Categoria: Vicino e Medio Oriente

Ambasciata a Gerusalemme: con Trump la fine del multilateralismo statunitense

La decisione del Presidente rompe col passato: nessuna amministrazione aveva mai osato nello spostamento dell’Ambasciata nella città occupata dall’esercito israeliano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Sulla gravità delle conseguenze generali che questo atto ostile produrrà verso la leadership palestinese e la comunità internazionale, non è dato sapere. Potrebbe essere l’ennesimo segnale della fine del ruolo guida degli Stati Uniti; potrebbe valere pochissimo, dato che saranno pochi gli Stati che seguiranno la decisione degli USA; potrebbe rappresentare l’inizio di una grande escalation di violenza.

Per gli Stati Uniti, il multilateralismo è morto e sepolto. Per alcuni, questa suonerà come una buona notizia, dato che l’Unione Europea potrebbe andare per la sua strada autonomamente, senza dover fare i conti con Washington. Nell’incontro odierno tra Federica Mogherini e il Segretario di Stato Rex Tillerson, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera ha ribadito come Gerusalemme dovrà essere la capitale dei due Stati.

Il Ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, e il Presidente francese Macron, esprimono preoccupazione sui risvolti futuri della decisione unilaterale intrapresa dagli States.

Sul fronte extra UE, Erdoğan, Presidente della Turchia, ha affermato che si arriverebbe alla rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. La Russia di Vladimir Putin qualche giorno fa ha sottolineato che Mosca è dalla parte della Palestina nella realizzazione dell’indipendenza, con Gerusalemme Est capitale.

170522-trump-netanyahu-joint-statement-ew-141p_6f790344e21c7dbe8b208933d3d87393.nbcnews-fp-1024-512

Donald J. Trump e Benjamin Netanyahu a Washington. Photo: NBC News

Saranno molti i capi di Stato e di Governo che trarranno vantaggio dalla mossa statunitense: quelli del mondo musulmano sventoleranno la bandiera palestinese per rafforzare il consenso interno, altri – Putin su tutti – potrebbero avanzare come attori di mediazione nel conflitto israelo-palestinese, prendendo lo scettro fino ad oggi in mano agli Stati Uniti.

Al termine della seconda guerra mondiale, il conflitto tra il neonato Stato d’Israele e i Paesi arabi ha portato alla divisione de facto di Gerusalemme, con i primi occupanti la parte ovest della città, e la Giordania quella est. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 l’esercito israeliano ha occupato militarmente la Cisgiordania e Gerusalemme est, estendendo la sua autorità illegalmente.

_96221089_top

Uno foto scattata durante la Guerra dei Sei Giorni. Photo: BBC

Le Nazioni Unite – sia in sede di Assemblea Generale che di Consiglio di Sicurezza – hanno dichiarato invalide le azioni israeliane. In particolare, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 252 del 1968 spiega che “tutte le misure e le azioni legislative ed amministrative prese da Israele, compreso l’esproprio di terra e territori, tendono a cambiare lo status legale di Gerusalemme e sono dunque invalide e non possono cambiare tale status”.

Il 23 dicembre 2016 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.

Articolo modificato il 7 dicembre 2017 con l’aggiunta di contenuti video.

Annunci

Migranti, le colpe dell’Europa nella crisi

Sara Bergamaschi, ex funzionaria delle Nazioni Unite, spiega le dinamiche esistenti dietro la crisi dei migranti: “economia, lobby e accordi con Governi corrotti”

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Questo articolo è apparso per la prima volta su Il Manifesto Sardo

