Categoria: Vicino e Medio Oriente

Erdogan sbarca a Tripoli

Parte la missione di Ankara a difesa del Governo di Tripoli appoggiato dall’Onu. La comunità internazionale è preoccupata

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

La Tripolitania assediata dalle truppe del generale Khalifa Haftar potrà contare sulla difesa della Turchia in seguito all’approvazione da parte del Parlamento a guida Akp della missione in Libia. “L’esercito turco è lì per garantire un cessate il fuoco, non per combattere”, e per cercare di “evitare tragedie umanitarie”, ha detto il Presidente Recep Tayyip Erdogan.

Libyan protesters shout slogans during a demonstration against the Turkish parliament's decision to send Turkish forces to Libya, in Benghazi

L’operazione turca nel Paese nord-africano non è stata valutata positivamente dalla comunità internazionale, per la preoccupazione che un nuovo attore sul campo potesse complicare il processo di dialogo tra al-Serraj, a capo del Governo di Accordo Nazionale appoggiato dalle Nazioni Unite e Haftar, l’uomo forte della Cirenaica supportato da Egitto e Russia.

D’altro canto, è necessario sottolineare che Unione Europea e Stati Uniti non sono stati capaci di rispondere concretamente alla richiesta d’aiuto di Serraj, ritrovatosi con l’esercito della Cirenaica a pochi chilometri da Tripoli. L’accordo siglato nel mese di dicembre tra Libia e Turchia sui confini marittimi comprendeva anche un protocollo militare, messo in atto proprio in questi giorni.

A riprova della gravità del momento, le forze di Haftar hanno condotto un raid aereo contro l’Accademia Militare di Tripoli: bilancio pesante, con 28 cadetti rimasti uccisi e altri 20 feriti. Il Generale della Cirenaica, che ha dichiarato il jihad e la mobilitazione generale contro la Turchia, ha insultato Erdogan definendolo “stupido sultano intenzionato a riprendere il controllo della Libia”, già provincia dell’Impero Ottomano.

La situazione nell’ex Giamahiria di Muammar Gheddafi è in costante cambiamento, tra certezze e smentite. Nella mattinata di ieri è circolata la notizia che le forze di Haftar avessero conquistato l’importante città di Sirte, compresi il porto e l’aeroporto, in seguito al ritiro delle milizie pro Serraj. Il portavoce di Haftar ha confermato la notizia nel pomeriggio, ma in serata è giunta la smentita di Tripoli, che ha bollato come false “le voci che parlano di successi delle milizie e dei mercenari del criminale di guerra Haftar.

La situazione all’interno della città — si legge nella nota del Governo Serraj, ripresa dall’agenzia di stampa turca Anadolu — è completamente sotto controllo e gli scontri di ieri sono avvenuti fuori Sirte”. Intanto, missione in Algeria per Serraj e Mevlüt Çavuşoğlu, Ministro degli Esteri di Erdogan: i due Paesi recentemente alleatisi contro Haftar stanno cercando di costruire un fronte regionale per bloccare l’avanzata del generale.

Qassem Soleimani, come si è arrivati alla sua morte

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

L’uccisione per mano statunitense di Qassem Soleimani, membro d’alto rango della nomenclatura della Repubblica Islamica, a capo delle Forze Quds, architetto delle operazioni anti-Daesh, rappresenta un drammatico punto di svolta nel conflitto latente tra Iran e Stati Uniti.

L’intervento avviene nell’anno delle elezioni presidenziali negli States e potrebbe costituire il casus belli per una guerra regionale dalla portata inimmaginabile. Pochi giorni fa, il 31 dicembre, dal resort di Mar-a-Lago in Florida, il Presidente Donald Trump ha dichiarato di non volere la guerra con Teheran, aggiungendo di non aspettarsi un conflitto con la Repubblica Islamica: “Do I want to? No. I want to have peace. I like peace. And Iran should want to have peace more than anybody. So I don’t see that happening”.

