Etichettato: Armi chimiche

Siria, consegnato il dossier a Ban Ki-moon: “Ci sono prove chiare ed evidenti dell’utilizzo di armi chimiche”. Ma da chi?

Ban Ki-moon. Foto: www.loccidentale.it

Ban Ki-moon. Foto: http://www.loccidentale.it

Dossier armi chimiche consegnato a Ban Ki Moon

di Matteo Meloni, da l’Occidentale del 17 Settembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Secondo gli ispettori Onu, all’alba del 21 agosto scorso in Siria, a Damasco, sono state usate armi chimiche. Il tanto atteso rapporto degli onusiani è finalmente giunto nelle mani di Ban Ki-moon. Il documento, consegnato al Segretario Generale dal capo degli ispettori Åke Sellström, recita che “ci sono prove chiare ed evidenti” dell’utilizzo del gas Sarin durante gli scontri del 21 agosto. Il gas, secondo il rapporto, è stato utilizzato nelle località di Ein Tarma, Moadamiyah, Zamalka e Ghouta, nei pressi di Damasco. Dopo giorni di apprensione, legati al paventato intervento unilaterale statunitense nel Paese, la defezione britannica seguita dal voto contrario a Westminster, e la presa di posizione di Putin giunta via lettera pubblicata sulle pagine del New York Times, la diplomazia internazionale potrà ora ragionare in maniera concertata sui passi da seguire nei confronti del governo di Bashar al-Assad. Il vertice Stati Uniti-Russia svolto a Ginevra alla presenza del Segretario di Stato John Kerry e del Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha individuato il percorso che Damasco dovrà seguire per scongiurare un intervento armato. Lavrov ha spiegato che si potrà stilare un calendario dei controlli sull’arsenale siriano solo dopo l’approvazione del documento preparato da Washington e Mosca da parte della OPCW, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. E Assad ha dichiarato che è pronto a sottoscrivere la Convenzione sulle armi chimiche. Se da un lato è giunta la prova inconfutabile dell’uso delle armi vietate, dall’altro, a seconda della lettura data dalle parti in gioco, rimane incerta la mano che ha concretamente usufruito del Sarin. Gli scenari possibili all’indomani della pubblicazione del documento delle Nazioni Unite, infatti, sono molteplici e affatto scontati, e una lentezza da parte di Assad nell’accettare i controlli sull’arsenale in suo possesso potrebbe essere letta da Obama come il tentativo di nascondere le armi in altri Paesi confinanti o vicini – Iraq o Iran –, mossa che irriterebbe Washington, spingendola all’attacco unilaterale. In seno al Consiglio di Sicurezza si creerebbe uno stallo già visto in numerose occasioni, con Russia e Cina che non accetterebbero l’intervento di una task force dei Caschi Blu. L’incertezza rimarrà la compagna di viaggio delle diplomazie, mentre al largo di Damasco sono già presenti diverse navi da guerra di Stati Uniti, Russia, Cina e l’italiana Andrea Doria.

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Siria: la tutela dei diritti umani pretesto per violare il diritto internazionale

Gabriele Pedrini dell'Università di Cagliari

Gabriele Pedrini dell’Università di Cagliari

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Gabriele Pedrini ha trascorso un periodo di studio a Damasco, capitale della Siria, nell’ambito del Dottorato di Ricerca in svolgimento presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari, e racconta a Il Portico le vicende sociali, politiche e strategiche che investono il Paese del vicino oriente.

Quali sono le forze in campo nella guerra civile in atto e quali circostanze hanno portato alla situazione attuale?

La situazione attuale è senza dubbio il frutto di un ridisegno della mappa geopolitica che dalla Tunisia arriva alla Siria, ideato e attuato secondo una logica ben precisa. Non è possibile prescindere da questa contestualizzazione. Esistono indubbiamente fattori interni alla Siria che hanno costituito il terreno fertile per un tentativo di destabilizzare il governo di Damasco

Quali?

Un generale malcontento per la situazione economica di un Paese sottoposto da anni ad embargo; la tradizionale opposizione del movimento islamista dei Fratelli musulmani, a cui si è aggiunta, nel corso del conflitto civile, una variegata galassia di sigle riconducibili al rigorismo e all’intransigenza salafita. Tuttavia, negli eventi siriani, i fattori interni sono secondari o, meglio, “accessori e strumentali”: sono quelli esterni ad aver scatenato e alimentato il dramma in corso. Il Paese non solo non rientra nella sfera di influenza statunitense, ma la sua tradizionale politica di sostegno alla resistenza palestinese e a quella libanese l’ha fatto assurgere, nella visione politica statunitense, a “Stato canaglia” del cosiddetto “Asse del Male”. Di contro, la Siria rientra nella sfera di influenza russa sin dall’era sovietica.

È in quest’ottica che si deve cogliere la chiave di lettura degli eventi in corso?

Si, è un vero e proprio conflitto tra potenze. Pertanto, è necessario fare chiarezza: la tutela dei diritti umani, le armi di distruzione di massa e altre questioni morali non sono altro che il pretesto e la copertura “ideologica” per violare i principi del diritto internazionale di sovranità e di non-ingerenza nelle questioni di politica interna degli Stati, nonché per rendere una guerra maggiormente accettabile dalle opinioni pubbliche. Si tratta di una strategia inaugurata con la guerra alla Serbia e proseguita in Afghanistan, Iraq, Libia e, oggi, in Siria. Si rileva, infine, che le forze attive in questo conflitto sono maggiormente esterne a Damasco, il che pone in dubbio la definizione stessa di “guerra civile”, a meno che non la si voglia intendere come una guerra combattuta sulla pelle della popolazione civile.

