Teheran, Iran #4

Cronache da Teheran, Iran

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Difficile, se non impossibile, descrivere l’infinita meraviglia della moschea Abdol Azīm di Rey, a sud di Teheran, costruita accanto al percorso della Via della Seta intorno al secolo IX dell’era cristiana. In questo luogo santo per i musulmani sciiti sono sepolti i resti di Azim, Tahir e Hamze.

31103532_10216124638131713_2207017363928538056_n

© Matteo Meloni

Abbiamo avuto il privilegio di visitare quella che è famosa per essere la “moschea degli specchi” proprio nel giorno della festa di Abdol Azim, e ricevuto un permesso speciale per scattare le foto al suo interno. Numerosi pellegrini da tutto l’Iran e dal vicino Tagikistan si recano ogni anno presso il luogo di culto per rendere omaggio ai tre santi.

Annunci

Teheran, Iran #3

Cronache da Teheran, Iran

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Un bambino corre sotto il porticato della Torre Azadi, ribattezzata “della libertà” dopo la Rivoluzione Iraniana del 1979.

30743883_10216110574340127_2050013229194958670_n

© Matteo Meloni

Teheran, Iran #2

Cronache da Teheran, Iran

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Zahra e Maryam sono due studentesse dell’Università di Teheran. Studiano rispettivamente biologia e letteratura persiana. Mi colpiscono subito i loro nomi: “Zahra è un’altra versione di Fatima”, mi dicono, mentre Maryam non è altro che Maria, madre di Gesù, unica donna menzionata nel Corano.

30743520_10216103426761442_1473909523118304127_n

© Matteo Meloni

Bevono insieme una Coca-Cola e mangiano un piatto di lasagne. “Voi in Italia come la fate?”, mi chiedono. “Più o meno come quella che state mangiando voi, ma di solito la prepariamo in teglie più grandi”. Si mettono a ridere, mi chiedono cosa penso della politica iraniana. Ma è l’ultimo dei miei pensieri: sono le meravigliose persone che abitano questa città ad avere il mio principale interesse.

Teheran, Iran #1

Cronache da Teheran, Iran

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

A Teheran può succedere di tutto, un po’ come a New York. Ed è successo che passeggiando per una via centrale, dopo aver chiesto dove fosse la metro più vicina per raggiungere il bazar, incontriamo Fateme Karimkhan, giornalista dell’agenzia di stampa iraniana Fars.

30704018_10216087514643649_1619242849165444472_n

© Matteo Meloni

“Siamo colleghi!”, le dico. “Di cosa ti occupi?”. Mi risponde: “Di politica internazionale e in particolare dei rapporti dell’Iran con Siria e Turchia”. Musica per le mie orecchie! Le chiedo: “Cosa ne pensi del bombardamento statunitense?”. E lei: “Come ha titolato il Guardian, giornale che leggo con piacere, bombardare non porta alla fine della guerra. Sulla Siria non c’è una verità assoluta: per comprendere la situazione è fondamentale leggere le posizioni di tutte le parti in causa”. Ci scambiamo i contatti e scattiamo una foto: qui il sorriso non manca mai, a nessuno.

20 marzo, la data che unisce Ilaria Alpi, Nicolas Sarkozy e l’Iraq

Una giornata, tanti eventi storici che hanno segnato il nostro recente

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Talvolta il destino unisce storie diverse in maniera beffarda e oggi, 20 marzo, non è una data semplice da raccontare.

Infatti, il 20 marzo del 1994 la giornalista Rai Ilaria Alpi e il cineoperatore Miran Hrovatin furono uccisi, colpevoli d’aver svolto il loro compito: ricercare la verità. Quella verità spesso difficile da nascondere. Così come le false verità che portarono gli Stati Uniti e altre Nazioni in malafede, il 20 marzo del 2003, ad invadere l’Iraq, in quella che fu una delle più gravi destabilizzazioni della storia recente.

france-nicolassarkozy-kadhafi

© Patrick Kovarik, AFP

Come quella del nord Africa, voluta principalmente dalla Francia di Nicolas Sarkozy che oggi, 20 marzo 2018, si trova in stato di fermo con l’accusa d’aver ricevuto finanziamenti illeciti dalla Libia di Mu’ammar Gheddafi nel 2007. Si parla di 50 milioni di euro – così come affermato dallo stesso capo della Rivoluzione Verde e da suo figlio – che aiutarono Sarkozy a diventare Presidente della Repubblica francese.

Corsi e ricorsi storici che dovrebbero servirci da lezione sulla gestione delle attuali e future crisi, in un mondo della politica e dell’informazione che si basa sempre più – e sempre si è basato – sulle fake news.