La notizia del raid aereo, in territorio iracheno, contro Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, un suo consigliere, è legata all’approvazione dell’attacco da parte di Trump, come confermato dal Pentagono: “At the direction of the President, the U.S. military has taken decisive defensive action to protect U.S. personnel abroad by killing Qasem Soleimani, the head of the Islamic Revolutionary Guard Corps-Quds Force, a U.S.-designated Foreign Terrorist Organization”.

Dopo l’attacco delle forze statunitensi contro Kata’ib Hizbollah, con le milizie filo-iraniane accusate dell’uccisione di un contractor civile Usa nella base operativa di Kirkuk di Inherent Resolve, l’Iran ha contestato l’intervento a livello diplomatico, chiamando in causa l’incaricato d’affari della Svizzera a Teheran, rappresentante degli interessi statunitensi nel Paese, e stigmatizzato le dichiarazioni degli esponenti Usa, definite “in violazione della Carta delle Nazioni Unite”.

L’avvenimento odierno segna la fine dell’accordo sul nucleare, il JCPoA: non è necessaria la sfera di cristallo per immaginare che avrà ripercussioni a livello economico, enfatizzerà le divisioni claniche in Iraq, peggiorerà la vita delle fasce più deboli della popolazione in contesti come la Palestina, la Siria e lo stesso Iran.

Ancora una volta, mette l’Unione Europea alle strette, per l’innata contraddizione di non avere una politica estera veramente comune, incapace di rendersi autonoma rispetto alle volontà statunitensi chiaramente negative per il Vecchio Continente, con i singoli Stati che corrono su singoli binari.

L’attacco Usa in Iraq e Siria scuote l’Iran

Colpite milizie vicine alla Repubblica Islamica, che accusa Washington di terrorismo. Nel Golfo, al via le esercitazioni congiunte Iran, Russia e Cina

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno colpito alcune milizie irachene e siriane vicine — secondo Washington — alla Repubblica Islamica, in risposta all’attacco mortale subito da un contractor civile nella base di Kirkuk.

Protesters and militia fighters gather to condemn air strikes on bases belonging to Hashd al-Shaabi (paramilitary forces), outside the main gate of the U.S. Embassy in Baghdad, Iraq December 31, 2019. REUTERS/Thaier al-Sudani – RC296E9AGKQT

Il Dipartimento alla Difesa, ha spiegato il portavoce Jonathan Hoffman, è intervenuto con alcuni attacchi aerei contro Kata’ib Hizbollah sia in Iraq che in Siria: l’operazione, “diminuirà le capacità” della milizia filo-iraniana “nel condurre futuri attacchi contro Inherent Resolve”, l’operazione statunitense nata nel 2014 con l’obiettivo di bloccare l’avanzata dello Stato Islamico nella regione. Inherent Resolve si protrae ancora nonostante il crescente malcontento del Governo iracheno per la presenza di Washington sul territorio.

Infatti, il Primo Ministro dimissionario Adel Abdul Mahdi ha fortemente criticato l’intervento degli Usa “condotto contro forze irachene” e sottolineato che “ci saranno conseguenze. Tali attacchi sono inaccettabili”. I rapporti tra Baghdad e Washington sono tesi da tempo: a novembre, al culmine delle manifestazioni di piazza contro il Governo Mahdi e per l’eccessiva presenza nella politica irachena delle forze statunitensi e iraniane, l’Iraq si scagliò contro la scelta degli Stati Uniti di spostare le truppe Usa dalla Siria in territorio iracheno, nel quadro dell’operazione turca contro i militanti curdi.

