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Gianfranco Zola: la reputazione fatta a uomo

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

È finalmente online la mia intervista a Gianfranco Zola 🎥

Nato e cresciuto ad Oliena, dove ha iniziato a dare i primi calci al pallone indossando la maglia della Corrasi, Zola ha prestato la sua immagine alla copertina dell’Elenco Sì di Nuoro e Ogliastra, edito da Pagine Sì Spa.

Nel corso dell’intervista, Zola racconta il legame con la sua prima squadra di calcio e con la Sardegna, la crescita professionale con l’SSC Napoli ai tempi di Diego Maradona, la sua storia d’amore col Chelsea Football Club, e riserva parole di profonda stima per il Presidente del Cagliari Calcio Tommaso Giulini.

Zola ha un forte rapporto col suo territorio d’origine. Per questo motivo, ha voluto legare il suo nome all’Elenco Sì, all’interno del quale è presente una biografia del calciatore, una pagina dedicata alla scuola calcio che prende il nome di Ignazio Zola, suo padre, e tanti utili consigli ed informazioni culturali, turistiche ed enogastronomiche sul territorio di Oliena e delle province di Nuoro e Ogliastra.

Buona visione!

La guerra dell’acqua: una delibera della Giunta regionale sarda rischia di compromettere il risultato del referendum

Ugo Cappellacci, Presidente della Regione Sardegna. Una delibera della Giunta rischia di compromettere il referendum sull'acqua del 2011. Foto: http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/C/cappellacci_ugo_1--400x300.jpg

Ugo Cappellacci, Presidente della Regione Sardegna. Una delibera della Giunta rischia di compromettere il referendum sull’acqua del 2011. Foto: http://www.adnkronos.com

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

ANCORA UNA VOLTA IL diritto all’acqua pubblica sembra essere in pericolo. Nonostante il referendum regionale del 12 e 13 giugno 2011 abbia sancito con largo consenso il divieto all’affidamento a soggetti privati della gestione delle risorse idriche, una delibera della Regione Sardegna rischia di comprometterne l’esito. Abbanoa, la società che ha in carico la gestione della rete idrica isolana, versa in una nota condizione di difficoltà contabile e finanziaria, fatto che sarebbe addirittura in grado di compromettere non solo il soddisfacimento di centinaia di creditori, ma la stessa continuità nel servizio di distribuzione e potabilizzazione delle acque. E la delibera regionale del 28 agosto 2013 “Provvedimenti urgenti per la continuità dell’erogazione del servizio pubblico di acquedotto, fognatura e depurazione” sembra andare verso una concessione ai privati delle quote societarie di Abbanoa, fatto che renderebbe vano il referendum del giugno 2011. Giuseppe Stocchino, Consigliere Regionale di Rifondazione Comunista appartenente al Gruppo Misto, ha presentato una interpellanza nella quale si legge che il documento dell’Esecutivo regionale “Oltre a prevedere una procedura concordata con la Commissione europea per la concessione di finanziamenti milionari senza che questi vengano considerati “aiuti di Stato indebiti”, prevede di poter affidare al mercato il futuro della società per azioni “Abbanoa” una volta che venga a scadenza la concessione da lei posseduta e successivamente al raggiungimento dello status di “socio di maggioranza” da parte della Regione Sardegna”. La delibera regionale, così, contrasterebbe col volere del popolo sardo, creando un conflitto col territorio e portando la materia anche a livello europeo. L’interpellanza propone alcuni quesiti cruciali alla Giunta Regionale e, nello specifico, chiede quali azioni intenda intraprendere per evitare che la gestione del servizio idrico finisca nelle mani di investitori privati; se intende rivedere le parti della deliberazione de quo in grado di entrare in contrasto con il risultato del referendum abrogativo nazionale del giugno 2011; se ritiene compatibile con i principi di efficacia ed efficienza amministrativa la situazione in cui versa “Abbanoa”, azienda che è addirittura costretta a ricorrere ad una società di revisione perché non è in grado di quantificare i propri debiti; se è capace di fornire rassicurazioni in merito alla continuazione del servizio pubblico di distribuzione della risorsa idrica così come chiesto durante i mesi estivi dalla Prefettura di Cagliari; se intende presentare un proprio disegno di legge con sui sancire – una volta e per tutte – il divieto di concessione ad investitori privati della gestione delle acque presenti sul territorio sardo. All’iniziativa consiliare di Stocchino si aggiunge l’azione politica che i Comunisti porteranno avanti in tutta la Sardegna. In una nota, Giovannino Deriu e Alessandro Corona spiegano che si partirà a livello territoriale con una proposta di Deliberazione che sarà presentata nei Consigli Comunali e Provinciali. “Cappellacci – dicono Corona e Deriu – sancisce la svendita dell’acqua dei sardi. Promette di abbassare le accise sui carburanti ma si dimentica di spiegare che vorrebbe privatizzare l’acqua. Noi invece continuiamo a ritenere che l’acqua sia un bene comune che non deve essere lasciato alla gestione privata, così come chiaramente espresso con i Referendum del 2011. Faremo in modo – continuano i dirigenti di PRC e Pdci – di favorire un fronte compatto contro il tentativo di Cappellacci di privatizzare l’acqua dei sardi, a partire dai Comuni”.