‘Fire and Fury’ non è Watergate

Per creare le condizioni per un impeachment o per le dimissioni del Presidente in carica non è sufficiente la pubblicazione di un libro ricco di opinioni e frasi strappate ai componenti del team Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Pensare che Donald J. Trump possa dimettersi dalla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America a causa di un libro che mette insieme commenti e critiche dei suoi collaboratori mi sembra alquanto utopistico. “Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano.

La straordinaria capacità di utilizzo dei media da parte di Trump è impressionante: non ha, ad esempio, cambiato stile nel linguaggio dei suoi tweet, ed è visto dalla base repubblicana che gli ha regalato la vittoria nel novembre 2016 come un personaggio coerente, capace di garantire la promessa di rendere l’America “great again”.

Con “Fire and fury” non siamo davanti ad un nuovo “Watergate”, così come gli autori del testo non sono Bob Woodward e Carl Bernstein, che furono capaci di realizzare un’inchiesta minuziosa e con dati realmente rilevanti ed incontrovertibili. Piuttosto, Michael Wolff realizza l’ennesimo quadro negativo del Presidente in carica, rappresentandolo come inadatto alla guida del Paese e sopravvalutato nelle sue competenze.

“Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano

Per quanto i repubblicani abbiano perso lo scorso novembre nelle elezioni per il rinnovo di varie municipalità – tra le quali New York – la vera posta in gioco sarà nel 2018 per la tornata delle midterm: con i democratici ancora in alto mare e le inchieste sulla Fondazione Clinton in svolgimento, non è scontata una vittoria dei Democrats, nonostante i sondaggi li diano già per vincenti. Ma i sondaggi non sono affidabili, e l’elezione di Trump ne è la prova matematica.

Ambasciata a Gerusalemme: con Trump la fine del multilateralismo statunitense

La decisione del Presidente rompe col passato: nessuna amministrazione aveva mai osato nello spostamento dell’Ambasciata nella città occupata dall’esercito israeliano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Sulla gravità delle conseguenze generali che questo atto ostile produrrà verso la leadership palestinese e la comunità internazionale, non è dato sapere. Potrebbe essere l’ennesimo segnale della fine del ruolo guida degli Stati Uniti; potrebbe valere pochissimo, dato che saranno pochi gli Stati che seguiranno la decisione degli USA; potrebbe rappresentare l’inizio di una grande escalation di violenza.

Per gli Stati Uniti, il multilateralismo è morto e sepolto. Per alcuni, questa suonerà come una buona notizia, dato che l’Unione Europea potrebbe andare per la sua strada autonomamente, senza dover fare i conti con Washington. Nell’incontro odierno tra Federica Mogherini e il Segretario di Stato Rex Tillerson, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera ha ribadito come Gerusalemme dovrà essere la capitale dei due Stati.

Il Ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, e il Presidente francese Macron, esprimono preoccupazione sui risvolti futuri della decisione unilaterale intrapresa dagli States.

Sul fronte extra UE, Erdoğan, Presidente della Turchia, ha affermato che si arriverebbe alla rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. La Russia di Vladimir Putin qualche giorno fa ha sottolineato che Mosca è dalla parte della Palestina nella realizzazione dell’indipendenza, con Gerusalemme Est capitale.

170522-trump-netanyahu-joint-statement-ew-141p_6f790344e21c7dbe8b208933d3d87393.nbcnews-fp-1024-512

Donald J. Trump e Benjamin Netanyahu a Washington. Photo: NBC News

Saranno molti i capi di Stato e di Governo che trarranno vantaggio dalla mossa statunitense: quelli del mondo musulmano sventoleranno la bandiera palestinese per rafforzare il consenso interno, altri – Putin su tutti – potrebbero avanzare come attori di mediazione nel conflitto israelo-palestinese, prendendo lo scettro fino ad oggi in mano agli Stati Uniti.

Al termine della seconda guerra mondiale, il conflitto tra il neonato Stato d’Israele e i Paesi arabi ha portato alla divisione de facto di Gerusalemme, con i primi occupanti la parte ovest della città, e la Giordania quella est. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 l’esercito israeliano ha occupato militarmente la Cisgiordania e Gerusalemme est, estendendo la sua autorità illegalmente.

_96221089_top

Uno foto scattata durante la Guerra dei Sei Giorni. Photo: BBC

Le Nazioni Unite – sia in sede di Assemblea Generale che di Consiglio di Sicurezza – hanno dichiarato invalide le azioni israeliane. In particolare, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 252 del 1968 spiega che “tutte le misure e le azioni legislative ed amministrative prese da Israele, compreso l’esproprio di terra e territori, tendono a cambiare lo status legale di Gerusalemme e sono dunque invalide e non possono cambiare tale status”.

