolazioni migranti.

Come nasce la crisi migratoria?

Le popolazioni si sono sempre mosse, ma ora non c’è più la disponibilità ad accettare la loro venuta. Stiamo perdendo socialità: non abbiamo più voglia di condividere. In parte la causa nasce nel capitalismo, che ci ha portato ad una forma estrema di egoismo. La condivisione, nel bene e nel male, degli aspetti della vita, ci può salvare, facendoci sentire esseri umani.

L’Italia è davvero sola nel gestire la crisi?

Sono sempre stata critica sulle politiche italiane sull’immigrazione, ma sono rimasta ancor più allibita rispetto alle posizioni dei Sindaci di Marsiglia e di Barcellona che, recentemente, hanno letteralmente rifiutato l’approdo delle navi con i migranti a bordo. Una vera e propria mancanza d’umanità: se i sardi, i siciliani, i napoletani avessero detto no, avremmo un milione di cadaveri in mare. Il senso umano dei cittadini delle isole, che non si sono mai fatti incantare dalle politiche di stampo razzista, è puro buon senso: senza di loro la crisi sarebbe peggiore. Serve empatia: in che situazione vorresti ritrovarti se scappassi dal tuo Paese per trovare rifugio e asilo politico in un altro?

Ha ancora senso parlare di rifugiati economici e politici?

No, non ha senso. Si categorizza perché si vuole accogliere il meno possibile, ed è un punto di partenza sbagliato: siamo un’Europa delle fortezze, non dell’apertura. Stiamo fomentando la guerra dei poveri: che differenza c’è tra chi rischia di morire di fame e stenti e chi, invece, rischia di morire sotto le bombe? Il peso delle parole – rifugiato, migrante economico – è un espediente: la volontà politica è di rimandarli indietro dall’inizio.

La retorica del migrante che ruba il lavoro come può essere spiegata?

Se la totalità della popolazione capisse le dinamiche di sfruttamento economico dei nostri Governi, sarebbe un problema per i leader politici e l’industria delle armi. La frustrazione giusta e legittima dei popoli verso la classe politica viene in qualche modo zittita attraverso il modo di vivere della nostra società. E “aiutiamoli a casa loro” è un facile slogan che fa presa sulla popolazione. La nostra colpa è la divisione: in molti si vantano di vivere nel regno dell’informazione mentre, in realtà, la situazione surreale che viviamo porta un cittadino ad avere meno accesso e tempo alla verità. Passa il messaggio che i migranti economici rubano il lavoro agli italiani, e dunque è legittima la rabbia nei loro confronti.

Quanto è importante l’aspetto umano nella gestione dei migranti?

Serve volontà nell’ascoltare i bisogni di chi si ha davanti, dare ai profughi interazione umana e amicizia, non solo aiuto paternalistico. Ci sono tante persone eccezionali che lavorano nel campo umanitario. Una di queste è Nawal Soufi, attivista italo-marocchina che ha passato gli ultimi 5 anni prendendo le coordinate geografiche dei profughi che stavano affondando in mare tramite i messaggi su WhatsApp. Con l’aiuto della guardia costiera, Nawal ha sempre attivato le operazioni di salvataggio. La sola forza di volontà di una persona può cambiare tante vite. Lei vive dello stesso soffio di vita del quale vivo io, ha il mio stesso sguardo verso la vita: ci indigniamo quando l’umanità viene sopraffatta e agiamo di conseguenza senza paure o remore. Ho cercato col mio network ad andarle incontro: mi sono affidata alle intenzioni di solidarietà di una persona che faceva ciò che avrei fatto io stessa.

Qual è la strada per una migliore accoglienza?

E’ necessaria una doppia presa di consapevolezza. Da parte dei cittadini, chiedersi se i Governi e l’informazione raccontano la verità: quali sono le intenzioni del politico che parla, del giornalista che scrive, da cosa essi sono motivati. I Governi, invece, dovrebbero accordarsi per una vera solidarietà, avere il coraggio politico di andare contro i poteri forti, le multinazionali, l’industria delle armi.

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Libia, migranti: l’accordo con l’Italia mette a rischio i diritti umani

Secondo Human Rights Watch l’Italia non rispettarebbe le leggi internazionali sul diritto d’asilo 

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La recente approvazione da parte del Parlamento italiano della missione di supporto alla Guardia Costiera libica ha diversi punti oscuri. La denuncia arriva direttamente da Human Rights Watch.

Nello specifico, la ONG sottolinea come il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, non abbia chiarito dove verranno ricollocati i migranti presenti sulle imbarcazioni degli scafisti laddove la Marina Militareitaliana sarà coinvolta nel loro recupero.