La guerra dell’acqua: il Consigliere Regionale Stocchino spiega perché Abbanoa verrà privatizzata

Il Consigliere Regionale Giuseppe Stocchino (al centro) ha presentato una interpellanza alla Regione Sardegna chiedendo di spiegare quale futuro si prospetta per l'acqua nell'isola. Foto: http://www.sassarinews.it/

Il Consigliere Regionale Giuseppe Stocchino (al centro) ha presentato una interpellanza alla Regione Sardegna chiedendo di spiegare quale futuro si prospetta per l’acqua nell’isola. Foto: http://www.sassarinews.it/

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

IL DIRITTO DI ACCESSO all’acqua pubblica è alla base della nostra società, non possiamo permettere che i privati gestiscano una risorsa così preziosa”. Le parole del consigliere regionale Giuseppe Stocchino sono ferme e decise: la sua battaglia è contro la delibera della Giunta di via Roma che prevede la possibilità di cessione al mercato di Abbanoa: “Va in direzione opposta rispetto al referendum del giugno 2011, e non è possibile dimenticarsi del volere dei sardi come se niente fosse”.

Come si è giunti a questa situazione?

Abbanoa nasce con lo spirito di raccogliere le esigenze dei vari territori della Sardegna, unendo tutti gli enti di gestione delle acque a livello regionale. Il management della società ha toppato negli obiettivi di razionalizzazione che si era prefissato, ma come al solito rischiano di pagare per le cattive decisioni non i dirigenti, bensì i lavoratori. E il fallimento di Abbanoa ha portato la Regione Sardegna al suo salvataggio, con i soldi dei contribuenti. L’Unione Europea non ha potuto accettare quello che si è rivelato un aiuto di Stato, imponendo così le misure che Cappellacci, senza batter ciglio, ha accettato ed imposto con la deliberazione di agosto. Faccio notare che i rischi ai quali va incontro Abbanoa sono i rischi del popolo sardo: in primis, la privatizzazione della gestione dell’acqua. Con risultati imprevedibili: nei Paesi dove è stata presa una misura di privatizzazione, abbiamo assistito a distorsioni sociali gravissime, come i meno abbienti doversi recare ai fiumi per poter avere accesso all’acqua. Non è questo che vogliamo: la globalizzazione e le multinazionali aspettano decisioni simili, e il volere delle popolazioni verrebbe così calpestato. Anche Papa Francesco ha parlato del diritto ai beni comuni dell’essere umano: diritto alla terra e alla salvaguardia dell’ambiente, insieme al bisogno di giustizia.

Il Referendum del giugno 2011 ha visto la schiacciante vittoria del fronte del sì all’abrogazione della “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”.

La vittoria del 2011 ha sancito la fiducia dei cittadini verso lo Stato per la gestione delle acque: perché tornare indietro su una decisione così popolare? Dovremmo, semmai, spingere per una maggiore efficienza degli enti che gestiscono – e gestiranno – le risorse idriche. Al contrario, le misure imposte dall’Europa, viste nella deliberazione della Giunta, avranno due effetti: la chiusura anticipata di tre anni di Abbanoa, e la sua messa in vendita, con un bando a livello europeo. A quel punto l’ente diventerà privato. La questione della privatizzazione dei beni considerati pubblici è ampia, non solo relativa all’acqua. Se parliamo, ad esempio, dei trasporti, un caso pratico è quello della Gran Bretagna e della concessione della rete ferroviaria ai privati: servizi diminuiti, manutenzione scarsa, maggior numero di incidenti. Oggi sta avvenendo il passaggio contrario: il mercato privato ha fallito, e i sudditi di Sua Maestà devono coprire i buchi di bilancio, lasciati alla collettività.