Questa mattina migliaia di persone si sono riversate nei pressi dell’Ambasciata degli Stati Uniti a Baghdad: al grido di “No, no, America! No, no, Trump!”. Sono stati appiccati incendi alle barriere di protezione e lanciate pietre in direzione dello stabile che ospita il personale di Washington. L’ambasciatore e lo staff diplomatico hanno abbandonato l’area: da quanto si apprende, alcuni manifestanti avrebbero superato i controlli, penetrando nella zona a ridosso del palazzo che ospita l’Ambasciata. Il mese scorso i manifestanti scesero in piazza nella città di Karbala, assaltando il Consolato della Repubblica Islamica dell’Iran: la ripresa del malcontento popolare verso le due forze straniere.

L’Iran ha condannato “l’attacco terroristico statunitense” in Iraq e ha chiesto che ne “venga rispettata l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale. Gli Stati Uniti devono smetterla di interferite negli affari interni dei Paesi arabi”, ha affermato il portavoce del Ministero degli Esteri, Seyyed Abbas Mousavi. Per l’Ayatollah Ali al-SIstani, la più importante figura sciita in Iraq, alcuni dei gruppi oggetto dell’attacco Usa si sono resi colpevoli di pratiche illegali.

Condannando l’attacco, al-Sistani ha però affermato che “solo le autorità irachene possono occuparsene, prendendo le misure necessarie per prevenirle”. Intanto, è partita l’esercitazione militare congiunta — la prima del genere — tra Iran, Cina e Russia. L’operazione, della durata di quattro giorni, si svolge nel Golfo dell’Oman e a nord dell’Oceano Indiano, e sottolinea la vicinanza di rapporti tra le tre Nazioni in un momento cardine per il futuro dell’assetto istituzionale iraniano.

L’Iran è attivo sul fronte diplomatico per il raggiungimento di un accordo sulla protezione delle petroliere che passano nel Golfo: nei mesi scorsi ha proposto il progetto HOPE — Hormuz Peace Endeavor — ai Paesi che condividono quel tratto di mare. Il Governo iraniano è stato additato, in primis dagli Stati Uniti, come responsabile degli attacchi alle petroliere avvenuti a giugno 2019 ma ha sempre rispedito le accuse al mittente.

Libano, Hariri si ritira

Il Primo Ministro dimissionario non sarà nella rosa dei nomi per guidare il prossimo esecutivo

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Prima le difficoltà per la formazione del Governo, che ha visto la luce nel mese di febbraio 2019 dopo 9 mesi di trattative, poi le proteste di piazza e le dimissioni. Ora, per Saad Hariri, la scelta più difficile: cancellare il suo nome da una possibile riconferma.

Lebanon’s Prime Minister Saad al-Hariri attends a cabinet session at the Baabda palace, Lebanon October 21, 2019. REUTERS/Mohamed Azakir – RC1D56E482E0

La sua scelta è dettata dalle imponenti e partecipate manifestazioni contro l’intero sistema istituzionale, giudicato corrotto e incapace di modificare l’impasse economica del Paese dei cedri. Anche la sua figura è vista come collusa alle gravi problematiche del Libano, motivo per cui il Primo Ministro ha deciso di spazzare il campo da possibili sue riconferme.

“Serve un Governo che indirizzi le aspirazioni dei giovani uomini e delle giovani donne. Ho piena speranza e fiducia, dopo il mio chiaro e definitivo annuncio, che il Presidente della Repubblica avvierà le consultazioni parlamentari per designare un nuovo Primo Ministro”, ha scritto Hariri in un comunicato ufficiale.

Il suo ritiro potrà, da un lato, dare nuova linfa alla politica libanese ma, dall’altro, getta ulteriore incertezza nel panorama prossimo futuro del Paese, incapace di risollevarsi da una crisi dalle molteplici ragioni. Nessuna figura sembra, però, affacciarsi come possibile attore capace di prendere in mano il Governo del Libano: all’inizio del mese, l’ex Ministro delle Finanze, il miliardario Mohammad Safadi, era stato insignito da una maggioranza di partiti, come uomo guida del prossimo esecutivo. Ma i protestanti hanno bocciato persino la sua candidatura, ritenuta, ancora una volta, corrotta.