Questo, secondo HRW, può portare l’Italia alla violazione delle leggi internazionali sui diritti umani, che prevedono la salvaguardia per i migranti dal rimpatrio in uno Stato dove potrebbero subire violenze.
Proprio l’Italia, ricorda HRW, nel 2012 si è vista cassare da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la politica sui migranti del 2009: l’organo di giustizia vietò il trasferimento in Libia dei migranti intercettati sulle imbarcazioni dirette verso l’Europa.

Anche se le autorità italiane non riporteranno i migranti intercettati in Libia, ma semplicemente daranno appoggio logistico e d’intelligence alla Guardia Costiera libica per il loro rientro nel Paese nord africano, l’Italia sarà corresponsabile della violazione della legge internazionale, e potrebbe per giunta essere sanzionata per la violazione della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, che tutela i soggetti richiedenti asilo.

Migranti, perché l’Europa ne ha bisogno

Nascite in picchiata nel Vecchio Continente che, senza nuovi cittadini, rischia di scomparire

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Nel 1950 quattro delle prime dieci Nazioni più popolose al mondo erano europee. A quasi 70 anni di distanza, il Paese del Vecchio Continente con più abitanti è la Germania, che si colloca al 16° posto nella classifica mondiale.

Nel 2016, afferma Eurostat, la popolazione dei Paesi dell’Unione Europea è cresciuta solo ed esclusivamente grazie alle popolazioni migranti, potenzialmente – se accolti e non respinti – nuovi cittadini europei. La Germania ha tenuto solo grazie ed esclusivamente ai richiedenti asilo provenienti dalla Siria. Irlanda, Francia, Norvegia e Gran Bretagna sono le uniche Nazioni a crescere autonomamente.

Il destino degli italiani? La nostra scomparsa in quanto popolazione. Il calo delle nascite repentino e inarrestabile, causato dai fattori che tutti conosciamo – instabilità economica, pochi incentivi a far figli, cambiamenti negli usi e costumi – ci porta ad essere nella condizione di aver bisogno di nuovi abitanti. 

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La questione migratoria, se fosse affrontata tecnicamente e non politicizzata, sarebbe riconosciuta come manna dal cielo per l’Italia che, senza l’inserimento nella società di nuovi cittadini, crollerà nella popolazione tra il 16 e il 18%. L’introduzione della legge sullo ius soli può, in tal senso, essere d’aiuto perché garantisce protezione a quei cittadini di serie B (sic!), italiani a tutti gli effetti ma privi di cittadinanza.

Non avendo una classe politica in grado di pensare al breve e lungo termine, la consapevolezza del futuro prossimo ricade necessariamente sui cittadini. Motivo per cui, è bene capirlo, è necessario ragionare sul modello più adatto per la nostra società.

Se seguissimo semplicemente i dettami della CostituzioneStato laico, diritto al lavoro, uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini – non dovremmo sforzarci tanto: per vivere la vita nell’Italia che verrà abbiamo già tutti gli strumenti a disposizione.

Per approfondimenti: https://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2017/07/daily-chart-6

Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.

Siria, perché l’Italia ha sostenuto la risoluzione bocciata da Russia e Cina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

NEW YORK, 1 MARZO – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha respinto martedì sera la risoluzione presentata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito sull’uso delle armi chimiche in Siria in seguito al voto contrario di Cina e Russia, membri permanenti dell’organo dell’Onu con diritto di veto. L’Italia, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dal primo gennaio, ha appoggiato la risoluzione, patrocinata da altri 42 Paesi.

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Il voto sulla risoluzione ha provocato il primo scontro politico tra l’America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. “Mosca e Pechino hanno preferito difendere i loro amici nel regime di Assad piuttosto che le esigenze della sicurezza globale”, ha tuonato la neo-ambasciatrice americana Nikki Haley. Intervenuto dopo l’esito del voto, anche l’ambasciatore italiano Sebastiano Cardi ha espresso rammarico per il risultato finale e per la mancata unità all’interno del Consiglio di sicurezza su questo tema. Cardi ha auspicato una ripresa immediata delle attività del JIM (Joint Investigative Mechanism),  lo strumento di indagini delle Nazioni Unite. La risoluzione, ha detto l’Ambasciatore, intendeva assicurare un seguito significativo al lavoro del JIM.

