Categoria: Politica italiana

Migranti e Ong, la disinformazione di Vittorio Feltri

"In Africa non ci sono guerre, è la sinistra a salvare i migranti, dei profughi non interessa un cavolo a nessuno": parola del Direttore di Libero. Smontiamo pezzo per pezzo un articolo pieno zeppo di fake news

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Anno del Signore 2017, un caldissimo weekend di una estate rovente, sabato 5 agosto. Vittorio Feltri si alza di buon mattino e, dopo aver bevuto una tazza di caffè, fuma un po' la sua pipa pensando a come gettare altra benzina sul fuoco – disinformazione, notizie false, frasi pescate a caso e per sentito dire – attraverso il suo capolavoro giornalistico per eccellenza: Libero. Sì, mi riferisco proprio al quotidiano più amato da quella parte di italiani avvezzi all'odio verso i musulmani – bastardi islamici, ve lo ricordate? – o, in genere, misogini – patata bollente, titolo accattivante riservato al Sindaco di Roma, Virginia Raggi.

 

Sabato 5 agosto Vittorio Feltri osa, va oltre, e decide di raccontare tante false verità ai suoi lettori. Esagera talmente tanto che, in questa sede, è necessaria una vera e propria analisi del testo. Si intende, capiamo i problemi attuali del vecchio Direttore: a Milano, d'estate, l'afa è insopportabile e le sinapsi rallentano il ritmo, non permettendo al cervello di elaborare in maniera corretta una serie di informazioni, nonostante le conoscenze diffuse e il basso tasso d'analfabetismo esistente in Italia.

Gli africani non scappano da nessuna guerra

No, Vittorio Feltri, in Africa non sono in corso guerre e conflitti. Anche se, in effetti, non saprei come definirli onestamente: esecuzioni sommarie, terrorismo, Stati falliti in mano a fazioni di mercenari, così suona meglio? Boko Haram opera nella regione del Lago Chad: per essere gentile verso un uomo anziano quale lei è, mi permetto di ricordarle che dell'area sopracitata fanno parte Camerun, Niger, Nigeria e Ciad. Sono Stati africani, afflitti da una profonda crisi economica e sociale, dove circa 20 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria. Pensi, caro Feltri, che i rappresentanti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si sono pure recati in quella regione per vedere con i loro occhi la crisi in atto.

Nel 2016 – lo spiega l'UNHCR: è l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati anche se, probabilmente, i loro dati, non essendo prodotti da qualche società legata a gruppi neofascisti, potrebbero risultare non esatti secondo la capacità di comprendonio del suo pubblico di riferimento – il 15% dei migranti sbarcati sulle coste italiane proveniva dalla Nigeria, e poi ancora dall'Eritrea (rappresentante del 20% del totale degli arrivi del 2015), Paese guidato da un dittatore, e dalla Somalia (14% dei migranti arrivati nel 2015), Stato fallito dove le milizie di al-Shebaab sono responsabili dei massacri nella capitale. Nel 2017, al 30 giugno, sono arrivati in circa 4000 dal Sudan – ricorda il Darfur, Direttore Feltri? E la guerra civile in atto? E i cristiani uccisi? -, poco più di 1500 dalla Siria – immagino che su questo Paese qualche notizia le sia giunta in redazione – e altri 14000, sempre questa'anno, dalla Nigeria (ha sentito parlare dello sfruttamento per la prostituzione delle donne nigeriane, proprio nel nostro Belpaese?).

Il nostro governo di sinistra, non potendo scontentare i farabutti che si spacciano per anime candide, chiude entrambi gli occhi e asseconda le loro pretese di passare per samaritani pietosi. Il risultato è evidente