Visti i lunghi tempi impiegati per la formazione dell’ultimo Governo Hariri, ci si può aspettare un nuovo stallo istituzionale o la formazione di una compagine tecnica, che vada direttamente ad assecondare le richieste dei manifestanti. Ma non sarà semplice: i partiti daranno battaglia per conquistare i ministeri chiave, in un Paese dilaniato da lotte intestine, crocevia per la stabilità del Vicino Oriente.

La morte di al-Baghdadi riappacifica Usa e Turchia

Tutti dalla stessa parte, anche Russia, Siria, Iraq e i curdi. L’Isis perde il “califfo” e la sua guida spirituale

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Stavolta non dovrebbero esserci dubbi: Abu Bakr al-Baghdadi è morto durante un’operazione statunitense in Siria, nella zona di Idlib, togliendosi la vita pur di sfuggire alla cattura. Da quel che si è appreso, l’autoproclamatosi califfo dello Stato Islamico, ora in macerie, “si è fatto saltare in aria e ha ucciso tre dei suoi figli che erano con lui”, come annunciato da Donald Trump durante una conferenza stampa.

U.S. President Donald Trump makes a statement at the White House following reports that U.S. forces attacked Islamic State leader Abu Bakr al-Baghdadi in northern Syria, in Washington, U.S., October 27, 2019. REUTERS/Jim Bourg TPX IMAGES OF THE DAY – RC15E04A5650

Il raid in Siria è stato reso possibile dalle intelligence di numerosi Paesi, e forze sul territorio, coinvolti nella cattura di al-Baghdadi: il Governo di Assad, il Cremlino, Ankara, l’Iraq e i curdi tutti uniti con gli Usa per annientare un nemico comune. L’iniziativa unilaterale di Recep Tayyip Erdogan nel nord-est siriano delle scorse settimane ha avuto l’effetto di scompaginare le carte negli assetti delle alleanze della guerra in Siria e di mettere pressione ai militanti dell’Isis in fuga.

All’interno di questo quadro si può leggere anche l’operazione Abu Bakr, terminata con la sua morte. Il 29 aprile 2019 al-Baghdadi era riapparso in un video di propaganda del già annientato in larga misura Stato Islamico. Le immagini precedenti risalivano al 2014, quando all’interno della moschea al-Nouri di Mosul, in Iraq, il leader dell’Isis tenne un sermone proclamando la nascita del califfato. Dato numerose volte per morto, le sue apparizioni lasciavano stupiti gli analisti e davano fiducia ai combattenti jihadisti.

Anche stavolta, sulla scomparsa definitiva di Abu Bakr rimane un velo misterioso in seguito alla diffusione di una notizia proveniente da fonti d’intelligence turca, secondo la quale sarebbe stato ucciso non il “califfo” ma Abu Mohammed al Khalebi, comandante delle milizie di Hurassedin affiliate ad Al Qaeda.

Arrivano messaggi positivi da Mosca. Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, afferma che “se confermata la notizia della morte di al-Baghdadi, possiamo parlare di un grande contributo da parte del Presidente degli Stati Uniti nella lotta al terrorismo internazionale.” Ma dal Ministero della Difesa del Governo russo arrivano dichiarazioni che sminuiscono la fine di Abu Bakr. “Anche se avvenuta, la morte di al-Baghdadi non ha grande valore rispetto alla situazione siriana o nell’azione contro i restanti militanti dell’Isis nella regione di Idlib.”

In Libano è già guerra tra Israele e Iran

Un drone dell’esercito israeliano colpisce uffici di Hezbollah a Beirut. Il Paese dei cedri subisce le conseguenze del conflitto tra Tel Aviv e Teheran

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Riprende l’offensiva israeliana contro Hezbollah. Domenica scorsa un drone dell’Israeli Defence Forces ha colpito uno stabile del quartiere sud di Beirut, scatenando l’ira del Primo Ministro del LibanoSaad Hariri. La diplomazia è all’opera per scongiurare un conflitto su larga scala, con le Nazioni Unite intente a placare gli animi.