Volete far luce, dunque, sul caso societario di Abbanoa?

Chiediamo dei chiarimenti rispetto alla gestione della società. La questione è da inserire all’interno del problema della proliferazione degli enti, buchi neri che attingono alle risorse regionali impoverendo i vari settori. E la Sardegna ha un disperato bisogno di fondi, non di sprechi: serve un piano di rilancio per il lavoro e per la scuola, legare quindi il tema della giusta spendita dei soldi a quello di una riorganizzazione complessiva. Abbanoa si è dimostrata come il classico “carrozzone”: non è di questo che ha bisogno la Sardegna, e tantomeno di un ente per la gestione delle acque privatizzato.

Cagliari: parla il portavoce della comunità musulmana, Sulaiman Hijazi

Sulaiman Hijazi. Foto: http://www.lalchimistaonline.it/

Sulaiman Hijazi. Foto: http://www.lalchimistaonline.it/

di Matteo Meloni, da il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Il portavoce della Comunità musulmana di Cagliari, Sulaiman Hijazi, spiega a Il Portico le differenze esistenti tra i Paesi a maggioranza islamica rispetto ai temi della libertà religiosa, e quali sono i punti d’incontro tra l’Islam e le altre religioni.

Cosa pensa degli Stati che non consentono l’espressione libera del proprio credo?

Per rispondere a questa domanda partirei dalla mia terra, la Palestina, e in particolare dalla mia città, Hebron, dove risiedono 17 cristiani. Abbiamo una bellissima chiesa, grande quanto quella di Monte Urpinu. A Betlemme, per ogni moschea c’è una chiesa. In Giordania, solo ad Amman sono presenti 8 chiese, e in Egitto il 30% della popolazione è cristiana. C’è un grande rispetto reciproco: quando sentono il richiamo alla preghiera del Muezzin, i cristiani spengono, ad esempio, l’autoradio. Chi compie gesti vio lenti, come bruciare le chiese o uccidere cristiani, non lo fa in nome dell’Islam, ma di una logica di morte estranea alla nostra religione.

Può spiegarsi meglio?

Certi detti del Corano sono molto forti, e se vengono mal interpretati, non capendo la storia della frase presente nel nostro Libro sacro, si arriva a compiere azioni malvagie, come quelle dell’11 settembre. I problemi esistono negli Stati governati secondo la tradizione; mi riferisco, in particolare, ad Arabia Saudita e Afghanistan. Questi Paesi sono letteralmente in mano a beduini. Allargando il discorso alla condizione della donna, se nell’antichità il genere femminile era considerato quello debole, secondo questi popoli oggi ancora è, e dev’essere, così. È bene ricordare, però, che nel mondo arabo contemporaneo in politica è presente il 15% delle donne, mentre in Italia solo il 3%: per questo ritengo che non si possa generalizzare quando si trattano certi argomenti, ma è necessario analizzare, Paese per Paese, quali sono le varie realtà.

Che valore può avere, per il bene della società, il dialogo tra cattolici e musulmani?

Sono in tanti a non credere nel dialogo, ma già con la recente elezione di Papa Francesco vedo nuove prospettive nei rapporti tra il mondo cattolico e quello musulmano. Sono convinto che Francesco sia l’uomo giusto al momento giusto: una figura sobria, umile, capace di unire e non di dividere. È la figura che dovrebbe rappresentare ogni religione: non una persona intoccabile, ma che sta tra la gente. Saranno tantissimi i cristiani che torneranno a praticare la loro fede. Questo ha riflessi anche verso le altre confessioni. E sono tanti i punti d’incontro tra il credo cattolico e quello musulmano.

Quali?

Fondamentalmente le due religioni nascono dagli stessi principi; nell’Islam, Gesù è uno dei profeti più importanti, e Maria la donna più pura. I capi musulmani di Milano, Genova e Roma negli ultimi mesi hanno preso parte a numerosi eventi di carattere interreligioso con la Chiesa. Le questioni sociali sono quelle che concretamente faranno la differenza, perché sia i cattolici che i musulmani credono nel miglioramento della vita delle persone. C’è da dire che la comunità musulmana italiana, giovane e formatasi abbastanza recentemente, è povera. Questo comporta una serie di situazioni difficili da gestire. Per quanto riguarda la sfera prettamente religiosa, ad esempio, manca ancora un Imam che riunisca l’intera comunità italiana, e anche questo è un problema. In Francia, dove i flussi migratori dal mondo arabo – e non solo – ha portato a situazioni e realtà completamente differenti, i musulmani presenti sono numerosissimi, e c’è una diversa concezione anche della diversità religiosa, dei costumi, e del modo di rapportarsi dello Stato francese con la comunità.

