Etichettato: 11 settembre

Ramadan Mubarak, La Rabbia e l’Orgoglio

A 16 anni dall’uscita del libro di Oriana Fallaci il rapporto tra occidente e Islam è ancora sotto i riflettori. Ma l’eredità del testo non è significativa

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Oggi inizia il mese sacro del Ramadan – chiamato Ramazan in Turchia – e milioni di fedeli musulmani pregheranno, digiuneranno e studieranno i precetti del Corano.

Auguro a tutti i miei amici praticanti serenità e felicità per i prossimi giorni!

Il mio viscerale interesse per l’Islam – in tutte le sue forme -, il mondo arabo e non, e la cultura sociale e politica musulmana mi ha portato, negli ultimi anni, a conoscere ed imparare, superare preconcetti, cogliere e capire il perché e il come di tanti avvenimenti. Il ringraziamento principale va ai miei docenti universitari, che sono stati capaci di aprirmi gli occhi attraverso dati storici e fattuali sulla realtà che viviamo.

Ad un certo punto dei miei studi ho pensato di essermi spinto fin troppo oltre la normale comprensione dei fatti, e mi son chiesto se avessi perduto una certa obiettività nell’analizzare la drammatica cronaca giornaliera.

fallaci

A distanza di 16 anni ho così deciso di rileggere “La Rabbia e l’Orgoglio” di Oriana Fallaci. Quando venne distribuito, nel lontano 2001, avevo poco più di 15 anni e la comprensione di quelle parole, scritte di getto dalla giornalista toscana, erano difficili da assimilare fino in fondo, sia perché l’immagine del male così generalizzata che rispondeva ai “mussulmani” – come la Fallaci li chiama – non mi suonava fino in fondo, sia perché percepivo la tensione che le sue parole causavano.

La Fallaci ha scritto importanti pagine del giornalismo italiano e internazionale, con sensazionali interviste a personaggi storici quali Yasser Arafat e Ruhollah Khomeini, ed è stata inviata di guerra nelle aree calde del mondo, nonché combattente contro i fascisti nel corso della Resistenza.

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La sua scrittura è eccezionale, una penna fine e ricercata. Ma oggi, il suo articolo – poi divenuto libro – troverebbe difficilmente spazio in un giornale come Il Corriere della Sera o la Repubblica, e forse finirebbe come editoriale su Libero o, se fosse ancora in distribuzione, su La Padania.

Perché nel rileggere quelle parole nel 2017 fa male, malissimo accettare un pensiero tanto rabbioso quanto univoco dell’intera Umma: che il fedele fosse del Marocco o dell’Indonesia, un musulmano francese o del Sudan, un talebano o un giordano, un cittadino dell’Arabia Saudita o della Turchia, per la Fallaci l’Islam è violenza pura. Mi ero dimenticato del suo fastidio verso “Le mille e una notte”, persino verso gli studi islamici della matematica: tutto ciò che è stato prodotto della cultura musulmana è relegato, ne “La Rabbia e l’Orgoglio” a pura spazzatura.

Oriana Fallaci racconta, nella lunga prefazione, che un professore della Boston University le chiese come dovesse definire il suo libro. Lei in un primo momento non rispose e, dopo averci pensato, lo richiamò e gli disse: <<Lo definisca una predica>>.

Con le prediche ho sempre avuto un brutto rapporto, anche se ho sempre cercato di carpirne, per lo meno, i passaggi positivi. Ma nel libro della Fallaci anche i passaggi positivi divengono negativi.

Come quando dopo l’11 settembre del 2001 la Fallaci ebbe un dialogo con un bambino di 8 anni, Bobby.

20-haunting-photos-from-the-september-11-attacks-that-americans-will-always-remember.jpg<<La mia mamma diceva sempre: “Bobby, se ti perdi quando torni a casa non avere paura. Guarda le Torri e rammenta che noi viviamo a dieci blocchi lungo lo Hudson River”. Bè, ora le Torri non ci sono più. Gente cattiva le ha spazzate via con chi ci stava dentro. Così per una settimana mi son chiesto: Bobby, a questo mondo c’è anche gente buona. Se ti perdi ora, qualche persona buona ti aiuterà al posto delle Torri. L’importante è non avere paura>>.

Si potrebbe pensare che l’aneddoto potesse servire alla Fallaci per cogliere un briciolo di umanità ma no, niente di tutto ciò: la giornalista si lancia in una eccezionale retorica sul Sindaco di New York Giuliani, che noi “italiani senza palle” – dice la Fallaci – dovremmo adorare perché dà lustro al nostro Paese.

Ma forse “La Rabbia e l’Orgoglio” Oriana Fallaci l’ha scritto come monito per chi, come lei, ha profondamente odiato una cultura per il solo fatto di essere diversa dal capitalismo democratico occidentale: odiate, perché noi siamo migliori di loro.

