Categoria: Vicino e Medio Oriente

Khashoggi, l’articolo mai pubblicato

Il giornalista saudita stava lavorando al testo insieme a un attivista iraniano per i diritti umani

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

La morte di Jamal Khashoggi ha esposto al mondo intero la brutalità della casa reale saudita. L’inchiesta delle Nazioni Unite sull’omicidio del giornalista è in pieno svolgimento e recentemente Agnes Callamard, esperta Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, ha rilasciato le prime dichiarazioni sul caso. «Le prove acquisite in Turchia» — ha affermato Callamard — «mostrano che il giornalista Jamal Khashoggi è stato vittima di una morte brutale e premeditata, pianificata e perpetrata da membri dello Stato dell’Arabia Saudita».

Activists protest the disappearance of Saudi journalist Jamal Khashoggi during demonstration outside the White House in Washington

A pochi mesi dalla sua morte, viene rilasciata sul sito Middle East Eye (MEE) una bozza di articolo mai pubblicata che Jamal Khashoggi scrisse all’inizio del 2018 insieme a un attivista iraniano per i diritti umani. L’attivista ha acconsentito alla messa in rete del pezzo, chiedendo il totale anonimato. Il direttore di MEE David Hearst spiega che il pezzo inedito del giornalista, che sul sito ha scritto diverse volte in forma anonima, «mostra come Khashoggi abbia modificato il suo pensiero sulla rivalità Iran-Arabia Saudita». Khashoggi, che ha conosciuto approfonditamente gli ambienti del palazzo reale, era un intellettuale complesso, spesso inserito in seguito alla sua morte all’interno di schemi semplicistici: alcuni lo volevano vicino alla Fratellanza Musulmana, altri come portavoce di una democrazia all’occidentale per l’Arabia Saudita.

Nella bozza, Khashoggi e l’attivista iraniano scrivono che “serve maggiore comprensione tra i due popoli” e che “oltre l’annuale e ristretto pellegrinaggio degli iraniani in Arabia Saudita, virtualmente non esiste interazione tra le nostre genti”. I due autori evidenziano le rispettive problematiche causate da iraniani e sauditi in Siria e Yemen. “Il prezzo di queste guerre è stato largamente pagato dai cittadini” dei due Paesi, scrivono Khashoggi e l’attivista. “A prescindere dalle differenze dei nostri governi” — continuano — “non c’è ragione perché non possa essere data l’opportunità per la costruzione di un minimo dialogo per imparare e comprendere dalle nostre società civili”. Nell’articolo, il giornalista saudita e la controparte iraniana evidenziano la loro preoccupazione per il futuro delle due Nazioni: il confronto perenne un giorno “potrebbe eruttare in peggio”.

La morte del giornalista saudita si incunea nel mezzo delle relazioni internazionali, in particolar modo quelle tra Riyad e Washington. L’amministrazione Trump ha posto al centro dei suoi interessi l’Arabia Saudita, visti anche gli stretti legami tra Jared Kushner e Mohammed Bin Salman. L’uccisione di Jamal Khashoggi ha creato tensioni tra i due Paesi, tanto che la Cia sostiene che sia stato il Principe il diretto mandante della sua morte. Recentemente l’Unione Europea ha inserito l’Arabia Saudita nella lista nera per riciclaggio e finanziamento al terrorismo.

@melonimatteo

La fine dello Stato Islamico

Le Syrian Democratic Forces, appoggiate dagli Usa, attendono la resa da parte dei militanti dell’Isis nei pressi di Baghuz Fawqani

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Le ultime sanguinose ore dello Stato Islamico sono combattute nell’estremo est della Siria, al confine con l’Iraq (vedi mappa). Nei pressi della città di Baghuz Fawqani, governatorato di Deir ez-Zor, i combattenti dell’Isis hanno sequestrato circa 200 famiglie, motivo per cui i militari della coalizione SDF, Syrian Democratic Forces, non hanno ancora compiuto l’ultimo assalto. La tragica fine del Califfato nato nel 2014 sta giungendo alla conclusione dopo aver devastato Siria e Iraq. Lo Stato Islamico si è reso colpevole di numerosi attentati in Europa, Africa e Asia rivendicati nel corso degli ultimi anni. L’Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Michelle Bachelet, ha espresso la sua preoccupazione per le persone in ostaggio dei combattenti Isis, chiedendo che venga garantito «un passaggio sicuro per i civili che desiderano andarsene. Se proteggere le loro vite significa posticipare di qualche giorno la fine dello Stato Islamico» — ha detto Bachelet — «così dev’essere».