UN peacekeepers (UNIFIL) patrol the border with Israel, in the village of Khiam, Lebanon August 26, 2019. REUTERS/Ali Hashisho – RC11E6E18C90

Gli alti esponenti libanesi sono concordi nella protesta contro l’attacco israeliano, che aveva come target un ufficio della comunicazione del partito sciita. Incontrando Jan Kubis, Coordinatore Speciale delle Nazioni Unite, il Presidente del Libano Michel Aoun ha affermato che l’intervento militare israeliano “è una dichiarazione di guerra, che giustifica la difesa della nostra sovranità, indipendenza e integrità territoriale.”

Il Grand Serail, quartier generale del Governo libanese, ha ospitato lunedì un meeting d’urgenza richiesto dal Primo Ministro insieme agli ambasciatori a Beirut delle cinque nazioni membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Elizabeth Richard per gli Stati Uniti, Alexander Zasypkin per la Russia, Wang Kejian per la Cina, Benjamin Wastnage per la Gran Bretagna e Salina Grenet-Catalano per la Francia hanno ascoltato le rimostranze di Hariri, secondo il quale “Israele ha spudoratamente violato la sovranità libanese, senza nessuna considerazione del diritto internazionale e della vita dei civili.”

Saad Hariri chiede che la comunità internazionale risponda a quella che potrebbe essere “una situazione che porterà a una pericolosa escalation regionale.” Nella giornata di martedì, il Primo Ministro ha avuto una conversazione telefonica con il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov. Mosca ha chiesto che tutte le parti rispettino la risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza sulla stabilizzazione del Libano e che Beirut ha il pieno appoggio della Russia sulla tutela della sovranità territoriale libanese.

Per Hassan Nasrallah, Segretario Generale di Hezbollah, quella israeliana è stata una “missione suicida che non verrà più tollerata. Il tempo nel quale velivoli di Israele vengono a bombardare il Libano è finito. Da ora in poi” — continua Nasrallah — “abbatteremo qualunque drone israeliano sui cieli libanesi”.

Rivolgendosi al leader della compagine sciita, il capo del Governo israeliano Benjamin Netanyahu ha detto: “Gli consiglio di calmarsi. Israele sa rispondere adeguatamente ai suoi nemici”, per poi parlare direttamente a Qasem Soleimani, generale iraniano della Quds Force e responsabile per le operazioni militari extraterritoriali: “fate attenzione a ciò che dite e ancora di più a ciò che fate. 

La morte di Mohamed Morsi scuote l’Islam politico

Il primo Presidente eletto democraticamente nell’Egitto moderno venne deposto nel 2013 da un colpo di Stato di al-Sisi

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

La morte di Mohamed Morsi mette in allarme l’Egitto, dove le autorità hanno decretato lo stato d’emergenza massimo, e porta la comunità internazionale a interrogarsi sulle reali cause della sua morte. L’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha chiesto l’apertura di un’investigazione indipendente sul trattamento dell’ex Presidente durante i 6 anni di carcere che, secondo le dichiarazioni dello stesso Morsi, sono trascorsi senza la possibilità di incontrare i suoi legali né di avere accesso ai medicinali.

A woman holds a poster of deposed Egyptian President Mohamed Mursi during a pro-Islamist demonstration at the courtyard of Fatih mosque in Istanbul July 27, 2013. REUTERS/Murad Sezer (TURKEY – Tags: POLITICS CIVIL UNREST TPX IMAGES OF THE DAY) – GM1E97R1JM201