Il racconto di vita di Sulaiman Hijazi, portavoce della comunità musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

“In fondo, la Sardegna non è molto diversa dalla Palestina, anche se qui non ci sono i checkpoint…”, sorride Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari. In Sardegna dal 2006, Sulaiman racconta, per la prima volta, la sua storia di vita, che si intreccia in un melting pot fatto di esperienze felici, tragiche, e costruttive. “Il primo giorno di scuola generalmente i bambini piangono per l’emozione, o perché fanno i capricci. Io e i miei compagni, invece, piangevamo dalla paura perché i militari israeliani iniziarono a sparare contro la scuola: ancora non sappiamo il motivo di quel gesto. Vivere senza sicurezze – continua Sulaiman – ti segna per tutta la vita. Per fortuna, essendo cresciuto in una famiglia unita e numerosa, ho sempre avuto la forza di andare avanti nonostante le difficoltà”. Ricorda con dolore i giorni successivi all’attentato della moschea di Hebron, la sua città, al quale seguirono 45 giorni di coprifuoco, di cui 18 senza poter mai uscire di casa. In tanti morirono di fame e di stenti, perché non ci si poteva rifornire nemmeno dei generi alimentari. Con la decisione dell’esercito israeliano venne intaccato il tessuto sociale della città: un lungo coprifuoco segna l’economia, e la vita della gente. Nell’adolescenza, Sulaiman si appassionò alla musica, divenendo membro di un gruppo che suonava canzoni patriottiche. “Un giorno arrivò a casa una lettera dell’esercito. Convocarono mio padre in caserma, e un generale gli disse che se non avessi smesso di cantare, gli sarebbe stato ritirato il permesso per andare a trovare la sorella a Gaza. Così, il mio sogno musicale si infranse”. Dopo tale delusione, portò avanti studi di carattere religioso, fino a quando decise di emigrare in Europa per non pesare sulla famiglia. “Lasciare la Palestina – racconta Hijazi – è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso”. Lavorerà in Francia, in Germania, in Svezia, per poi scegliere di stabilirsi in Sardegna. “A Cagliari ho subito chiesto della comunità musulmana. All’epoca la situazione era terribile: la sala di Via del Collegio era mal organizzata, e con poca cura per la pulizia – ricorda l’attuale portavoce –. Serviva, soprattutto, una guida che portasse avanti le istanze dei musulmani residenti in città. Specialmente dopo l’11 settembre, era necessario spiegare che i gesti compiuti dai terroristi non avevano nulla a che fare con l’Islam: ancora oggi paghiamo il peso della disinformazione. Si parla sempre dell’Islam come della religione che mette regole ed obblighi. Non è così: vivere da musulmano è seguire il normale rispetto verso la vita. Ho due sorelle: una mette il velo, l’altra no. L’Islam lascia libertà di scelta all’individuo, che sia maschio o femmina”. E a Cagliari, così come in altre grandi città, la questione della comunità islamica sta divenendo sempre più importante perché il numero di fedeli cresce di giorno in giorno. “Non c’è abbastanza spazio nell’attuale centro di preghiera, e siamo costretti a pregare per strada: in estate sotto il sole, e d’inverno sotto la pioggia. Ma sono convinto che un giorno Cagliari avrà la sua moschea”.

Lasciare la Palestina è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso

Sono anni che si discute sui fondi per la costruzione di un luogo di culto per i musulmani. “La colpa di questa situazione è da spartire al 50 per cento tra comunità musulmana e Comune – sostiene Hijazi –. Spesso, noi siamo i primi a dividerci sulle scelte importanti. Al tempo della giunta di Emilio Floris c’erano i soldi pubblici per la costruzione della moschea, ma non la volontà politica. Ora non ci sono più le risorse economiche statali, e con l’elezione di Massimo Zedda credevamo che ci sarebbe stato un cambiamento di rotta. Quando il Sultano dell’Oman venne in visita a Cagliari – racconta Hijazi – gli scrissi una lettera nella quale spiegavo la situazione della nostra comunità. Inaspettatamente il Sultano rispose, affermando che avrebbe contribuito alla costruzione della moschea in città solo ed esclusivamente se il Comune fosse stato propenso a darci le concessioni, e se avessimo avuto, o individuato, un terreno sul quale erigerla. Purtroppo – conclude il portavoce della comunità – non abbiamo visto l’intervento concreto del Sindaco sulla questione: basterebbe una chiamata al Sultano, e i tempi per la costruzione della moschea si accorcerebbero repentinamente”.