Fame, guerra e violenza spingono ogni anno centinaia di migliaia d’esseri umani ad abbandonare le loro terre d’origine, gli affetti e le proprie abitazioni alla ricerca di una speranza, lontani dalla paura di poter perdere la vita da un momento all’altro. Uomini, donne e bambini cercano rifugio e protezione in quelle Nazioni occidentali che tanto fanno fatica ad organizzare una macchina dell’accoglienza capace di prestare attenzione alle voci di disperazione dei migranti provenienti dal Sudan o dall’Eritrea, dall’Etiopia o dalla Siria, dalla Nigeria o dalla Somalia. Secondo l’OIM nel 2017 sono più di 116 mila gli arrivi via mare nel Mediterraneo, di cui circa 97 mila sbarcati nella sola Italia. “Se io mi trovassi in una guerra, vorrei che i Governi fossero solidali con la mia condizione, non vorrei essere respinta”, afferma Sara Bergamaschi, per 4 anni funzionaria delle Nazioni Unite, e fino a marzo 2017 con l’UNHCR a Gaziantep, al confine con la Turchia. Bergamaschi, laureata alla Sciences Po di Parigi, ha lavorato in Iraq, Egitto, Giordania, Marocco e Stati Uniti, avendo vissuto veri e propri pezzi della storia recente, come le manifestazioni in Piazza Tahrir al Cairo e l’ondata migratoria di milioni di profughi siriani in molti centri urbani della Turchia e nei campi gestiti dal Governo turco. Sara Bergamaschi si dedica a tempo pieno alla ONG di cui fa parte da 6 anni, SAHR – Strategic Advocacy for Human Rights – che lavora per programmi di accesso alla giustizia per donne in Afghanistan, India e nel Medio Oriente.

Bergamaschi, secondo lei come è gestita la crisi dei migranti?

Lucro, utilitarismo, false promesse, corruzione e opportunismo, con diversi gradi, sono gli elementi che portano avanti la gestione della crisi dei migranti. Bisogna stare molto attenti a quanto si legge e si ascolta. Non bisogna smettere di interrogarsi sulla veridicità delle informazioni che si ricevono. I fondi per l’assistenza umanitaria della crisi migratoria arrivano dagli stessi Governi che le crisi le creano con le loro politiche non eque, legate agli affari e alle banche. Per capire si dovrebbero sempre seguire i soldi, non dati per scopi umanitari, ma per zittire l’opinione pubblica in modo che non venga alla luce il vero meccanismo in atto.

Cosa intende?

Pensiamo al ruolo delle grandi compagnie di petrolio e gas, delle industrie multinazionali e militari, dove l’Italia risulta essere l’ottavo Paese al mondo per la loro esportazione, ai sostegni economici per i Governi corrotti, allo sfruttamento delle regioni da cui provengono gran parte delle materie prime di cui hanno bisogno le nostre industrie. Combattiamo l’economia dello sfruttamento, quella che ci fa trovare verdura e frutta ad un euro al chilo nei supermercati, facciamo funzionare il commercio equo, non compriamo prodotti dalle aziende che tengono i lavoratori in condizioni disumane. Per combattere le disuguaglianze globali dobbiamo essere pronti a rinunciare alle nostre garanzie e a parte dei privilegi generati dell’essere casualmente nati in queste parte del mondo. Il concetto rivoluzionario che io mi ripeto ogni giorno è che finche la mia vita, sulla carta e di fatto, sarà considerata più importante di quella di milioni di altre persone, non riusciremo a risolvere i problemi che affliggono le popolazioni migranti.

Come nasce la crisi migratoria?

Le popolazioni si sono sempre mosse, ma ora non c’è più la disponibilità ad accettare la loro venuta. Stiamo perdendo socialità: non abbiamo più voglia di condividere. In parte la causa nasce nel capitalismo, che ci ha portato ad una forma estrema di egoismo. La condivisione, nel bene e nel male, degli aspetti della vita, ci può salvare, facendoci sentire esseri umani.

L’Italia è davvero sola nel gestire la crisi?

Sono sempre stata critica sulle politiche italiane sull’immigrazione, ma sono rimasta ancor più allibita rispetto alle posizioni dei Sindaci di Marsiglia e di Barcellona che, recentemente, hanno letteralmente rifiutato l’approdo delle navi con i migranti a bordo. Una vera e propria mancanza d’umanità: se i sardi, i siciliani, i napoletani avessero detto no, avremmo un milione di cadaveri in mare. Il senso umano dei cittadini delle isole, che non si sono mai fatti incantare dalle politiche di stampo razzista, è puro buon senso: senza di loro la crisi sarebbe peggiore. Serve empatia: in che situazione vorresti ritrovarti se scappassi dal tuo Paese per trovare rifugio e asilo politico in un altro?