Il leader dei Fratelli Musulmani, che ha governato l’Egitto per un solo anno, lascia l’Islam politico senza una guida. Molti dei suoi sostenitori hanno abbandonato il Paese per via delle persecuzioni del regime militare insediatosi dopo il golpe, rifugiandosi nella Turchia di Recep Tayyp Erdogan. Il Presidente turco, apprendendo della sua morte, ha definito Morsi “un martire”. Proprio le preoccupazioni di manifestazioni di piazza hanno portato il Governo egiziano alla decisione del seppellimento dell’ex Presidente in tutta fretta, con la famiglia che ha accusato le autorità di aver negato i funerali pubblici. Il corpo di Morsi è stato tumulato nel cimitero di Nasr City, la città dove nel 2013 Mohamed Badie, ottava Guida Generale della Fratellanza Musulmana in Egitto, venne arrestato in seguito alle sue dichiarazioni contro l’allora generale Abdel Fattah al-Sisi, poi divenuto Presidente.

La fine di Morsi ha segnato il totale fallimento delle cosiddette Primavere Arabe. Dopo la deposizione e l’arresto di Hosni Mubarak (oggi scarcerato, prima in libertà vigilata a Sharm el-Sheikh e ora libero) l’Egitto ha vissuto una fase di instabilità, culminata con l’elezione del Governo dei Fratelli Musulmani. L’esecutivo di Mohamed Morsi non ha saputo rispondere alle immediate esigenze della popolazione, con l’ex Presidente accusato di aver tradito la classe operaia e di aver introdotto al potere principalmente i membri della Fratellanza. I Fratelli Musulmani, nel corso del loro anno di Governo, non sono stati capaci di amalgamare le varie forze della società — comprese quelle non islamiste — nel progetto di riforma costituzionale, in un Paese crocevia di straordinari interessi geopolitici.

Il Presidente al-Sisi ha recentemente sottoposto alla popolazione egiziana un referendum confermativo delle modifiche alla Costituzione approvate dal Parlamento. Grazie all’89% di consensi ricevuti nel mese di aprile, al-Sisi potrebbe ora governare indisturbato fino al 2030.  Abdel Fattah al-Sisi, Generale che non ha mai partecipato a una guerra, fa parte della nomenclatura militare arrivata al potere dopo la deposizione del vecchio apparato fedele a Mubarak nella fase politica concitata tra l’ex rais e l’elezione di Mohamed Morsi.

Il Sultano senza città

Sconfitto anche nella sua Istanbul, oltre che nella capitale e nella tradizionalmente infedele Izmir. Il tramonto del mito dell’invincibilità di Erdogan 

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Sembrava una candidatura solida quella di Binali Yıldırım a sindaco della città di Istanbul, suffragata dai sondaggi che lo davano di quattro punti percentuali sopra il rivale del CHP Ekrem İmamoğlu. Ma nel pomeriggio di ieri è arrivata una doccia fredda per Recep Tayyip Erdoğan e l’AKP: la città passa all’opposizione. Gli undici milioni di abitanti della megalopoli sul Bosforo hanno regalato la guida della città all’esponente del Partito Repubblicano, fondato da Mustafa Kemal Atatürk. Un risultato al cardiopalma quello della vecchia Costantinopoli, con İmamoğlu che ha collezionato il 48,79% dei voti, contro il 48,51% di Yıldırım, già Primo Ministro del Paese. Di fatto, la città è stata governata da vari partiti con connotazione islamica dal 1994, quando proprio Erdoğan divenne sindaco.

Turkish President Tayyip Erdogan gestures during a news conference at Huber Mansion in Istanbul, Turkey March 31, 2019. REUTERS/Murad Sezer – RC19683D9220

Non solo Istanbul: Ankara, la capitale, vede la vittoria del candidato dell’opposizione governativa del CHP Mansur Yavaş vittorioso su Mehmet Özhaseki dell’AKP con quasi il 51% dei consensi contro il 47% del candidato sconfitto. A İzmir il CHP ha vinto col 58%, ma è rossa tutta la costa mediterranea della Turchia, da Hatay fino a Edirne. L’Anatolia centrale rimane il principale bacino elettorale del Presidente, con l’AKP che ha fatto incetta di voti, raggiungendo oltre il 44% in tutto il Paese, al 51,62% se si considera l’intera coalizione “Alleanza del Popolo”, della quale fa parte anche il Movimento Nazionalista MHP.