Eppure le polemiche sul Codice di Condotta per le Ong voluto dal Ministro dell'Interno Minniti sono feroci, tanto che Medici Senza Frontiere non ha firmato la misura voluta dal Governo Gentiloni. E che c'azzecca la sinistra? Neanche gli infiniti Governi della destra, a guida dell'ex-Cavaliere Silvio Berlusconi, sono riusciti a fermare l'arrivo dei migranti verso le coste italiane, in un frangente storico, tra l'altro, che vedeva ancora mantenuto lo status quo nei Paesi che si affacciano nel Mediterraneo – Libia con Gheddafi, Siria con Assad, Egitto con Mubarak, Tunisia con Ben Ali. Nel 2008, così come riporta il Corriere della Sera, "dal 1˚ gennaio al 16 settembre sono sbarcati in tutta Italia 24.241 clandestini e (…) il loro numero è salito in appena un mese di 3.176 unità arrivando a 27.417 persone senza permesso. Tra loro ci sono 4.417 nigeriani, 4.320 somali, 2.918 eritrei, 2.514 tunisini".

Ma i vari Feltri in giro per il Paese – molti dei quali appartenenti ai Cinquestelle – dimenticano le tragedie avvenute nel Mediterraneo: tra il 2 e il 3 ottobre 2013 una barca con a bordo circa 500 migranti naufragò al largo di Lampedusa, causando la morte di 366 persone. Da lì, la necessità di un'operazione specifica e all'avanguardia, Mare Nostrum, che ha salvato circa 100 mila vite umane. Gli esseri umani, caro Vittorio Feltri, sono di destra o di sinistra? Continui pure con la sua pantomima sulla carta (straccia) e in televisione, il suo profondo valore umano è commisurato alle copie vendute da Libero ogni giorno in edicola.

Dei profughi non interessa un cavolo a nessuno se non quale occasione ghiotta onde accumulare quattrini con irrisoria facilità

Il suo egoismo, Direttore Feltri, è tanto forte da non riuscire a guardare in faccia la realtà: l'Italia è un Paese generoso e accogliente. Potrei, banalmente, citarle personaggi del calibro di Giusi Nicolini, già Sindaco di Lampedusa e vincitrice del Premio Houphouet-Boigny per la ricerca della pace dell'Unesco, o Pietro Bartolo, medico in prima fila durante i soccorsi ai migranti nella strage di Lampedusa, che ha partecipato al documentario di Franco Rosi Fuocoammare, vincitore dell'Orso d'Oro a Berlino. Persone che hanno dato lustro al nostro Paese grazie alla loro umanità e che, insieme ai volontari che giornalmente, gratuitamente, aiutano a migliorare la macchina dell'accoglienza, rendono la nostra società un posto migliore.

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Vede, caro Direttore, i giornalisti, specie i più navigati, dovrebbero guidare l'opinione pubblica verso una maggiore comprensione dei fatti, non per le vie dell'incomprensione e della facile demagogia. Personalmente, ho speranza che anche lei e i suoi lettori possiate sforzarvi a capire che il mondo è un posto complesso, dove le semplificazioni lasciano il tempo che trovano. Perché, alla fine dei conti, siamo tutti esseri umani, lei compreso.

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Referendum Costituzionale: #iovoto

Breve riflessione sulla campagna referendaria per la riforma costituzionale voluta dal Governo di Matteo Renzi: politica e informazione in un mix esplosivo e poco edificante

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Quella del referendum costituzionale non è una tematica che tratto agevolmente. Ciononostante, credo che una riflessione, non tanto sui meriti degli eventuali cambiamenti, ma piuttosto su come la classe politica e i media si stanno approcciando al 4 dicembre, sia necessaria in quanto cittadino elettore.

Ho notato un evidente dislocamento di partiti – o pseudo tali – e movimenti – o pseudo tali, che hanno sostanzialmente dimenticato, da una parte e dall’altra, di discutere le reali conseguenze – termine che utilizzo in termini neutri – di questo voto sul funzionamento dello Stato. Ed è chiaro a tutti che una vittoria del ‘No’ passerebbe inevitabilmente come una sconfitta per l’Esecutivo, e quasi un sollievo per quella galassia di forze, dalla sinistra alla destra, che ha mandato avanti le ragioni dello status quo.