Fighters from the Syrian Democratic Forces (SDF) are seen together in the village of Baghouz

La sconfitta del Califfato non significherà necessariamente fine delle violenze. Infatti, la Siria è divisa in aree di controllo: a est dell’Eufrate, il Paese è comandato dalle forze curde, appoggiate dagli Stati Uniti; la restante parte di territorio continua ad essere governata dal Presidente Bashar al-Assad, tranne l’area a nord-ovest della Siria. Al confine con la Turchiasono in corso bombardamenti da parte dell’esercito di Damasco per la riconquista del territorio, ora in mano a vari gruppi, compresi estremisti di Al-Qaeda come Hay’at Tahrir al-Sham. Michelle Bachelet ha ricordato che, nonostante la zona di Idlib, il nord di Hama e i governatorati a ovest di Aleppo sono zone cuscinetto demilitarizzate, «è ripresa un’escalation di violenza negli ultimi due mesi, con combattimenti in particolare tra attori non statuali».

Bisogna ancora capire la sorte dei combattenti dell’Isis cittadini europei, i cosiddetti Foreign Fighters. Nei giorni scorsi Donald Trump ha chiesto su Twitter che “Gran Bretagna, Francia, Germania e gli altri alleati europei si riprendano gli oltre 800 combattenti dello Stato Islamico catturati in Siria”. Secondo il King’s College, dei poco più di 41mila Foreign Fighters — compresi donne e bambini — presenti in Siria e Iraq  di 80 varie nazionalità, sono 7,366 quelli rientrati nei Paesi d’origine, tra cui 1,765 persone già rientrate in Europa. I combattenti italiani sarebbero circa 130, tra i quali il bresciano di 24 anni Samir Bougana(nome di battaglia Abu Abdullah), catturato dall’Unità di Protezione Popolare (YPG) nel corso dell’avanzata contro lo Stato Islamico.

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L’alleanza Visegrad-Israele è gia morta

Il Ministro degli Esteri israeliano Katz accusa i polacchi di antisemitismo. L’alleanza con i nazionalisti europei non nasce nemmeno…

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

La Polonia bolla come «inaccettabili e razziste» le dichiarazioni del nuovo Ministro degli Esteri israeliano, Varsavia ritira la sua partecipazione al meeting Visegrad di Gerusalemme e, infine, la cancellazione tout court dell’incontro. Benjamin Netanyahu deve aver sudato freddo nei giorni scorsi, con l’inizio di una crisi diplomatica con la Polonia proprio sul più bello e, soprattutto, in piena campagna elettoraleIsrael Katz ha affermato che «i polacchi allattano l’antisemitismo col latte delle loro madri», una frase che ha fatto infuriare il Primo Ministro Mateusz Morawiecki che ha, così, cancellato il viaggio in Israele. Il contesto nel quale queste vicende si sono succedute parte dalla capitale polacca, dove nei giorni scorsi gli Stati Uniti hanno organizzato un meeting per discutere le problematiche del Medio Oriente. L’evento, al quale hanno partecipato il Vicepresidente Usa Mike Pence e il Segretario di Stato Mike Pompeo, è stato un tentativo mal riuscito di dividere l’Europa sulla questione Iran. A Varsavia non si sono viste figure di spicco di Francia e Germania né tantomeno l’Alto Rappresentante Ue per la politica estera Federica Mogherini: un evidente boicottaggio da parte del gruppo di Paesi fermamente impegnati nel rispetto del trattato sul nucleare.

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Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia, che si ritrovano accomunate su idee euroscettiche, anti migranti e sovraniste, si sarebbero dovute riunire a Gerusalemme col nuovo alleato, Israele. Ma la nuova alleanza scricchiola dalle fondamenta e questo potrebbe costare a Netanyahu qualche voto alle prossime elezioni di aprile. D’altro canto, i partiti di destra e xenofobi come Fidesz di Viktor Orbàn volano nei sondaggi dell’Europarlamento, che per la prima volta vedrebbe PPE e PSE incapaci di formare da soli una maggioranza.

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Arabia Saudita al bando!