Il 23 dicembre 2016 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.

Articolo modificato il 7 dicembre 2017 con l’aggiunta di contenuti video.

Michael Flynn e Tax Reform, tutti i guai del Presidente

La Casa Bianca è accerchiata dall’inchiesta Russiagate, con Jared Kushner trascinato da Michael Flynn nel pantano. Intanto il Senato vota la tax reform, una vittoria per Donald Trump?

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Come nei migliori casi d’omicidio, dove gli inquirenti cercano di scoprire l’assassino dalle tracce lasciate sul luogo del delitto, il Procuratore Speciale Robert Mueller sta cercando faticosamente di assemblare i pezzi per ricostruire una trama da vero e proprio film hollywoodiano, tra intercettazioni, tradimenti verso il Governo e contatti con i nemici.

Ed è così che finalmente Michael Flynn, dopo mesi di pressioni, vuota il sacco ed ammette d’aver mentito all’F.B.I. La storia inizia già nel 2016, quando il 23 dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.


LEGGI: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanna Israele

 


Flynn, insieme ad altri membri del transition team di Donald Trump, contattarono i più alti vertici della diplomazia russa, pressandoli per bocciare la risoluzione. Flynn, in sostanza, si rivolse ad un’altra Nazione per sovvertire un voto che il suo Governo voleva far passare. Jared Kushner, Consigliere di Trump, avrebbe agito insieme a Flynn nel trovare un contatto con i russi. Portando, così, l’inchiesta sempre più vicina alla Casa Bianca.

Flynn, durante la Convention repubblicana del luglio 2016, chiedeva l’imprigionamento di Hillary Clinton sulla controversia dell’utilizzo dell’email personale dell’ex Segretario di Stato per questioni riguardandi il Department of State.

I RICCHI ANCORA PIU’ RICCHI

Intanto, il voto sulla riforma della tassazione passato al Senato porterà gli Stati Uniti sull’orlo di una guerra civile economica. Infatti, la classe media – che guadagna tra i 40 e i 50 mila dollari l’anno – si ritroverà sul groppone un aumento delle tasse stimato attorno ai 5 miliardi di dollari, mentre i super ricchi – che guadagnano almeno 1 milione di dollari nei 12 mesi – una diminuzione pari a 6 miliardi di dollari.

“Chi ci guadagna?”, si chiede il Senatore del Vermont Bernie Sanders. “I manager degli hedge fund che vivono alle Isole Vergini risparmieranno 600 milioni di dollari“. Nelle più di 500 pagine della riforma voluta dai Conservatori, una sola sezione, la 14504, taglierà alle casse dello Stato un ammontare importante che “un Paese nel quale vivono 40 milioni di poveri – ricorda Sanders – dove 28 milioni di persone sono senza assicurazione sanitaria” non può certo permettersi.

 

Obama e Bush contro Trump: da che pulpito!

Tutti contro Donald Trump: quella che sembra una legittima presa di posizione contro l’attuale Presidente nasconde la difesa dell’establishment democratico e repubblicano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Barack Obama e George W. Bush, gli ultimi due presidenti degli Stati Uniti, hanno criticato senza mai citarlo l’attuale Commander-in-Chief, Donald Trump. La stampa internazionale ne ha dato grande risalto: l’ennesima situazione sconveniente per il Presidente in carica.

Eppure, per ora, di danni fattuali ne sono stati creati più dai suoi predecessori che dal tycoon newyorkese: i vecchi inquilini della Casa Bianca avrebbero fatto meglio a tacere, e riflettere sugli errori commessi specie in politica estera, che sono stati causa di morte, distruzione e desolazione per migliaia di esseri umani, militari statunitensi compresi.

La guerra in Iraq voluta da George W. Bush, secondo molteplici fonti – Associated Press, Esercito Statunitense, Governo Iracheno – ha portato alla morte di più di 100 mila persone*. L’uso spregiudicato dei droni da parte dell’Amministrazione Obama ha ucciso centinaia di civili, con dati contrastanti tra quelli rilasciati dal Governo – che parla di una forbice tra i 64 e i 116 – e il Bureau of Investigative Journalism – che parla di 380-801.

FILE PHOTO OF US PRESIDENT BUSH DELIVERS SPEECH ABOARD THE AIRCRAFTCARRIER ABRAHAM LINCOLN.