 

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Roma. Il Capo Provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione presso Palazzo Giustiniani il 27 dicembre 1947

Provo un profondo senso di fastidio per il modo in cui Matteo Renzi ha personalizzato un voto così importante per il destino della nostra Repubblica. E nutro grande disgusto per tutti coloro i quali paventano cambiamenti epocali in positivo per il passaggio di tale riforma costituzionale. La modifica della seconda parte della Costituzione non sarà la panacea a tutti i mali del nostro Paese. Anzi: da quel che un normale cittadino apprende leggendo qualche post su Facebook, uno o due trafiletti sui quotidiani, i discorsi sul ‘Sì’ e sul ‘No’ in televisione, la confusione vince su tutto.

 

D’altro canto, sorrido all’idea che una vittoria del ‘No’ possa garantire in tempi brevi una nuova presa di coscienza dei rappresentanti alla Camera e al Senato sull’esigenza, ad esempio, del superamento del bicameralismo perfetto, dell’abolizione del CNEL, della modifica delle competenze delle Regioni e dello Stato centrale.

Quel normale cittadino italiano già citato non ha tempo né, forse, voglia – e lo dico a malincuore – di informarsi pienamente sulle varie ragioni: l’operaio, il medico, l’agente di commercio sono accomunati dall’esigenza del riposo piuttosto che da quella della lettura di una riforma, o della partecipazione a dibattiti lunghi e spesso capziosi, che, più che altro, cercano di tirare per la giacchetta gli elettori.

Sono fermamente convinto del fatto che una maggioranza di Governo – soprattutto quella attuale, per evidenti ragioni di numeri – non può permettersi di spingere per una riforma così tanto ostacolata da vari settori, ivi compreso quello interno allo stesso partito del Presidente del Consiglio. Vero, ci sono diverse contraddizioni: Deputati e Senatori dei vari schieramenti che in fase di voto hanno dato il loro appoggio per poi ritirarlo successivamente; o ancora – fatto che a me personalmente non dà fastidio alcuno – ho sentito alcuni affermare che non è etico votare per il ‘No’, stando dalla stessa parte fazioni di destra e di sinistra.

Vari quotidiani – Repubblica e Fatto su tutti – sprecano litri d’inchiostro nel tentativo di mettere in cattiva luce i vari esponenti del ‘Sì’ e del ‘No’. Ma come biasimarli: come potrebbero vendere qualche copia in più se parlassero solo ed esclusivamente di fatti e di opinioni? I tempi del giornalismo approfondito – se sono mai esistiti – hanno lasciato lo spazio al giornalismo di battuta, della mezza dichiarazione esasperata nei titoli in prima pagina e nelle headline dei siti web.

Io, personalmente, voterò, conscio del fatto che una riforma scritta in maniera confusionaria è senz’altro peggiore della Costituzione garantista che ha portato l’Italia al 2016 senza Colpi di Stato, e nessuna Marcia su Roma.

Renzi in visita da Obama: non tutto ruota attorno al referendum costituzionale

Ospitando il Primo Ministro italiano alla Casa Bianca per l’ultima cena di Stato della sua presidenza, Barack Obama enfatizza il ruolo di Roma come principale partner europeo degli Stati Uniti

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

A me pare che si stia un tantino esagerando con le critiche sul viaggio del Presidente del Consiglio Matteo Renzi negli Stati Uniti. Credo che tutti noi dovremmo riflettere sul peso che il Governo statunitense ha attribuito al nostro Paese, cercando di diversificare gli aspetti di politica interna da quelli relativi alla foreign policy.

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Il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama e il suo omologo italiano Matteo Renzi si salutano amichevolmente al termine della conferenza stampa presso la Casa Bianca

Come disse un importante esponente del principale think tank italiano di politica estera, partiamo dal presupposto che – volenti o nolenti – gli Stati Uniti sono il capo classe dell’arena internazionale. Battono la strada, dettano l’impostazione delle relazioni, fanno da apripista. E’ un mero dato oggettivo, che ci permette di capire quali sono le forze in campo.