Ha ancora senso parlare di rifugiati economici e politici?

No, non ha senso. Si categorizza perché si vuole accogliere il meno possibile, ed è un punto di partenza sbagliato: siamo un’Europa delle fortezze, non dell’apertura. Stiamo fomentando la guerra dei poveri: che differenza c’è tra chi rischia di morire di fame e stenti e chi, invece, rischia di morire sotto le bombe? Il peso delle parole – rifugiato, migrante economico – è un espediente: la volontà politica è di rimandarli indietro dall’inizio.

La retorica del migrante che ruba il lavoro come può essere spiegata?

Se la totalità della popolazione capisse le dinamiche di sfruttamento economico dei nostri Governi, sarebbe un problema per i leader politici e l’industria delle armi. La frustrazione giusta e legittima dei popoli verso la classe politica viene in qualche modo zittita attraverso il modo di vivere della nostra società. E “aiutiamoli a casa loro” è un facile slogan che fa presa sulla popolazione. La nostra colpa è la divisione: in molti si vantano di vivere nel regno dell’informazione mentre, in realtà, la situazione surreale che viviamo porta un cittadino ad avere meno accesso e tempo alla verità. Passa il messaggio che i migranti economici rubano il lavoro agli italiani, e dunque è legittima la rabbia nei loro confronti.

Quanto è importante l’aspetto umano nella gestione dei migranti?

Serve volontà nell’ascoltare i bisogni di chi si ha davanti, dare ai profughi interazione umana e amicizia, non solo aiuto paternalistico. Ci sono tante persone eccezionali che lavorano nel campo umanitario. Una di queste è Nawal Soufi, attivista italo-marocchina che ha passato gli ultimi 5 anni prendendo le coordinate geografiche dei profughi che stavano affondando in mare tramite i messaggi su WhatsApp. Con l’aiuto della guardia costiera, Nawal ha sempre attivato le operazioni di salvataggio. La sola forza di volontà di una persona può cambiare tante vite. Lei vive dello stesso soffio di vita del quale vivo io, ha il mio stesso sguardo verso la vita: ci indigniamo quando l’umanità viene sopraffatta e agiamo di conseguenza senza paure o remore. Ho cercato col mio network ad andarle incontro: mi sono affidata alle intenzioni di solidarietà di una persona che faceva ciò che avrei fatto io stessa.

Qual è la strada per una migliore accoglienza?

E’ necessaria una doppia presa di consapevolezza. Da parte dei cittadini, chiedersi se i Governi e l’informazione raccontano la verità: quali sono le intenzioni del politico che parla, del giornalista che scrive, da cosa essi sono motivati. I Governi, invece, dovrebbero accordarsi per una vera solidarietà, avere il coraggio politico di andare contro i poteri forti, le multinazionali, l’industria delle armi.

Libia, migranti: l’accordo con l’Italia mette a rischio i diritti umani

Secondo Human Rights Watch l’Italia non rispettarebbe le leggi internazionali sul diritto d’asilo 

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La recente approvazione da parte del Parlamento italiano della missione di supporto alla Guardia Costiera libica ha diversi punti oscuri. La denuncia arriva direttamente da Human Rights Watch.

Nello specifico, la ONG sottolinea come il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti, non abbia chiarito dove verranno ricollocati i migranti presenti sulle imbarcazioni degli scafisti laddove la Marina Militareitaliana sarà coinvolta nel loro recupero.

Questo, secondo HRW, può portare l’Italia alla violazione delle leggi internazionali sui diritti umani, che prevedono la salvaguardia per i migranti dal rimpatrio in uno Stato dove potrebbero subire violenze.
Proprio l’Italia, ricorda HRW, nel 2012 si è vista cassare da parte della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la politica sui migranti del 2009: l’organo di giustizia vietò il trasferimento in Libia dei migranti intercettati sulle imbarcazioni dirette verso l’Europa.