A quale strada potrebbe portare l’eventuale intervento statunitense?

L’obiettivo finale degli Stati Uniti è quello di rovesciare il governo di Damasco per sostituirlo con uno affine alla propria politica. Ciò nonostante i due anni e mezzo di conflitto hanno dimostrato che il governo è sostanzialmente stabile e gode di un significativo consenso tra la popolazione. E, come se non bastasse, a minacciare gli obiettivi di Washington sono sopraggiunte le significative vittorie militari che il governo ha ottenuto contro i ribelli. Il presunto uso di armi chimiche da parte del governo ha costituito il pretesto per cercare di intervenire direttamente e cambiare le sorti del conflitto. Tuttavia, in questa fase, gli Stati Uniti non intendono buttarsi in una guerra totale contro la Siria. Il quadro è molto intricato, gli interessi in gioco sono significativi per le varie parti in gioco e il conflitto mondiale si nasconde dietro l’angolo. L’obiettivo a breve termine sarà quello di evitare il successo definitivo del governo contro i ribelli, ridurre la sua capacità militare per riequilibrarla a quella dei ribelli e cercare così di ridimensionare le vittorie governative. Ovviamente questo significherà posticipare la fine del conflitto, con tutte le conseguenze – e sofferenze – del caso.

Siria, la rete degli interessi dietro l’idea del conflitto

La crisi in Sria. Nella foto: manifestanti anti Assad. Foto: www.formiche.net

La crisi in Sria. Nella foto: manifesto anti Assad. Foto: http://www.formiche.net

Cosa si nasconde all’ombra delle forti superpotenze

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“L’ordine di attacco è pronto, ma chiederò al Congresso il via libera”. Le parole di Obama, pronunciate durante la conferenza stampa attesa da ore e seguita in tutto il mondo svoltasi nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, segnano un punto fermo nell’eventuale attacco alla Siria. Dopo aver perso definitivamente l’appoggio dello storico alleato britannico – la Camera dei Comuni ha infatti votato contro l’attacco, infliggendo un duro colpo alla maggioranza conservatrice-liberale guidata da Cameron – il Presidente statunitense, nonostante le prerogative costituzionali gli diano il potere di intraprendere un’azione militare senza il voto del Congresso, ha preferito delegare alle istituzioni la scelta sulla guerra a Bashar al-Assad. Che gli Stati Uniti fossero pronti all’intervento si era già inteso dalla dichiarazione del 26 agosto del Segretario di Stato, John Kerry:  “L’uso delle armi chimiche, come il tentativo di coprirne il ricorso, offende tutta l’umanità, e il presidente Barack Obama ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne”. Frasi propedeutiche a quelle di Obama. Il presidente siriano è accusato di aver consentito all’esercito l’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile in corso nel Paese dal 2011. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono alla ricerca delle prove che possano sancire il reale utilizzo delle armi chimiche, chiedendo una proroga nelle indagini per poterne accertare l’uso. In passato le ispezioni dell’Onu si rivelarono inefficaci – nonostante non furono riscontrate irregolarità – perché non bastarono per fermare la guerra intrapresa dagli Stati Uniti, con una coalizione di Paesi tra i quali l’Italia, contro l’Iraq governato, allora, da Saddam Hussein, accusato di aver utilizzato armi chimiche contro la popolazione curda residente nel Paese, e di essere in possesso di armi di distruzioni di massa. La situazione del vicino e medio oriente rimane, senza soluzione di continuità, incandescente: con l’Egitto in piena crisi d’identità e la questione israelo-palestinese al palo, un nuovo intervento occidentale nell’area potrebbe scatenare un conflitto regionale. L’Iran – che ha recentemente visto trionfare alle elezioni la parte politica avversa ad Ahmadinejad – ha  già avvisato che il pericolo d’instabilità è reale, e sembra delinearsi una nuova divisione in blocchi tra le principali forze in campo come ai tempi della Guerra Fredda, con la Russia nettamente contraria ad una azione militare. La Siria confina a nord con la Turchia, Paese con il quale sembrava aver appianato le divergenze dopo la sottoscrizione di alcuni accordi di carattere commerciale, ma con lo scoppio della guerra civile i rapporti si incrinarono, in quanto Ankara ha dovuto accogliere in questi anni un numero elevato di profughi, e gestire gli scontri armati al confine. La Turchia ha accusato più volte Damasco di voler provocare un conflitto, e la NATO è più volte intervenuta a riguardo, garantendo il suo appoggio all’alleato turco. A questa lettura della crisi vanno aggiunti gli interessi di carattere economico, che hanno ripercussioni in senso geopolitico e strategico: l’Iran, l’Iraq e la Siria hanno recentemente firmato un accordo per la costruzione di un gasdotto che porterebbe il combustibile sulla costa mediterranea; tale accordo è ostacolato dagli Stati Uniti, preoccupati che l’Iran, in questo modo, guadagnerebbe terreno sotto l‘aspetto commerciale e, così, spingendo ulteriormente la ricerca del programma nucleare, ostacolato da Washington. Tra gli alleati europei degli Stati Uniti, la Francia di Hollande pare orientata ad un supporto all’azione militare, mentre l’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Bonino, si è defilata dal possibile attacco. Ad oggi la guerra civile siriana conta un numero di morti che si aggira intorno ai centomila.