Ho sentito taluni parlare di un’Italia colonizzata da Washington, incapace di mandare avanti relazioni con altri Stati, con i quali potremmo discutere alla pari. Ora, a me sembra che un’ospitata del genere non possa che far bene alla nostra economia, fatta ancora di piccole e medie imprese, artigiani, lavoratori del tessile. I prodotti italiani di nicchia sono costosissimi, e solo un mercato come quello statunitense – e poche altre realtà, che però non possiedono gli stessi numeri – possono far fronte alla nostra offerta.

Il Governo guidato – ancora per poco – da Barack Obama vede nell’Italia un Paese che si è fatto carico dell’enorme fardello legato alla migrazione. Nessun altro Stato europeo – se non la Grecia, e la Turchia, per palesi motivi geografici – ha riversato risorse monetarie e politiche sul salvataggio dei migranti. Ciò ha causato uno scontro con la Commissione Europea relativamente all’utilizzo dei fondi – dentro o fuori dal patto di stabilità?: vista la finanziaria recentemente varata, il Governo italiano ritiene le spese per l’emergenza migranti da imputare in conto all’Unione Europea. Gli Stati Uniti hanno storicamente aperto le proprie porte all’immigrazione: per quanto esista una deportazione sistematica dei clandestini provenienti soprattutto dal centro e sud America, relativamente all’esodo dal Medio Oriente hanno mandato avanti una politica positiva, motivo di scontro – tra i pochi argomenti seri, e non frivoli – nei dibattiti tra Trump e Clinton.

La Brexit, come ha notato un esimio studioso di politica interazionale, sta modificando l’assetto dei rapporti Stati Uniti – Gran Bretagna: non avendo più un interlocutore forte all’interno dell’Unione Europea, ed essendo Barack Obama un forte sostenitore dell’integrazione europea, l’interesse verso l’Italia aumenta. Roma è membro fondatore delle istituzioni comunitarie, cerca la mediazione senza soluzione di continuità, ha una posizione strategica invidiabile.

Dubito che l’Amministrazione Obama abbia scelto l’Italia, per celebrare l’ultima cena di Stato del Presidente, solo ed esclusivamente per accontentare un partner per la campagna referendaria: evidentemente ci sono interessi in gioco, è naturale che se ne sia discusso anche apertamente, mi sembra scontato che un Presidente amico del Capo del Governo ospite spinga affinché il risultato di un voto sia quello auspicato da chi ha il potere in carica.

Faccio notare che il Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni è entrato in merito alle elezioni statunitensi tifando per la Clinton (http://www.lavocedinewyork.com/…/paolo-gentiloni-saluta-ne…/) e, allo stesso tempo, auspica che si rivedano le sanzioni alla Russia (http://www.askanews.it/…/ucraina-gentiloni-speriamo-presto-…). Il Ministro è ben conscio che una elezione dell’ex Segretario di Stato porterà ad un aggravarsi dei rapporti Occidente – Russia, e forse spera in un ruolo italiano per l’eventuale mediazione.

Virginia Raggi e la doppia morale Cinquestelle

Il Movimento rischia di naufragare nella propria promessa di pulizia etica non mantenuta

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Raramente esprimo un pensiero sulla politica interna del nostro Paese, sia perché non ho approfondite conoscenze dei vari meccanismi sadomasochisti esistenti nelle varie classi dirigenti che, ahinoi, guidano le scelte economiche e sociali italiane, sia perché non ho nessuna stima dei vari giornalai che espongono le congetture di partiti beceri e senza spina dorsale, sia perché la ritengo noiosa, boriosa, impalpabile.

Ma oggi, ricorrenza dell’armistizio proclamato dal Generale Pietro Badoglio che sanciva la resa agli Alleati, sarebbe poco corretto esimermi da un giudizio sui recenti avvenimenti – apparentemente – legati alla politica capitolina ma che, in realtà, pongono una seria questione per il Governo nazionale. 

Il filosofo Umberto Galimberti ha recentemente affermato, rubando – lo dico ironicamente – una mia frase tipica durante le accese discussioni circa i Pentastellati, che “tutta la struttura del M5S assomigli(a) un po’ a Scientology. Sono veramente preoccupato del fatto che un sindaco non può governare, perché è sotto tutela. E poi parlano di democrazia. Ma dov’è questa democrazia?”. 