<<Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta>>.

La conclusione del libro mi ha rincuorato. Perché, alla fine delle 163 pagine, ho potuto alzare gli occhi e pensare: il mondo va avanti, e lo spazio per l’odio e la violenza è, veramente, all’antitesi di qualunque religione.

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Il racconto di vita di Sulaiman Hijazi, portavoce della comunità musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

“In fondo, la Sardegna non è molto diversa dalla Palestina, anche se qui non ci sono i checkpoint…”, sorride Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari. In Sardegna dal 2006, Sulaiman racconta, per la prima volta, la sua storia di vita, che si intreccia in un melting pot fatto di esperienze felici, tragiche, e costruttive. “Il primo giorno di scuola generalmente i bambini piangono per l’emozione, o perché fanno i capricci. Io e i miei compagni, invece, piangevamo dalla paura perché i militari israeliani iniziarono a sparare contro la scuola: ancora non sappiamo il motivo di quel gesto. Vivere senza sicurezze – continua Sulaiman – ti segna per tutta la vita. Per fortuna, essendo cresciuto in una famiglia unita e numerosa, ho sempre avuto la forza di andare avanti nonostante le difficoltà”. Ricorda con dolore i giorni successivi all’attentato della moschea di Hebron, la sua città, al quale seguirono 45 giorni di coprifuoco, di cui 18 senza poter mai uscire di casa. In tanti morirono di fame e di stenti, perché non ci si poteva rifornire nemmeno dei generi alimentari. Con la decisione dell’esercito israeliano venne intaccato il tessuto sociale della città: un lungo coprifuoco segna l’economia, e la vita della gente. Nell’adolescenza, Sulaiman si appassionò alla musica, divenendo membro di un gruppo che suonava canzoni patriottiche. “Un giorno arrivò a casa una lettera dell’esercito. Convocarono mio padre in caserma, e un generale gli disse che se non avessi smesso di cantare, gli sarebbe stato ritirato il permesso per andare a trovare la sorella a Gaza. Così, il mio sogno musicale si infranse”. Dopo tale delusione, portò avanti studi di carattere religioso, fino a quando decise di emigrare in Europa per non pesare sulla famiglia. “Lasciare la Palestina – racconta Hijazi – è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso”. Lavorerà in Francia, in Germania, in Svezia, per poi scegliere di stabilirsi in Sardegna. “A Cagliari ho subito chiesto della comunità musulmana. All’epoca la situazione era terribile: la sala di Via del Collegio era mal organizzata, e con poca cura per la pulizia – ricorda l’attuale portavoce –. Serviva, soprattutto, una guida che portasse avanti le istanze dei musulmani residenti in città. Specialmente dopo l’11 settembre, era necessario spiegare che i gesti compiuti dai terroristi non avevano nulla a che fare con l’Islam: ancora oggi paghiamo il peso della disinformazione. Si parla sempre dell’Islam come della religione che mette regole ed obblighi. Non è così: vivere da musulmano è seguire il normale rispetto verso la vita. Ho due sorelle: una mette il velo, l’altra no. L’Islam lascia libertà di scelta all’individuo, che sia maschio o femmina”. E a Cagliari, così come in altre grandi città, la questione della comunità islamica sta divenendo sempre più importante perché il numero di fedeli cresce di giorno in giorno. “Non c’è abbastanza spazio nell’attuale centro di preghiera, e siamo costretti a pregare per strada: in estate sotto il sole, e d’inverno sotto la pioggia. Ma sono convinto che un giorno Cagliari avrà la sua moschea”.

Lasciare la Palestina è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso

Sono anni che si discute sui fondi per la costruzione di un luogo di culto per i musulmani. “La colpa di questa situazione è da spartire al 50 per cento tra comunità musulmana e Comune – sostiene Hijazi –. Spesso, noi siamo i primi a dividerci sulle scelte importanti. Al tempo della giunta di Emilio Floris c’erano i soldi pubblici per la costruzione della moschea, ma non la volontà politica. Ora non ci sono più le risorse economiche statali, e con l’elezione di Massimo Zedda credevamo che ci sarebbe stato un cambiamento di rotta. Quando il Sultano dell’Oman venne in visita a Cagliari – racconta Hijazi – gli scrissi una lettera nella quale spiegavo la situazione della nostra comunità. Inaspettatamente il Sultano rispose, affermando che avrebbe contribuito alla costruzione della moschea in città solo ed esclusivamente se il Comune fosse stato propenso a darci le concessioni, e se avessimo avuto, o individuato, un terreno sul quale erigerla. Purtroppo – conclude il portavoce della comunità – non abbiamo visto l’intervento concreto del Sindaco sulla questione: basterebbe una chiamata al Sultano, e i tempi per la costruzione della moschea si accorcerebbero repentinamente”.