Il discorso di vittoria della guerra in Iraq di George W. Bush: “Mission accomplished”. Photo: Reuters

Quello che, a mio avviso, sfugge alla stampa italiana – e quella statunitense, invece, evita di menzionare – è che Trump è sostanzialmente un indipendente, così come lo è Bernie Sanders, e questo va a scardinare il sistema corrotto del bipartitismo a stelle e strisce.

Le critiche dei personaggi di spicco dei due establishment sono rivolte proprio in questa direzione: di facciata, criticano la morale e gli atteggiamenti dell’attuale Presidente ma, in sostanza, cercano di recuperare quello status quo perduto con l’elezione dell’outsider Trump e la quasi vittoria delle primarie democratiche dell’altro indipendente, ma progressista, Sanders.

La sconfitta della Clinton è stata un chiaro segnale per i Democrats, che avrebbero invece facilmente vinto col Senatore del Vermont: nel 2016 gli elettori preferivano un indipendente, fuori dalle logiche partitiche, e avrebbero favorito un modello politico – puro, senza macchia, fuori dagli schemi – come quello di Bernie Sanders. Hanno scelto Donald Trump in mancanza di alternative valide.

Sono in linea con le posizioni di Trump? Assolutamente no: come potrei esserlo, essendo esattamente dall’altra parte della barricata?

Non esprimermi, però, nell’evidenziare quelle che per me sono vere e proprie storture del sistema, del quale fanno parte integrante gli organi di comunicazione – i grandi broadcaster sono finanziati dai due partiti egemoni – sarebbe fare il loro gioco, criticare assertivamente uno schema prestabilito, senza approfondire sulle cause collaterali.

*Associated Press: marzo 2003 – aprile 2009 110.600 morti

Iraq Body Count: marzo 2003 – marzo 2013: 112.017 – 122.438 morti

Documenti dell’Esercito Statunitense rilasciati da Wikileaks: gennaio 2004 – dicembre 2009: 109.032 morti

Single-payer, la battaglia di Bernie Sanders

Il Senatore del Vermont continua imperterrito la lotta per i diritti civili. Botta e risposta tra Sanders e Trump sui social

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

In Italia la legge sullo Ius Soli è diventata uno spauracchio politico, ma ancora di più è la dimostrazione della pavidità di un Governo incapace di far passare una norma di buon senso, che estenderebbe diritti senza toglierne, che amplierebbe il senso di cittadinanza tra coloro i quali italiani lo sono già de facto.

Negli Stati Uniti lo spauracchio è rappresentato dal diritto alla salute: quel complesso sistema che vede Big Pharma guadagnare miliardi di dollari sulla pelle dei cittadini a stelle e strisce, in una Nazione dove la disparità sociale è dilagante e i costi – per chi non se lo può permettere – per le cure sono esorbitanti.

Sono 28 milioni le persone senza copertura medica. E per capire la gravità della loro condizione è sufficiente leggere una storia qualunque, come quella pubblicata recentemente da The Nation, che racconta il dramma del padre di Doris Portillo, donna salvadoregna naturalizzata statunitense.

A sua difesa, e dei tanti altri cittadini sprovvisti ingiustamente del diritto alle cure, accorre Bernie Sanders. Con la proposta del “single-payer” il Senatore del Vermont ha proposto al Senato una legge che prevede un unico piano di assistenza sanitaria per tutti.

 

170913-bernie-sanders-warren-ac-1004p_8d49fc7875d4e6cf0df270a6c187c110.nbcnews-fp-1024-512

In primo piano Bernie Sanders e, alla sua destra, la Senatrice Elisabeh Warren, co-sponsor del single-payer healthcare program

 

Il disegno di legge è appoggiato, per la prima volta, da numerosi senatori democratici, a partire da Elisabeth Warren, che con Sanders combatte numerose altre battaglie sociali. Su 48 senatori democratici, 11 co-sponsorizzano il piano Sanders, tra i quali probabili candidati alla corsa per la nomination a candidato del Partito Democratico nel 2020.

Questo è un dato politico importante perché va a plasmare il dibattito della prossima campagna elettorale, nella quale il diritto alla salute nei termini di un piano universale – così come esiste, ad esempio, in Italia – sarà al centro dell’attenzione. La piattaforma democratica si spingerà verso posizioni sempre più progressiste.

Non è un caso che il Presidente Donald J. Trump abbia pubblicamente, direttamente attaccato Sanders con un tweet:

Il diritto alla salute universale, negli States, è un campo tutto di sinistra. Non è tardata la risposta di Bernie Sanders:

Bernie Sanders è l’uomo politico più amato negli Stati Uniti. È lui uno degli ultimi eroi dei nostri tempi.