Ricorderete gli albori del Movimento, con le dirette streaming degli incontri di alcuni suoi esponenti con Pierluigi Bersani prima, ed Enrico Letta poi, i quali invitavano i Cinquestelle a far parte della coalizione di Governo per evitare maggioranze alternative e poco consone ma, soprattutto, nuove elezioni che avrebbero portato l’Italia ad un caso simil spagnolo. 

In tanti hanno visto nell’M5S l’ultima chance di salvezza, baluardo della dignità della classe politica perché composta da esponenti insospettabili e privi di legami con i – così chiamati – poteri forti, legittimati dal loro autoproclamarsi Cittadini, così come a dire che coloro i quali votavano PD, Forza Italia, SEL o Lega Nord fossero cittadini minuscoli, non all’altezza della grande forza rinnovatrice del Movimento. 

Al gioco del più puro nessuno vince, ma tutti perdono nella reciproca accusa

Ricordo un passaggio de “La fattoria degli animali” di George Orwell: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”. A me pare che all’interno del Movimento 5 Stelle stia avvenendo – o meglio, sia sempre avvenuto – proprio questo. Non si coglie l’errore interno, causato dai massimi esponenti, a causa di un’apparente giustificazione ultima che permetterebbe, dunque, di andare avanti. Nonostante in altri casi ci si sia comportati diversamente; nonostante in molteplici casi si fosse andati addosso all’avversario politico; nonostante, di errori, ne avvengano continuamente, ad ogni livello. 

Ora, alcuni parlano di sovraesposizione mediatica del caso Roma, “perché di problemi più grandi ce ne sono”. Se quest’ultima affermazione è vera, il discutere ampiamente e senza soluzione di continuità della Sindaca Virginia Raggi e della sua giunta è normale e largamente giustificato dal fatto che questo è il primo caso importante di Governo del Movimento – di quella Capitale del Paese frastornata da anni di malapolitica, incuria, cattiva gestione – e dove “i nodi tornano al pettine”, messi al muro dalla volontà di purezza inesistente ma tanto utopisticamente portata avanti in un disegno perverso che vorrebbe il 100% dei voti degli elettori ricadere sui Cinquestelle. 

Al gioco del più puro nessuno vince, ma tutti perdono nella reciproca accusa. Tanto più se la macchia avviene all’interno di quel Movimento che ha fatto della trasparenza – a fasi alterne, a seconda del bisogno del momento – il cavallo di battaglia di una stagione politica che chissà per quanto ancora durerà.

Migranti, Bagnasco e Maroni attaccano l’ONU: “Come affronta la tragedia?”

Le Nazioni Unite nel mirino della Chiesa e della Lega Nord

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Mi chiedo se questi organismi internazionali come l’Onu, in modo particolare, che raccoglie il potere politico ma anche il potere finanziario, hanno mai affrontato in modo serio e deciso questa tragedia umana”. Il Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo Bagnasco, se la prende col Palazzo di Vetro per la sua incapacità nell’affrontare la crisi dei migranti. Gli fa eco Roberto Maroni che, sul suo profilo Facebook, scrive:


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L’eleganza del Grillo

Il face-to-face Renzi/Grillo: forse è il caso che tutti facciano un passo indietro

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Un momento dell'incontro Renzi-Grillo

Un momento dell’incontro Renzi-Grillo

La riproposta idea dello streaming non è male, ma sono i contenuti a mancare. Dopo la scazzottata dialettica avvenuta tra il Presidente del Consiglio incaricato Matteo Renzi e il leader del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo sono molteplici le reazioni al confronto: c’è chi critica Renzi di mancanza di polso, chi Grillo per eccessiva arroganza; c’è chi elogia Renzi per non aver perso la calma, chi Grillo per aver detto al Segretario PD “le cose come stanno”.
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Il fardello del Professore

Elezioni vinte dall’astensionismo, e dalla sinistra rossa

di Matteo Meloni

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Francesco Pigliaru: il 16 febbraio è stato eletto Governatore della Sardegna