Anche se le autorità italiane non riporteranno i migranti intercettati in Libia, ma semplicemente daranno appoggio logistico e d’intelligence alla Guardia Costiera libica per il loro rientro nel Paese nord africano, l’Italia sarà corresponsabile della violazione della legge internazionale, e potrebbe per giunta essere sanzionata per la violazione della Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE, che tutela i soggetti richiedenti asilo.

Ramadan Mubarak, La Rabbia e l’Orgoglio

A 16 anni dall’uscita del libro di Oriana Fallaci il rapporto tra occidente e Islam è ancora sotto i riflettori. Ma l’eredità del testo non è significativa

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Oggi inizia il mese sacro del Ramadan – chiamato Ramazan in Turchia – e milioni di fedeli musulmani pregheranno, digiuneranno e studieranno i precetti del Corano.

Auguro a tutti i miei amici praticanti serenità e felicità per i prossimi giorni!

Il mio viscerale interesse per l’Islam – in tutte le sue forme -, il mondo arabo e non, e la cultura sociale e politica musulmana mi ha portato, negli ultimi anni, a conoscere ed imparare, superare preconcetti, cogliere e capire il perché e il come di tanti avvenimenti. Il ringraziamento principale va ai miei docenti universitari, che sono stati capaci di aprirmi gli occhi attraverso dati storici e fattuali sulla realtà che viviamo.

Ad un certo punto dei miei studi ho pensato di essermi spinto fin troppo oltre la normale comprensione dei fatti, e mi son chiesto se avessi perduto una certa obiettività nell’analizzare la drammatica cronaca giornaliera.

fallaci

A distanza di 16 anni ho così deciso di rileggere “La Rabbia e l’Orgoglio” di Oriana Fallaci. Quando venne distribuito, nel lontano 2001, avevo poco più di 15 anni e la comprensione di quelle parole, scritte di getto dalla giornalista toscana, erano difficili da assimilare fino in fondo, sia perché l’immagine del male così generalizzata che rispondeva ai “mussulmani” – come la Fallaci li chiama – non mi suonava fino in fondo, sia perché percepivo la tensione che le sue parole causavano.

La Fallaci ha scritto importanti pagine del giornalismo italiano e internazionale, con sensazionali interviste a personaggi storici quali Yasser Arafat e Ruhollah Khomeini, ed è stata inviata di guerra nelle aree calde del mondo, nonché combattente contro i fascisti nel corso della Resistenza.

Banisadr_Fallaci_Khomeini.jpg

La sua scrittura è eccezionale, una penna fine e ricercata. Ma oggi, il suo articolo – poi divenuto libro – troverebbe difficilmente spazio in un giornale come Il Corriere della Sera o la Repubblica, e forse finirebbe come editoriale su Libero o, se fosse ancora in distribuzione, su La Padania.

Perché nel rileggere quelle parole nel 2017 fa male, malissimo accettare un pensiero tanto rabbioso quanto univoco dell’intera Umma: che il fedele fosse del Marocco o dell’Indonesia, un musulmano francese o del Sudan, un talebano o un giordano, un cittadino dell’Arabia Saudita o della Turchia, per la Fallaci l’Islam è violenza pura. Mi ero dimenticato del suo fastidio verso “Le mille e una notte”, persino verso gli studi islamici della matematica: tutto ciò che è stato prodotto della cultura musulmana è relegato, ne “La Rabbia e l’Orgoglio” a pura spazzatura.

Oriana Fallaci racconta, nella lunga prefazione, che un professore della Boston University le chiese come dovesse definire il suo libro. Lei in un primo momento non rispose e, dopo averci pensato, lo richiamò e gli disse: <<Lo definisca una predica>>.