L’Arabia Saudita nella lista nera Ue per riciclaggio e finanziamento al terrorismo. Freddezza da Washington…

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

L’Arabia Saudita non fa abbastanza contro i finanziamenti al terrorismo e per il riciclaggio di denaro: ne è convinta Věra Jourová, Commissario Europeo alla Giustizia, che nella giornata di ieri ha spiegato in conferenza stampa le motivazioni che hanno indotto la Commissione a inserire Riyad e altri 22 Paesi — tra cui Corea del Nord, Iran, Pakistan, Afghanistan, Siria e Tunisia — nella lista nera. «L’Unione Europea ha le norme di lotta al riciclaggio più rigorose al mondo, non possiamo far penetrare nel nostro sistema denaro sporco, linfa vitale della criminalità organizzata e del terrorismo». Vere e proprie accuse verso i sauditi, un colpo per le relazioni con l’Ue. Bruxelles ha così inviato un avvertimento alla famiglia reale, dopo il caso del giornalista Jamal Khashoggi barbaramente ucciso nell’Ambasciata dell’Arabia Saudita di Istanbul e alla luce del prosieguo della guerra in Yemen, che vede Riyad protagonista nei bombardamenti che hanno avuto come target obiettivi civili.

Saudi Crown Prince Mohammed bin Salman and Jordan's King Abdullah II ibn Al Hussein attend the investment conference in Riyadh

La decisione della Commissione Europea, che dovrà essere vagliata dal Parlamento Europeo, non è piaciuta al Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, che in una nota ha fatto sapere di non condividere la mossa di Bruxelles. «Abbiamo significative preoccupazioni sul modo in cui la lista è stata redatta» — spiegano da Washington — «perché l’organo che stabilisce gli standard per combattere il riciclaggio di denaro e il finanziamento al terrorismo è il Financial Action Task Force». Secondo il governo statunitense, inoltre, la Commissione non avrebbe dato la possibilità ai Paesi inseriti nella lista di adoperarsi per mettere in atto le richieste dell’Europa. Un vero e proprio scontro frontale tra Stati Uniti e Unione Europea, con Washington dalla parte dell’alleato saudita. L’intervento del Department of the Treasury, inoltre, «rigetta l’inclusione di Porto Rico, Guam, Isole Vergini e Samoa nella lista», territori non incorporati degli Stati Uniti, e lamenta il non aver potuto discutere con la Commissione Europea questa scelta.

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Orgoglio rivoluzionario a Teheran

A 40 anni dalla Rivoluzione, migliaia in piazza per festeggiare l’anniversario del 1979. La Ue più persiana che americana

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

L’Iran celebra i 40 anni della Rivoluzione in uno dei momenti più ardui della storia recente della Repubblica Islamica. Il Presidente Hassan Rouhani non ha nascosto le difficoltà del Paese nel corso dell’intervento tenuto davanti all’immensa folla riunitasi nei pressi della Torre Azadi, ad ovest di Teheran. «A causa delle sanzioni il popolo iraniano avrà delle difficoltà economiche ma le supereremo aiutandoci l’un l’altro. Il nostro ruolo nella regione» — ha affermato Rouhani — «ha raggiunto un picco storico: a prescindere da quel che dicono altre Nazioni, l’Iran è l’unico Paese che può soccorrere gli Stati dell’area». Il Presidente ha voluto menzionare l’intervento iraniano in Siria, Libano, Palestina e Yemen, realtà appoggiate da Teheran e in contrasto con Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita. Proprio in questi giorni Javad Zarif, Ministro degli Esteri dell’Iran, è in visita ufficiale a Beirut con l’ottica di rafforzare i legami con il Libano all’indomani della formazione del nuovo governo che vede membri di Hezbollah nell’esecutivo.

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Intanto l’Unione Europea e gli Stati Uniti sembrano sempre più lontani sulla questione nucleare iraniano, con il trattato JCPoA abbandonato da Donald Trump lo scorso anno. Per l’Europa è vitale continuare a far parte dell’accordo firmato nel 2015 e la creazione di Instex– strumento che faciliterà le transazioni da e per l’Iran, che in questa prima fase coinvolgerà i settori farmaceutico e agroalimentare – è un chiaro segnale verso Washington. Se questo non bastasse, Federica Mogherini, Rappresentante per la Politica Estera dell’Ue, non parteciperà al meeting di Varsavia, visto da molti come un incontro anti-iraniano. I vertici del governo polacco, sempre più vicino a Trump, incontreranno il vice Presidente degli Stati Uniti Mike Pence e il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu. L’evento è stato organizzato a pochi giorni dall’annuale Conferenza sulla Sicurezza di Monaco (dal 15 al 17 febbraio), momento di incontro per i più importanti leader mondiali che quest’anno ospiterà, tra gli altri, Angela Merkel, al-Sisi, Javad Zarif, Sergey Lavrov.