Francesco Pigliaru: il 16 febbraio è stato eletto Governatore della Sardegna

E ora, che si fa? Ci si deve rimboccare le maniche, e spalare tanto fango: quello nel quale la Sardegna è impantanata più o meno da sempre. Non sarà facile governare per il nuovo presidente Francesco Pigliaru. Essere un viso spendibile, un bravo economista e un docente di alta qualità non garantisce necessariamente buoni risultati, e il governo tecnico di Mario Monti, un altro professore, ne è l’esempio più lampante in assoluto. Si dirà che in principio Monti non è passato tramite il voto popolare, e Pigliaru sì: vero. Ma la drammatica realtà economica e sociale dell’isola è da vera emergenza. Il vincitore dovrà gestire diverse patate bollenti: alcune storiche, alcune nuove, altre promesse in campagna elettorale. Continua a leggere

Elezioni regionali in Sardegna: si salvi chi può!

Dall’affaire Barracciu al passato da copiatore di Mauro Pili, passando per Ugo Merda e le sveglie mattutine della Murgia

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Che i politicanti italiani, sardi compresi, abbiano da tempo toccato il fondo è un dato di fatto che scaturisce dai numeri esorbitanti della disoccupazione, delle mancate occasioni di crescita e dell’incapacità generale nel trovare soluzioni per una crisi che la Sardegna paga più di altre regioni, essendo perennemente in difficoltà nonostante le funzioni speciali attribuite all’isola sulla carta in quanto “Regione a Statuto Speciale”: il confronto con, ad esempio, il Trentino-Alto Adige dovrebbe far impallidire. Tant’è, se Cappellacci vinse le elezioni del 2009 grazie alla campagna elettorale mandata avanti da Berlusconi quasi in franchising, con un copione già utilizzato in Abruzzo e che si è rivelato vincente anche nell’isola, Soru le perse per la mancanza di supporto da parte del suo partito, quel PD sempre e comunque al centro di problemi interni e che oggi non riesce a trovare la strada maestra nonostante il forte mandato ricevuto da Matteo Renzi durante le primarie populiste svolte nel giorno dell’Immacolata Concezione. Vicende nazionali a parte, domenica 16 febbraio vedremo ai blocchi di partenza facce note e meno note, ed è difficile capire chi sarà il favorito. Continua a leggere

Caro PD, stai sbagliando: a questo gioco non ci sto più

Manifestazione del PD. Foto: www.partitodemocratico.it

Manifestazione del PD. Foto: http://www.partitodemocratico.it

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Quella che dovrebbe essere una competizione elettorale finalizzata all’elezione del Segretario di un partito, quel PD in balìa dei venti guidato ad interim, da maggio 2013, da Guglielmo Epifani, si è trasformata in una kermesse televisiva che vorrebbe scimmiottare, da un lato, le primarie dei partiti democratico e repubblicano statunitensi, dall’altro, portare alla ribalta mediatica le idee dei competitor in gioco – Civati, Cuperlo, Renzi – che si dicono tutti e tre pronti alla guida non solo del partito nato nel 2008 dalla “fusione fredda” tra Democratici di Sinitra e Margherita, ma del Governo del Paese. Il detto “La speranza è l’ultima a morire” non suona bene per il PD, e soprattutto per i suoi elettori, che la speranza di un vero cambiamento l’hanno persa – in maniera chiara – dopo l’emorragia di voti delle politiche del febbraio 2013. Le primarie dovrebbero rappresentare un momento di svolta nel partito, ma così non sembra essere. Soprattutto perché non esiste una comune visione d’intenti su come riformare il partito, sulle politiche economiche da portare avanti, sulla futuribilità del Paese. Fino al 2012 il Segretario del Partito Democratico era il candidato alla Presidenza del Consiglio. Questa scelta nasce nel 2008, con la volontà di Walter Veltroni e Silvio Berlusconi di cannibalizzare la politica italiana creando a tavolino una cultura bipartitica estranea alla storia parlamentare dell’Italia. Per le primarie di coalizione del 2012 il Sindaco di Firenze, Matteo Renzi, chiese la modifica del regolamento per poter partecipare alla competizione: dato il peso della base vicina al Sindaco, si decise di accontentarlo. Renzi perse contro Bersani: quest’ultimo, poi, si dimise in seguito alla mancata elezione di Romano Prodi come Presidente della Repubblica. Oggi, 8 dicembre, una moltitudine di cittadini spenderà due euro per esprimere il proprio voto. E questa volta, per la prima volta, io non andrò a votare. Da non iscritto, se fosse stato imposto l’obbligo d’essere tesserati per votare alle primarie non avrei esitato a prendere la tessera. Ma partecipare, ancora una volta, ad un gioco perverso che vuole elettori di ogni genere, storia politica, ordine e grado votare per lo stesso partito non è più divertente: è come partecipare ad un’orgia sapendo che nel gruppo è presente una persona con malattia sessualmente trasmissibile. Prevenire è meglio che curare: ma il PD non lo sa, continua imperterrito in errori di valutazione grossolani visibili alla maggioranza dell’elettorato. Se così non fosse, avrebbe vinto le precedenti elezioni: non c’è Grillo che tenga. Buona fortuna, Partito Democratico: a questo gioco non ci sto più.