Con le prediche ho sempre avuto un brutto rapporto, anche se ho sempre cercato di carpirne, per lo meno, i passaggi positivi. Ma nel libro della Fallaci anche i passaggi positivi divengono negativi.

Come quando dopo l’11 settembre del 2001 la Fallaci ebbe un dialogo con un bambino di 8 anni, Bobby.

20-haunting-photos-from-the-september-11-attacks-that-americans-will-always-remember.jpg<<La mia mamma diceva sempre: “Bobby, se ti perdi quando torni a casa non avere paura. Guarda le Torri e rammenta che noi viviamo a dieci blocchi lungo lo Hudson River”. Bè, ora le Torri non ci sono più. Gente cattiva le ha spazzate via con chi ci stava dentro. Così per una settimana mi son chiesto: Bobby, a questo mondo c’è anche gente buona. Se ti perdi ora, qualche persona buona ti aiuterà al posto delle Torri. L’importante è non avere paura>>.

Si potrebbe pensare che l’aneddoto potesse servire alla Fallaci per cogliere un briciolo di umanità ma no, niente di tutto ciò: la giornalista si lancia in una eccezionale retorica sul Sindaco di New York Giuliani, che noi “italiani senza palle” – dice la Fallaci – dovremmo adorare perché dà lustro al nostro Paese.

Ma forse “La Rabbia e l’Orgoglio” Oriana Fallaci l’ha scritto come monito per chi, come lei, ha profondamente odiato una cultura per il solo fatto di essere diversa dal capitalismo democratico occidentale: odiate, perché noi siamo migliori di loro.

<<Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta>>.

La conclusione del libro mi ha rincuorato. Perché, alla fine delle 163 pagine, ho potuto alzare gli occhi e pensare: il mondo va avanti, e lo spazio per l’odio e la violenza è, veramente, all’antitesi di qualunque religione.

Alfano in Tunis: Italy with Tunisia, strengthening democratic institutions

This article first appeared in Onuitalia, independent news site on Italy’s contribution to the life and ideals of the United Nations

by Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

TUNIS, JANUARY 20 – The so-called Arab Spring has changed the political asset of the African-Mediterranean countries, where new governments and political parties are still trying to define the balance of power after years of clashes and tumults. Tunisia is a unique case of success, where a working political class and democratic institutions have already adopted a modern Constitution that shaped the future of the Northern African country.

c2h2nlbweaaiwvb-620x264

Italian Foreign Minister Angelino Alfano and the President of republic of Tunisia Beji Caid Essebsi

In this framework Italy plays an important role, reaffirmed by Angelino Alfano, Italian Foreign Minister in yesterday’s visit to Tunis. Alfano met with Beji Caid Essebsi, President of the Republic of Tunisia, the Prime Minister Youssef Chahed and his counterpart Khemaies Jhinaoui. The officials had talks about economy, culture, fight against terrorism and migrations, key topics of the international agenda.

Minister Alfano recalled “the historic continuity and the commonalities of bilateral relations between the two countries” and said that Italy wants to boost the cooperation with Tunisia in every aspects. In May Italy is to host the G7 meeting in Taormina, Sicily, and Tunisia is invited to take part in the event. “Italy and Tunisia have in common history, geography, a mutual culture and above all a deep friendship”, said Angelino Alfano.

Italy strongly support Tunisia institutions: the President of the Republic Mattarella will meet Beji Caid Essebsi in February. “President (Mattarella) is happy to welcome you, our staffs are working together to organize the meeting for the best success and to reach concrete results”, affirmed Alfano talking with Essebsi. “Tunisian democracy is a precious treasure, a barrier against Islamic fanaticism”.

There are several important project on which Italy and Tunisia are working: youth training opportunities; economic development of the hinterland; the fight against terrorism; the energy interconnectivity. Alfano mentioned the support for young Tunisians by proposing the “Erasmus of the Mediterranean”, a proposal that has the goal to “unite the young generations through a new version of the consolidated and successful EU member states Socrates/Erasmus programme”, affirmed the Foreign Minister.