In una fase politica nella quale l’AKP controlla la stragrande maggioranza dei media del Paese, il risultato delle amministrative è sbalorditivo. Negli ultimi 50 giorni di campagna elettorale Erdoğan ha tenuto 102 comizi, con una grande copertura mediatica a suo vantaggio. Il giorno prima delle elezioni 53 membri dell’HDP, partito filocurdo, sono stati arrestati a Istanbul con l’accusa di legami col PKK. Eppure, il leader dell’AKP aveva forse percepito un brutto presentimento prima del voto, arrivando a dichiarare che la Basilica di Santa Sofia, divenuta moschea e poi museo, potrebbe ospitare nuovamente il culto islamico. «La moschea è stata convertita a museo nel 1935, una scelta del Partito Repubblicano. Noi potremmo modificarla», una frase diretta al candidato del CHP, risultato vincente alle comunali 2019.

Ma per il Presidente turco la tornata elettorale rimane un grande successo. «Da domani» — ha detto Erdoğan — «ci focalizzeremo sulle questioni nazionali e internazionali. La nostra priorità è il rafforzamento dell’economia, il mantenimento dello sviluppo e la crescita dell’occupazione».

Khashoggi, l’articolo mai pubblicato

Il giornalista saudita stava lavorando al testo insieme a un attivista iraniano per i diritti umani

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

La morte di Jamal Khashoggi ha esposto al mondo intero la brutalità della casa reale saudita. L’inchiesta delle Nazioni Unite sull’omicidio del giornalista è in pieno svolgimento e recentemente Agnes Callamard, esperta Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, ha rilasciato le prime dichiarazioni sul caso. «Le prove acquisite in Turchia» — ha affermato Callamard — «mostrano che il giornalista Jamal Khashoggi è stato vittima di una morte brutale e premeditata, pianificata e perpetrata da membri dello Stato dell’Arabia Saudita».

Activists protest the disappearance of Saudi journalist Jamal Khashoggi during demonstration outside the White House in Washington

A pochi mesi dalla sua morte, viene rilasciata sul sito Middle East Eye (MEE) una bozza di articolo mai pubblicata che Jamal Khashoggi scrisse all’inizio del 2018 insieme a un attivista iraniano per i diritti umani. L’attivista ha acconsentito alla messa in rete del pezzo, chiedendo il totale anonimato. Il direttore di MEE David Hearst spiega che il pezzo inedito del giornalista, che sul sito ha scritto diverse volte in forma anonima, «mostra come Khashoggi abbia modificato il suo pensiero sulla rivalità Iran-Arabia Saudita». Khashoggi, che ha conosciuto approfonditamente gli ambienti del palazzo reale, era un intellettuale complesso, spesso inserito in seguito alla sua morte all’interno di schemi semplicistici: alcuni lo volevano vicino alla Fratellanza Musulmana, altri come portavoce di una democrazia all’occidentale per l’Arabia Saudita.

Nella bozza, Khashoggi e l’attivista iraniano scrivono che “serve maggiore comprensione tra i due popoli” e che “oltre l’annuale e ristretto pellegrinaggio degli iraniani in Arabia Saudita, virtualmente non esiste interazione tra le nostre genti”. I due autori evidenziano le rispettive problematiche causate da iraniani e sauditi in Siria e Yemen. “Il prezzo di queste guerre è stato largamente pagato dai cittadini” dei due Paesi, scrivono Khashoggi e l’attivista. “A prescindere dalle differenze dei nostri governi” — continuano — “non c’è ragione perché non possa essere data l’opportunità per la costruzione di un minimo dialogo per imparare e comprendere dalle nostre società civili”. Nell’articolo, il giornalista saudita e la controparte iraniana evidenziano la loro preoccupazione per il futuro delle due Nazioni: il confronto perenne un giorno “potrebbe eruttare in peggio”.