Il Permanent Representative italiano ha evidenziato tre ragioni principali per le quali l’Italia ha appoggiato l’iniziativa. La prima è la “storica posizione italiana sulla non-proliferazione, che dev’essere tenuta separata dalle altre questioni politiche”: “Condanniamo con forza – ha spiegato Cardi – l’uso di armi chimiche o di materiale tossico da parte degli Stati o altri attori. Oggi più che mai è necessario sostenere i valori e i principi dell’architettura del sistema di non-proliferazione, evitando il suo indebolimento, che incoraggerebbe l’utilizzo di armi chimiche”.

Cardi, argomentando il secondo punto, ha sottolineato il sostegno italiano al JIM e al suo staff. Il meccanismo congiunto di investigazione “è uno strumento essenziale che permette di attribuire le responsabilità a chi compie i feroci attacchi con le armi chimiche. Il JIM – ha proseguito l’Ambasciatore – attraverso i suoi rapporti ha svolto il compito richiesto dal Consiglio di Sicurezza, e la risoluzione è stata disposta per garantire un seguito significativo al lavoro del meccanismo congiunto di

La terza ragione per la quale l’Italia ha appoggiato l’iniziativa di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia è il senso di responsabilità: “Aver solamente identificato la parte responsabile degli attacchi – ha detto Cardi – non è sufficiente: ci devono essere conseguenze per coloro i quali hanno pianificato, ordinato ed eseguito gli attacchi”. “L’Italia – ha quindi concluso l’Ambasciatore – ha votato a favore della risoluzione in nome del principio di responsabilità di coloro che hanno perpetrato gli attacchi, e per riaffermare la nostra consolidata posizione a difesa dei principi e di condanna dell’uso di armi chimiche da parte di chiunque e in ogni circostanza”.

Sono stati 9 i Paesi ad aver appoggiato la risoluzione, mentre la Bolivia ha votato insieme a Russia e Cina, rigettando il testo proposto. Egitto, Etiopia e Kazakistan si sono astenuti.

Il 19 dicembre il Consiglio di Sicurezza aveva votato all’unanimità la risoluzione che chiedeva a tutte le parti in causa nel conflitto siriano l’immediato accesso da parte dello staff internazionale per il monitoraggio dell’evacuazione di Aleppo est. Il voto contrario sull’ultima risoluzione presentata in Consiglio di Sicurezza segue altre due recenti votazioni non approvate, avvenute il 5 e l’8 dicembre. Negli ultimi 5 anni la Russia ha posto il veto 7 volte, la Cina 6, alle risoluzioni riguardanti la questione siriana.

This article first appeared in Onuitalia, independent news site on Italy’s contribution to the life and ideals of the United Nations

Consiglio di Sicurezza, condanna per Israele

È la prima risoluzione da 8 anni che l’organo delle Nazioni Unite prende sulla questione Israele-Palestina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Con 14 voti a favore e l’astensione degli Stati Uniti, passa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione che chiede l’immediata fine della costruzione da parte di Israele di abitazioni nei Territori Palestinesi.

UN Photo/Manuel Elias

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’uscente Ban Ki-moon che dal 1° Gennaio verrà sostituito dal portoghese Antonio Guterres alla guida dell’organizzazione intergovernamentale, approva la decisione del Security Council, risoluzione che afferma – si legge nel comunicato rilasciato dall’Onu – “l’illegalità dell’occupazione dei Territori Palestinesi”, risalente dal 1967, costituendo una “flagrante violazione ” del diritto internazionale ed un “grosso ostacolo alla soluzione due-Stati, nonché alla pace giusta, duratura e completa”.

Immediate le reazioni dalle varie missioni presenti alle Nazioni Unite, nonché dai leader palestinesi e israeliani.

Riyad Mansour, Rappresentante Permanente dello Stato di Palestina all’Onu, ringrazia il Consiglio affermando l’importanza della decisione presa e ricordando i punti principali della risoluzione, tra i quali il ripristino dei confini decisi dalle Nazioni Unite il 4 Giugno 1967.

Dura la reazione israeliana.

Il Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele non rispetterà la decisione del Consiglio di Sicurezza.

Netanyahu, secondo il quale la risoluzione è “vergognosa”, ha richiamato per consultazioni gli Ambasciatori di Israele in Nuova Zelanda e Senegal, Paesi co-sponsor della resolution. Israele ha deciso di cancellare la visita del Ministro degli Esteri senegalese, e annullato il programma d’aiuto economico allo Stato africano.

Diverse le reazioni degli altri Stati membri dell’Onu.

Da più parti pare palese che la decisione statunitense, votata tramite la Permanent Representative Samantha Power, di far passare la risoluzione con l’astensione di Washington sia un attacco a Donald Trump dall’amministrazione uscente, un modo per mettere in difficoltà, da parte dei Democratici, il nuovo Presidente. Che comunque è tradizionalmente legato ad Israele: la sua reazione è più che esplicita.