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Israele, Netanyahu non piace alla metà degli elettori

Lo rivela un sondaggio. Il Primo Ministro dovrà vedersela con Benny Gantz, stella nascente della politica israeliana

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

C’è il rischio che Benjamin “Bibi” Netanyahu e il suo partito Likud perdano la maggioranza alla Knesset, il Parlamento israeliano? L’attuale Primo Ministro è assediato dentro e fuori la sua compagine politica e alcuni sondaggi sembrano andargli contro. Il 9 aprile sarà la data decisiva per il futuro di Israele e di Bibi, che per giunta è accusato di frode e corruzione per aver — secondo le accuse — favorito il gigante delle telecomunicazioni Bezeq con favori normativi in cambio di notizie a suo vantaggio, da pubblicare su un sito dell’azienda.

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La figura di Netanyahu è al momento adombrata dall’ex capo dell’esercito Benny Gantz. Il generale ha recentemente fondato un partito, Israel Resilience (Hosen L’Yisrael), cercando i voti al centro dell’elettorato. Al suo esordio in politica, Gantz ha chiaramente affermato che se vincesse le elezioni il suo Governo «si batterà per la pace nella regione e non perderà occasione per raggiungerla». Secondo l’ex capo dell’IDF — Israeli Defence Forces —, «le difficoltà tra la destra e la sinistra rischiano di spaccare il Paese, così come le tensioni tra gli ebrei e gli arabi». Il partito di Gantz alle elezioni correrà insieme a Moshe Ya’alon, ex Ministro della Difesa e leader del partito Telem. A Gantz potrebbe unirsi Yair Lapid, col quale secondo un sondaggio del canale tv Channel 12 conquisterebbe 35 seggi contro i 30 del Likud.

Se il risultato del sondaggio dovesse concretizzarsi alle urne, è altamente probabile che il Presidente d’Israele, Reuven Rivlin, darà mandato a Gantz di tentare la formazione del prossimo Governo, soprattutto se il leader del Likud non trovasse un accordo di coalizione con gli altri partiti di estrema destra, primo su tutti Yisrael Beitenu dell’ex alleato Avigdor Liberman. Intanto, un sondaggio del quotidiano Haaretz crea ulteriori preoccupazioni al primo ministro: infatti, il 47% degli israeliani ha risposto che non vuole Netanyahu alla guida del prossimo Governo, con il 35% dei partecipanti in suo favore. Ciononostante, lo stesso sondaggio darebbe comunque una maggioranza al Likud con 30 seggi contro i 22 di Israel Resilience.

Il 9 aprile è ancora lontano, ma se Netanyahu vuol essere certo di mantenere il potere dovrà in qualche modo rimediare. Sempre che il Procuratore Generale non decida di accusarlo formalmente, facendo seguito alle numerose raccomandazioni della polizia israeliana di sottoporlo a processo.

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Libano, nasce il nuovo governo Hariri

L’esecutivo, formato da 30 ministeri di cui 4 guidati da donne, al via dopo le elezioni del maggio 2018 vinte da Hezbollah e altri alleati

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

«Serve calma e riconciliazione, dobbiamo essere uniti per rispondere ai problemi del Paese»: sono all’insegna dell’ottimismo e del dialogo le parole di Hassan Nasrallahleader di Hezbollah, il partito libanese uscito vittorioso dalle elezioni di maggio 2018. Il contributo di Hezbollah alla formazione del terzo governo guidato da Saad Hariri è stato decisivo: nonostante abbia solo 3 ministeri nel nuovo esecutivo — Salute, Affari Parlamentari, Giovani e Sport — a maggio il partito sciita ha guadagnato, insieme agli alleati, più della metà dei seggi. Non è un caso la vittoria di Hezbollah: il partito ha formato un blocco con il più importante movimento cristiano FPM — il cui fondatore è il Presidente del Libano Michel Aoun — e altre forze sunnite, con grande consenso degli elettori. Ma già all’indomani della formazione del nuovo governo si sono scatenate le polemiche sul ruolo del partito sciita e, in particolare, su Jamil Jabak, neo Ministro della Salute. Gli Stati Uniti avrebbero espresso preoccupazione per la nomina di Jabak a un ministero che riceverà ingenti somme, sostenendo che che i fondi potrebbero andare ad Hezbollah, per Washington gruppo terroristico. Jabak ha affermato di non far parte del movimento sciita ma è risaputa la sua vicinanza a Nasrallah, del quale è stato anche medico personale.