Ps: sui social network i commenti sulle primarie sono i più disparati.

L’ironia sulla quota da versare per poter votare…

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C’è chi pensa ai prossimi mondiali…

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Chi fa semplici raggruppamenti di establishment…

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Chi polemizza con chi andrà a votare…

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E chi non crede nell’esistenza del PD:

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Il dibattito televisivo per le primarie del PD: vantaggi e svantaggi alla luce del nuovo assetto della destra

Gianni Cuperlo, Matteo Renzi e Pippo Civati al dibattito negli studi di Sky. Foto: www.vanityfair.it

Gianni Cuperlo, Matteo Renzi e Pippo Civati al dibattito negli studi di Sky. Foto: http://www.vanityfair.it

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La strana democrazia italiana si accolla il fardello di strani personaggi politici, strani partiti e strane elezioni primarie. E nella strana democrazia italiana, dove tutto – e niente – è possibile, è concesso ad un personaggio come Berlusconi di scendere in politica, col beneplacito dei suo avversari politici, nonostante un conflitto d’interessi che farebbe impallidire chiunque in un altro Paese dove vige un sistema democratico. Ma se l’affaire Berlusconi viene oggi relegato alle questioni giudiziarie, rimane sempre un senso di incompletezza al sistema politico italiano. Tutti hanno colpe della deriva del Paese, ma nessuno ne è responsabile. Allora: quale soluzione per la classe politica italiana? Un ricambio generazionale è auspicabile, ma laddove sembra esserci scopriamo che, in realtà, dietro ciascun uomo nuovo esiste un gruppo forte, un politico di lungo corso, finanziamenti provenienti da chissà dove. Nel centrosinistra (se ancora esiste) basta prendere in considerazione Renzi, Cuperlo e Civati del Partito Democratico per rendersene conto. Ma, senza entrare nello specifico dei finanziamenti delle rispettive campagne per le primarie in svolgimento, il dibattito televisivo tra i contendenti alla Segreteria del PD è pur sempre da considerare come un aspetto innovativo e di confronto che porta i singoli individui a chiarirsi le idee sui personaggi in campo. Matteo Renzi, il più forte dei tre, mediaticamente parlando sfonda su tutti i fronti. Il problema è che piace anche a destra, ed il Segretario del maggior partito che si definisce di sinistra non può avere la sua forza nel gradimento dell’altra parte politica. Le primarie aperte non aiutano certo a cambiare questo dubbio alla base della candidatura renziana: a che gioco vuol giocare il Sindaco di Firenze? Durante le primarie del 2012 Renzi è stato sconfitto da Pier Luigi Bersani; il toscano ha avuto per mesi l’appoggio delle testate della famiglia Berlusconi, creando dissapori all’interno del PD. Oggi, per convenienze politiche del Cavaliere, questo appoggio sembra mancare. Ecco un motivo su cui riflettere per coloro i quali appoggiano il giovane Sindaco. Continua a leggere