During a press conference, Minister Alfano and his colleague Jhinaoui agreed on a common management of Italy-Tunisia border. “We have the same enemy: human traffickers”, said Alfano. Italy rescues thousands of migrants trying to reach Europe via the Mediterranean: according to the IOM, the UN International Organization for Migrations, since the beginning of 2017 3,156 human beings arrived in Europe, 2,393 saved by Italian authorities. Last December Italian Coast Guard was appointed UNICEF Goodwill Ambassador “as recognition for its efforts in rescuing thousands of minor migrants and refugees”.

Gerusalemme, 4 militari morti in un attentato

Ci vorranno giorni, e fonti autorevoli, prima di capire ciò che ha realmente spinto Fadi Qanbar ad uccidere i soldati dell’IDF

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Non basterebbe una vita per capire le dinamiche che intercorrono tra le parti dell’annoso conflitto israelo-palestinese. Credo, tuttavia, che avere un punto di partenza sia d’aiuto: Israele e Palestina sono due Stati in guerra. Il primo rivendica il diritto all’esistenza, il secondo un riconoscimento che tarda ad arrivare. La violenza è all’ordine del giorno, da una parte e dall’altra.

1-9w7WVh07XhLYDPHY3tWjiQ.jpeg

Il Ministro della Difesa Lieberman e il PM Netanyahu sul luogo dell’attentato. Photo: RONEN ZVULUN/REUTERS

Nella giornata di domenica 8 gennaio Fadi Qanbar, abitante di Gerusalemme est, palestinese, padre di quattro figli, alla guida di un camion si è scagliato contro un gruppo di militari — tre donne e un uomo, tutti dell’età di 20 anni — uccidendone 4. Il video mostra chiaramente come Qanbar abbia voluto colpire i soldati israeliani, tornando per giunta in retromarcia sui corpi a terra.

Immediate le reazioni della politica israeliana. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicato una serie di tweets per commentare l’accaduto.

Secondo Netanyahu, l’attacco rientra all’interno di un quadro generale progettato dall’Isis, dove Gerusalemme è l’ultima città colpita dopo i fatti avvenuti in Francia e Germania.

“Questo attacco fa parte della stessa battaglia contro la piaga globale del nuovo terrorismo”, scrive Netanyahu.

“Possiamo combatterlo solo insieme — prosegue il Primo Ministro — ma dobbiamo combatterlo, e noi lo faremo”.

Secondo Avigdor Lieberman, Ministro della Difesa, “l’attacco non è avvenuto a causa della questione degli insediamenti, ma perché siamo ebrei e viviamo in Israele. E’ un attacco ispirato dall’Isis”.

Prima di Lieberman, il viceministro agli Affari Esteri Tzipi Hotovely aveva detto che “l’attentato ha come ispirazione la Conferenza di Pace di Parigi e dev’essere preso dalla comunità internazionale come prova del fatto che i palestinesi non sono interessati alla pace”.

Il giornalista Dov Lieber del Times of Israel riporta le parole della sorella dell’attentatore, secondo la quale Qanbar era religioso, e senza legami con gruppi terroristici. “Dio l’ha scelto per questo martirio. Ringraziamo Dio per questo…è il più bello dei martìri”.

Le Brigate al-Qassam, braccio armato del partito politico Hamas, affermano che Qanbar era un ‘Mujahid’. Aqsa TV si spinge oltre, chiamandolo ‘eroe’ e definendo l’attacco una ‘risposta naturale’.

I rapporti tra il Governo Netanyahu e quello di Abu Mazen si sono ulteriormente incrinati all’indomani della decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di condannare Israele per l’occupazione illegale dei territori palestinesi. Netanyahu ha deciso di proseguire per la sua strada, invitando alla costruzione di nuovi insediamenti.

Ma l’episodio violento di Gerusalemme chiama in causa Hamas. Netanyahu e Lieberman hanno esplicitamente parlato di Isis, che con Hamas non ha nulla a che fare. La Striscia di Gaza, controllata dal partito palestinese, ha più volte visto nascere gruppi minori legati al Califfato, prontamente bloccati da Hamas che non ha intenzione di perdere potere sul territorio.