Il governo è composta da clan politici rivali: nonostante Hezbollah guidi solamente 3 Ministeri, il partito alleato FPM controlla 10 dicasteri e Amal, secondo partito sciita, altri 3.

Members of the new Lebanese government pose for a picture at the presidential palace in Baabda

Saad Hariri ha il compito di guidare il nuovo esecutivo in un clima estremamente teso. Il premier nel novembre 2017 fu bloccato dalle autorità saudite durante una visita ufficiale nella quale rassegnò le dimissioni su imposizione di Riyad, prontamente ritirate al suo rientro a Beirut. In Libano il “grande gioco” vede Arabia Saudita e Iran contrapposti, con Teheran al momento in netto vantaggio.

Tra le note positive, nel nuovo esecutivo entrano 4 donne, record per il Paese. Nada al-Bustani guiderà il Ministero dell’Energia, Raya al-Hassan sarà Ministro degli Interni, Violet Khairallah al Ministero per la Riabilitazione Economica e Sociale dei Giovani e delle Donne, May Chidiac a quello degli Affari per lo Sviluppo Amministrativo.

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Nucleare: l’Iran rispetta gli accordi

Lo afferma il Direttore Generale dell’Aiea. Negli Stati Uniti c’è chi si è già pentito…

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

«L’Iran continua ad implementare gli impegni presi con il Joint Comprehensive Plan of Action». Le dichiarazioni provengono direttamente dal Direttore Generale dell’agenzia atomica delle Nazioni Unite, il giapponese Amano, che ha sottolineato come «l’Aiea verifica e monitora»lo status dell’arricchimento dell’uranio e che «è essenziale che l’Iran prosegua» in questa direzione. Il JCPoA, firmato nel 2015 da Iran, Stati Uniti, Russia, Cina, Francia, Germania, Gran Bretagna e Unione Europea ha permesso alla Repubblica Islamica di sottoscrivere accordi commerciali senza l’imposizione di sanzioni economiche. Ma solo per poco tempo. Infatti, lo scorso anno il Presidente Usa Donald Trump ha ritirato il suo Paese dall’accordo, imponendo una serie di limitazioni per gli Stati e le aziende in affari con Teheran. La posizione statunitense contrasta con quella dell’agenzia atomica, e ancor di più con quella dell’Ue, che in tutta risposta ha progettato un meccanismo per impedire che le aziende europee con interessi economici in Iran e negli States venissero sanzionate da Washington. Teheran attende con trepidazione l’avvio ufficiale del Special Purpose Vehicle, tanto che recentemente il portavoce del Ministero degli Esteri, Bahram Qhasemi, ha dichiarato che manca solo la dichiarazione ufficiale da Bruxelles.

The International Atomic Energy Agency (IAEA) laboratory is seen in Seibersdorf

Forti dubbi sulla bontà della scelta dell’attuale inquilino della Casa Bianca di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo, sottoscritto da Barack Obama, provengono anche dalla stessa amministrazione. La presentazione alla Commissione Intelligence del Senato del Worldwide Threat Assessment da parte del Direttore della Intelligence Nazionale Daniel Coatsconferma le parole del capo dell’Aiea sul fatto che Teheran sta rispettando l’accordo. Nel documento si sottolinea che la scelta di Trump di abbandonare il JCPoA potrebbe, al contrario, essere dannosa perché nel momento in cui l’Iran non dovesse giovare economicamente dell’accordo — punto saliente del trattato sottoscritto nel 2015 — il Paese potrebbe ritirarsi a sua volta e proseguire sulla strada del nucleare. Con potenziali gravi risvolti sugli equilibri dell’area.

Con lo Special Purpose Vehicle l’Unione Europea potrebbe giocare un importante ruolo nel ritrovare quel filo che avrebbe riportato l’Iran a tutti gli effetti all’interno della comunità internazionale. Il tempo scorre inesorabile e Teheran, che sta facendo i conti con un’alta inflazione e con l’abbandono di diverse aziende straniere — compresa Alitaliache ha chiuso la tratta tra Roma e la capitale iraniana — si sente sotto pressione, specie in seguito alla creazione del forte asse Washington-Tel Aviv-Riyad.

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Afghanistan, gli Usa lasciano. E l’Italia?