Barack Obama ha avuto molteplici occasioni nelle quali avrebbe potuto riavviare il processo di pace e, sul fronte interno, diminuire i sovvenzionamenti economici per Israele. Ha fatto poco o nulla a riguardo.

Sicuramente il primo Presidente nero della Casa Bianca si è voluto togliere un sassolino dalla scarpa, una conferma dei rapporti non idilliaci con Netanyahu negli anni del suo mandato.

#UNSGdebate: a special night for the world

by Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Who’s gonna be the next Secretary General of the United Nations? For the very first time yesterday the General Assembly hosted 10 of the 12 candidates hopeful to become head of the most important international organization

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The candidates faced several questions related to the reform of the Security Council, UN budget, sexual abuse by the peacekeepers and other topics.

Here’s the story of yesterday’s debate, made possible by the President of the General Assembly, Morgens Lykketoft and Al Jazeera.

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Italia al Consiglio di Sicurezza ONU: il racconto sui social

Twitter, Facebook e Instagram sono stati usati da Governi e delegazioni anche durante l’elezione dei 5 membri non permanenti del Security Council

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Un’avvincente votazione durata a lungo ha costretto i delegati dei Paesi membri delle Nazioni Unite agli straordinari per scegliere i 5 Stati non permanenti del Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017/2018. L’Italia e l’Olanda hanno sudato la vittoria: arrivati al pareggio 95-95 alla quinta votazione, le delegazioni hanno deciso, in una mossa unitaria per l’Unione Europea all’indomani della Brexit, di spartire il seggio con Roma che siederà nel primo anno e l’Aia nel secondo.

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Il Viceministro agli Affari Esteri ha commentato così la scelta sul suo profilo Facebook:

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E’ la Gran Bretagna ad aprire le danze: prima del voto ha offerto al pubblico di Twitter una bella panoramica dell’Assemblea Generale che si preparava a scegliere i 5 Paesi.

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Emoji: strumento di comunicazione per aziende e governi

Le emoji fanno il salto – non necessariamente di qualità – verso nuovi orizzonti: dall’utilizzo per la messaggistica istantanea a strumento per aziende e governi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Quando appare la notifica di un aggiornamento disponibile sui nostri smartphone spesso capita che successivamente ritroviamo una sequela di nuove emoji nella tastiera del dispositivo. Ad esempio, da qualche mese possiamo inserire le bandiere di tutto il mondo nel corso delle nostre conversazioni su Whatsapp, o nuovi animali, frutta esotica, mani rigorosamente bianche e nere, a seconda della colorazione della nostra pelle.

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Le emoji sviluppate dal Governo finlandese

Chi si occupa degli inserimenti di nuove emoji  è Unicode Consortium, un’organizzazione non-profit con lo scopo di “sviluppare, gestire e promuovere” gli standard nell’internazionalizzazione dei prodotti, specificamente legati ai testi.

Il Consortium ha un board che ospita aziende tecnologiche di altissimo livello – Microsoft, Ibm, Google, Adobe, Twitter, Apple, Intel – che, in un modo o nell’altro, fa il bello e il cattivo tempo nella nostra possibilità d’uso delle emoji e gli sviluppi attuali e futuri delle faccine, nate in Giappone negli anni ’90 e che hanno conquistato il mondo della messaggistica, cambiando – migliorando, ma anche peggiorando – la comunicazione dei nostri tempi.

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Emma Bonino: sul terrorismo e il mondo islamico

All’ISPI l’incontro con l’ex Ministro degli Esteri italiano e leader radicale

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Emma Bonino, membro del ECFR e Paolo Magri, Direttore ISPI

Si sente nella diplomazia italiana la mancanza di una figura come Emma Bonino. Nel corso dell’incontro organizzato dall’ISPI e moderato dal Direttore Paolo Magri, dal titolo “Terrorismo: uniti o impotenti?” la Bonino, nonostante la recente perdita del compagno di tante battaglie con il Partito Radicale Marco Pannella, ha affrontato di petto il tema, garantendo un equilibrio magistrale alla discussione e stigmatizzando l’insorgenza dei populismi che, negli ultimi anni, hanno tentato di prendere il sopravvento delle vecchie cancellerie europee. La mezza vittoria dei Verdi nelle elezioni austriache è il sintomo pratico di un malcontento generale, alimentato dai partiti xenofobi che soffiano sul fuoco dell’intolleranza verso i migranti in arrivo nel nostro continente. “Chiunque proponga semplici soluzioni sta imbrogliando”, dice la Bonino, sostenendo che “prima di esercitarci in proposte assurde come i muri, i bombardamenti dei barconi e indegne proposte del genere dovremmo farci una doccia fredda la mattina. In questa Europa dove ognuno vuol tornare al proprio Stato Nazione – prosegue la leader Radicale – io dico: c’è bisogno di più integrazione”.