La morte del giornalista saudita si incunea nel mezzo delle relazioni internazionali, in particolar modo quelle tra Riyad e Washington. L’amministrazione Trump ha posto al centro dei suoi interessi l’Arabia Saudita, visti anche gli stretti legami tra Jared Kushner e Mohammed Bin Salman. L’uccisione di Jamal Khashoggi ha creato tensioni tra i due Paesi, tanto che la Cia sostiene che sia stato il Principe il diretto mandante della sua morte. Recentemente l’Unione Europea ha inserito l’Arabia Saudita nella lista nera per riciclaggio e finanziamento al terrorismo.

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La fine dello Stato Islamico

Le Syrian Democratic Forces, appoggiate dagli Usa, attendono la resa da parte dei militanti dell’Isis nei pressi di Baghuz Fawqani

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Le ultime sanguinose ore dello Stato Islamico sono combattute nell’estremo est della Siria, al confine con l’Iraq (vedi mappa). Nei pressi della città di Baghuz Fawqani, governatorato di Deir ez-Zor, i combattenti dell’Isis hanno sequestrato circa 200 famiglie, motivo per cui i militari della coalizione SDF, Syrian Democratic Forces, non hanno ancora compiuto l’ultimo assalto. La tragica fine del Califfato nato nel 2014 sta giungendo alla conclusione dopo aver devastato Siria e Iraq. Lo Stato Islamico si è reso colpevole di numerosi attentati in Europa, Africa e Asia rivendicati nel corso degli ultimi anni. L’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha espresso la sua preoccupazione per le persone in ostaggio dei combattenti Isis, chiedendo che venga garantito «un passaggio sicuro per i civili che desiderano andarsene. Se proteggere le loro vite significa posticipare di qualche giorno la fine dello Stato Islamico» — ha detto Bachelet — «così dev’essere».

Fighters from the Syrian Democratic Forces (SDF) are seen together in the village of Baghouz

La sconfitta del Califfato non significherà necessariamente fine delle violenze. Infatti, la Siria è divisa in aree di controllo: a est dell’Eufrate, il Paese è comandato dalle forze curde, appoggiate dagli Stati Uniti; la restante parte di territorio continua ad essere governata dal Presidente Bashar al-Assad, tranne l’area a nord-ovest della Siria. Al confine con la Turchiasono in corso bombardamenti da parte dell’esercito di Damasco per la riconquista del territorio, ora in mano a vari gruppi, compresi estremisti di Al-Qaeda come Hay’at Tahrir al-Sham. Michelle Bachelet ha ricordato che, nonostante la zona di Idlib, il nord di Hama e i governatorati a ovest di Aleppo sono zone cuscinetto demilitarizzate, «è ripresa un’escalation di violenza negli ultimi due mesi, con combattimenti in particolare tra attori non statuali».

Bisogna ancora capire la sorte dei combattenti dell’Isis cittadini europei, i cosiddetti Foreign Fighters. Nei giorni scorsi Donald Trump ha chiesto su Twitter che “Gran Bretagna, Francia, Germania e gli altri alleati europei si riprendano gli oltre 800 combattenti dello Stato Islamico catturati in Siria”. Secondo il King’s College, dei poco più di 41mila Foreign Fighters — compresi donne e bambini — presenti in Siria e Iraq  di 80 varie nazionalità, sono 7,366 quelli rientrati nei Paesi d’origine, tra cui 1,765 persone già rientrate in Europa. I combattenti italiani sarebbero circa 130, tra i quali il bresciano di 24 anni Samir Bougana(nome di battaglia Abu Abdullah), catturato dall’Unità di Protezione Popolare (YPG) nel corso dell’avanzata contro lo Stato Islamico.

@melonimatteo