1-odirm5oewgrlqvgdcjjpg

Membri delle Brigate al-Qassam. Photo: Wissam Nassar/Xinhua Press/Corbis

Nel 2015 Daesh ha realizzato un video nel quale minacciava Hamas, colpevole di non essere abbastanza duro sulle questioni religiose e di non aver imposto la Sharia.

Per tutti i motivi sopra citati, non è facile ed immediato dare una risposta reale sui motivi che hanno spinto Qanbar ad uccidere i 4 soldati. Ma sia la politica israeliana che quella palestinese cercano di attribuire il proprio significato politico all’attentato.

Consiglio di Sicurezza, condanna per Israele

È la prima risoluzione da 8 anni che l’organo delle Nazioni Unite prende sulla questione Israele-Palestina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Con 14 voti a favore e l’astensione degli Stati Uniti, passa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione che chiede l’immediata fine della costruzione da parte di Israele di abitazioni nei Territori Palestinesi.

UN Photo/Manuel Elias

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’uscente Ban Ki-moon che dal 1° Gennaio verrà sostituito dal portoghese Antonio Guterres alla guida dell’organizzazione intergovernamentale, approva la decisione del Security Council, risoluzione che afferma – si legge nel comunicato rilasciato dall’Onu – “l’illegalità dell’occupazione dei Territori Palestinesi”, risalente dal 1967, costituendo una “flagrante violazione ” del diritto internazionale ed un “grosso ostacolo alla soluzione due-Stati, nonché alla pace giusta, duratura e completa”.

Immediate le reazioni dalle varie missioni presenti alle Nazioni Unite, nonché dai leader palestinesi e israeliani.

Riyad Mansour, Rappresentante Permanente dello Stato di Palestina all’Onu, ringrazia il Consiglio affermando l’importanza della decisione presa e ricordando i punti principali della risoluzione, tra i quali il ripristino dei confini decisi dalle Nazioni Unite il 4 Giugno 1967.

Dura la reazione israeliana.

Il Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele non rispetterà la decisione del Consiglio di Sicurezza.

Netanyahu, secondo il quale la risoluzione è “vergognosa”, ha richiamato per consultazioni gli Ambasciatori di Israele in Nuova Zelanda e Senegal, Paesi co-sponsor della resolution. Israele ha deciso di cancellare la visita del Ministro degli Esteri senegalese, e annullato il programma d’aiuto economico allo Stato africano.

Diverse le reazioni degli altri Stati membri dell’Onu.

Da più parti pare palese che la decisione statunitense, votata tramite la Permanent Representative Samantha Power, di far passare la risoluzione con l’astensione di Washington sia un attacco a Donald Trump dall’amministrazione uscente, un modo per mettere in difficoltà, da parte dei Democratici, il nuovo Presidente. Che comunque è tradizionalmente legato ad Israele: la sua reazione è più che esplicita.

Barack Obama ha avuto molteplici occasioni nelle quali avrebbe potuto riavviare il processo di pace e, sul fronte interno, diminuire i sovvenzionamenti economici per Israele. Ha fatto poco o nulla a riguardo.

Sicuramente il primo Presidente nero della Casa Bianca si è voluto togliere un sassolino dalla scarpa, una conferma dei rapporti non idilliaci con Netanyahu negli anni del suo mandato.

Milano, ucciso dalla polizia attentatore di Berlino

L’italiana Fabrizia Di Lorenzo ha perso la vita nell’attacco al mercato di Natale della capitale tedesca 

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Anis Amri, radicalizzatosi nel carcere di Palermo, compie una strage a Berlino e trova la morte a Milano.

Il presunto attentatore di Berlino, Anis Amri


Dopo il provvedimento d’espulsione, la Tunisia ne rifiuta il trasferimento, e di Amri si perdono le tracce.

Un corto circuito – né il primo, né l’ultimo – che ha portato alla morte di vite innocenti.

Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia in Turchia, ucciso ad Ankara

Venti di guerra scuotono l’Europa e il Vicino Oriente, come nel 1914. Risale la tensione alla fine di un 2016 maledetto

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

E’ morto l’Ambasciatore russo ad Ankara Andrey Karlov.

Il diplomatico è stato colpito alle spalle, con colpi alla schiena e alla testa, durante l’inaugurazione di una mostra.

181020151501073614670_2

Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia ad Ankara

Il Ministro degli Interni turco Suleyman Soylu ha raggiunto il luogo dell’attentato appena appresa la notizia.

Almeno altre tre persone sono state colpite dall’attentatore.

L’attentatore avrebbe urlato “Aleppo” e “vendetta” nel momento dell’aggressione al diplomatico russo.

 La Prima Guerra mondiale è scoppiata in seguito all’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono di Austria-Ungheria Francesco Ferdinando. 

La Terza Guerra mondiale potrebbe scoppiare in seguito all’assassinio ad Ankara dell’Ambasciatore russo Andrey Karlov.

FAO in Emergencies: 10 years of support from Italian cooperation

This article first appeared in Onuitalia, independent news site on Italy’s contribution to the life and ideals of the United Nations

by Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

NEW YORK, OCTOBER 30 2015 –  From the plans to revive Ache’s tsunami-hit aquaculture industry in 2005 to current efforts to support Madagascar in the Locust crisis: within the last 10 years, Italy has intervened in emergencies on several occasions with logistic and financial aids to other nations. Recently the UN’s Food and Agriculture Organization (FAO) celebrated Italy’s support with a tweet that exemplifies how strong the Italian commitment is to the topic of food emergencies.

After the earthquake that hit Nepal in April, Italy immediately provided a grant of € 400.000 to the FAO, guaranteeing farmers the grain storage to prevent further food losses, seeds for summer planting and livestock support to keep surviving animals healthy and productive. The project, which began May 13, 2015, directly supported nearly 6000 severely affected families in 6 of Nepal’s most prominent districts.

1In June of 2015, Italy and other UN partners contributed an additional $3 million USD for emergency relief in order to resume agricultural activities and stave off the threat of prolonged food insecurity. The most urgent needs for the cropping season included seeds, fertilizers, tools and technical support. The repair and functioning of irrigation systems were critical for the winter cropping season, as well as the provision of barley and wheat seeds.

Much like the relations between Italy and its dedication to global commitment, the relations between Italy and the Middle-East countries has always been strong. In 2013, Italy made a contribution of approximately € 700.000 to support the winter wheat production in the Syrian Arab Republic. The main goal of the project not only aided in improving food security, but also assisted in improving the livelihood and nutrition conditions of vulnerable households living in the crisis-affected areas of Aleppo, Al-Hasakeh, Hama and Idleb governorates through the provision of cereal seeds.

In the last ten years FAO and the Italian Cooperation have worked together to address multiple challenges faced by 2Palestinians in maintaining their livelihood. Because of these initiatives, thousands of families now have greater and more sustainable access to vital livelihood supplies and services through activities such as rangeland rehabilitation by using drought-tolerant shrubs, the establishment of mobile veterinary centres, and the installation of rainwater cisterns and grey wastewater treatment units, which maximize scarce water resources.

In 2011, Italy supported eight-thousand families living in the provinces of Pyongyang, South Pyongan, North Hwanghae, South Hamgyong and South Hwanghae of the Democratic People’s Republic of Korea, by increasing potato production, strengthening multiplication of seed potato in net houses, and improving storage facilities.

The recent visit in Italy of the UN Secretary-General Ban Ki-moon, and his speech at the Italian Parliament, with the presence of the President of the Republic Sergio Mattarella, Senators, and Deputies of the Italian government, reaffirmed the importance of Italy’s role in international relations and its dedication to “leading across the rule of law agenda, lending the world its expertise in dealing with transnational crime and other threats,” ultimately proving how strong the Italian commitment is to the values and goals of the UN.