“Terrosismo, parola politica”

Bonino, membro del prestigioso European Council on Foreign Relations, spiega come “non esiste una definizione universale su cosa sia il terrorismo, diversamente dalla guerra e dal genocidio, per i quali si è trovato un accordo nelle sedi internazionali. Terrorismo – continua Bonino – è una parola politica. Pensiamo allo status riservato ad Hezbollah: nell’agosto del 2013 vengono definiti terroristi dall’Unione Europea, ma il mondo arabo è contrario a questa definizione”. E ricorda come, al contrario di quello che accade oggi, nel corso della storia sia esistito un terrorismo senza matrici religiose ma, piuttosto, ideologiche: gli esempi principali si trovano nelle Brigate Rosse in Italia, e nella Banda Baader-Meinhoff in Germania.

Il video dell’incontro “Terrorismo: uniti o impotenti?”

“Spesso stereotipiamo l’idea di terrorismo legato all’Islam – afferma Emma Bonino – dimenticandoci di quanto sia composita la religione islamica: ad esempio, gli sciiti non hanno l’idea del terrorismo individuale, ma di gruppo. E ci sono diverse interpretazioni dell’Islam: quello tunisino è completamente diverso da quello saudita, così come quello marocchino ha una sua fattispecie rispetto a quello delle Monarchie del Golfo”. E, criticando l’alleanza occidentale con i sauditi, sottolinea quanto sia forte il “riferimento culturale wahabbita, fatto di un jihad violento e basato sulla sharia. Eppure l’Arabia Saudita e i Paesi del Golfo sono sempre stati nostri alleati e, nonostante l’11 settembre, l’alleanza con l’Occidente non è stata scalfita”. All’epoca, l’Asse del Male era composto da Iran, Korea del Nord, Iraq. “E solo adesso – dice l’ex Ministro degli Esteri – si chiede qualche conto ai vari governi sul modo di agire rispetto al terrorismo”.

Daesh, Europa, Foreign Fighters

Degli attentati sul suolo europeo – Madrid, Parigi, Brussels – Emma Bonino dice che, a suo avviso, possiamo solo dare nostre interpretazioni. Certo è che “Daesh ha grandi capacità, una mobilità straordinaria, ed un incredibile utilizzo delle professionalità. Per non parlare dei simbolismi: su tutti, le varie decapitazioni avvenute che hanno visto gli ostaggi in tuta arancione, come i carcerati di Guantanamo”. Ma la motivazione che spinge gli individui a schierarsi con lo Stato Islamico non è la povertà: “In tanti Paesi poveri – spiega la Bonino – il terrorismo non si è sviluppato”.

Daesh non è altro che ideologia a fini di potere, per questo è difficile combatterlo militarmente

E sui Foreign Fighters ricorda come “non sono solo cittadini di terza o quarta generazione, ma anche europei DOC, appartenenti a famiglie della borghesia medio-alta. Daesh non è altro che ideologia a fini di potere, per questo è difficile combatterlo militarmente”. Esiste una soluzione? “Senz’altro servirebbe più attenzione verso l’emigrazione femminile: le donne hanno bisogno di più libertà visti i Paesi dai quali arrivano, e sono loro – racconta Emma Bonino – che hanno maggiormente a che fare con le istituzioni e la burocrazia. Per questo motivo hanno un atteggiamento diverso verso l’integrazione. Ma integrazione è diritti e anche doveri, da una pare e dall’altra. L’Italia – continua la leader Radicale – ha

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Un momento dell’incontro con Emma Bonino a Palazzo Clerici, sede dell’ISPI a Milano

bisogno di integrazione visto il declino demografico europeo. A 300 chilometri da casa nostra abbiamo un giardino di infanzia. Gli abitanti della costa sud del Mediterraneo sono più di 400 milioni. La Nigeria da sola nel 2050 avrà più abitanti di tutta l’Eurozona: Asia e Africa in crescita altissima, un po’ meno l’America Latina, poco o niente l’Europa”. Maggiore integrazione, migranti visti come risorsa, e più attenzione verso le donne. “L’autonomia femminile – ribadisce la Bonino – è uno degli antidoti più importanti. E ricordiamoci che i Paesi ad elevata natalità non sono poveri perché fanno tanti figli, ma fanno tanti figli perché sono poveri”.