Washington si accorda con i Talebani. In Italia non si decide…

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Le aspettative attorno al possibile addio statunitense dall’Afganistan sono altissime ma non del tutto realizzabili finché un vero accordo non sarà messo nero su bianco. Il diplomatico della Casa Bianca Zalmay Khalilzad ha spiegato che l’amministrazione Trump e i Talebani hanno concordato su una bozza d’intesa, non ancora accordo, che rappresenta in qualche modo un grande passo in avanti. I nodi principali: il cessate il fuoco tra Talebani e esercito afghano, e la sicurezza che il Paese non diventi nuovamente terra di addestramento di gruppi terroristici. «Il nostro obiettivo» — ha spiegato Khalilzad — «è di aiutare l’Afghanistan a portare la pace, e vorremmo lasciare un’eredità positiva al Paese». Per Jens Stoltenberg, Segretario Generale della Nato, è troppo presto parlare di ritiro.

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In Italia, d’altro canto, la bagarre sulla questione-ritiro è in pieno svolgimento. Il tutto nasce da fonti del Ministero della Difesa, secondo le quali “il ministro Trenta ha dato disposizione al Coi — Comando Operativo di Vertice Interforze — di valutare l’avvio di una pianificazione per il ritiro del contingente italiano in Afghanistan”. Le stesse fonti  del dicastero guidato da Elisabetta Trenta spiegano che “l’orizzonte temporale potrebbe essere quello di 12 mesi”. Un anno, dunque, per il ritiro dei nostri soldati dal Paese del centro Asia. Il Ministro degli Esteri, Moavero Milanesi, afferma di non aver discusso la questione con Trenta. La Lega — forza di governo — dice che quella del Ministro della Difesa è solo una valutazione. L’esponente dei Cinquestelle Alessandro Di Battista esulta dando già per appurato il ritiro dei soldati tricolore. Eppure, la cautela dovrebbe essere massima visti i rischi che corrono gli italiani in Afghanistan, terra martoriata da 17 anni di conflitto.

Attualmente il contingente italiano in Afghanistan è composto da poco meno di mille soldati. L’Italia partecipa alle missioni internazionali in Afghanistan insieme alla Nato: dal dicembre 2001, con l’operazione denominata ISAF (International Security Assistance Force); dal 2015 Resolute Support. Il ruolo italiano nella missione attuale è di supporto alle attività di addestramento, di assistenza e consulenza per le istituzioni locali e le forze di sicurezza, in particolar modo quelle della Regione Ovest.

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Israele, stop ai bombardamenti in Siria

Cresce la tensione tra Israele, Russia, Siria e Iran. L’Oms distribuisce 28 tonnellate tra medicinali e macchinari medici

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di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

«La pratica di colpire arbitrariamente i territori di uno Stato sovrano, in questo caso la Siria, deve finire». La dichiarazione arriva direttamente da Mosca tramite Maria Zakharova, la portavoce del Ministero degli Esteri russo. Zakharova ha aggiunto che la creazione di un’atmosfera di ostilità nella regione non è nell’interesse di lungo periodo di nessuno Stato, incluso Israele. «La Siria non può diventare un luogo di scontro per la risoluzione di problematiche geopolitiche», ha evidenziato la portavoce russa. L’ultima escalation arriva in seguito al bombardamento israeliano, avvenuto nei pressi dell’aeroporto di Damasco, dove l’esercito di Tel Aviv ha colpito obiettivi siriani e iraniani. L’ambasciatore siriano alle Nazioni Unite chiede che il Consiglio di Sicurezza intervenga immediatamente nel fermare le azioni israeliane in Siria, affermando: «Per attirare l’attenzione di questo Consiglio, è forse necessario utilizzare il nostro legittimo diritto all’autodifesa e rispondere all’aggressione israeliana all’Aeroporto Internazionale di Damasco facendo lo stesso all’Aeroporto di Tel Aviv?».

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Intanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha distribuito 28 tonnellate di medicinali e altri apparecchi medici nel governatorato di Al-Hasakeh, nord-est della Siria. Circa 106 mila persone avranno la possibilità di accedere a vaccini, antibiotici e medicine per l’asma. Alla popolazione sono stati consegnati 140 mila vaccini anti polio, insieme a incubatori, macchine per emodialisi, defibrillatori e strumenti per le anestesie. Dall’inizio del conflitto nel 2011 circa 5 milioni di siriani hanno lasciato il Paese, 6 milioni sono sfollati e più di 13 milioni necessitano di assistenza.

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