“Incontri d’AFFRICA”: diario di bordo della seconda edizione dell’iniziativa

Incontri d'AFFRICA: un momento della rassegna.

Incontri d’AFFRICA: un momento della rassegna.

Un lungo abbraccio di culture e sensibilità

di Matteo Meloni, da Il Portico del 3 novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Per il secondo anno consecutivo si è svolta a Cagliari la manifestazione denominata “Incontri d’AFFRICA”, evento organizzato dai fondatori del sito internet affrica.org che ha come obiettivo principale quello di raccontare il continente africano senza filtri né censure. È stato l’Hostel Marina, nelle scalette di San Sepolcro, lo scenario della due giorni di incontri e dibattiti, che ha visto la numerosa partecipazione della cittadinanza, interessata ed appassionata alle tematiche in discussione al ciclo di conferenze, svoltosi nelle giornate del 18 e 19 ottobre scorsi. Continua a leggere

L’intervista a Marisa Fois, tra gli organizzatori di Incontri d’AFFRICA: “Immagini, suoni e parole per parlare d’Africa: c’è tanto interesse per ascoltare i protagonisti”

Incontri d'AFFRICA: l'Hostel Marina di Cagliari ha ospitato la manifestazione.

Incontri d’AFFRICA: l’Hostel Marina di Cagliari ha ospitato la manifestazione.

Antropologi e missionari hanno intessuto una trama di incontri e visioni sul tema per rispondere al grande desiderio di conoscere meglio e più da vicino un popolo e la sua cultura

di Matteo Meloni, da Il Portico del 3 novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Serve dare visibilità all’Africa: in tanti hanno voglia di sapere, c’è molta curiosità e interesse verso il continente”. Esordisce così Marisa Fois, tra i fondatori del sito affrica.org, nel raccontare a Il Portico l’esito di “Incontri d’AFFRICA”, manifestazione giunta alla seconda edizione, e che ha come obiettivo quello di sensibilizzare il grande pubblico verso le tematiche legate all’Africa.

Come ha risposto la cittadinanza all’evento?

Siamo molto soddisfatti della partecipazione del pubblico. Come l’anno scorso, abbiamo avuto una presenza trasversale e variegata: hanno assistito agli eventi persone di ogni genere ed età, e non inserite nel solo circuito accademico. Questo significa che c’è un interesse per il continente africano, che la gente ha bisogno e voglia di sentire parlare dell’Africa, di ascoltare i suoi protagonisti parlare e raccontarla. I temi affrontati quest’anno sono stati vari. Siamo partiti dalla Somalia, lacerata dalla guerra: questo ha permesso di parlare anche dell’Italia, del suo ruolo nella colonizzazione, dell’eredità coloniale e delle responsabilità del nostro Paese. Si è poi parlato di contaminazione di culture e delle varie identità come gli italo- somali dei Kaha e degli Antar.

A suo avviso quale è stato il momento più interessante della manifestazione?

 Sono stati molteplici i momenti che hanno attratto, quasi incantato, la platea di “Incontri d’AFFRICA”. Il reading di Timira in particolare è stato veramente emozionante, denso di significato. Per due ore le persone sono state letteralmente affascinate, si sentiva in sala molta partecipazione. Il secondo giorno si è parlato di Camerun, di lingua e dell’importanza delle parole, del loro uso e di come la conoscenza sia strettamente legata alla lingua. Il film dell’antropologo Tonino Melis ha ugualmente interessato il pubblico, con tantissime domande in sala, che dimostra la volontà d’interazione del pubblico con le tematiche della manifestazione. Così è stato anche per il corto che ha per protagonisti i bambini di Sedilo, coinvolti nel raccontare attraverso la lingua sarda l’importanza di un bene comune come l’acqua.

È questa la formula giusta per raccontare l’Africa? 

Ci piacerebbe continuare le nostre iniziative sempre con questa formula. Associando documentari, libri e dibattiti e usando anche altri mezzi che raccontino l’Africa contemporanea: l’anno scorso c’è stata una mostra fotografica di immagini scattate tramite l’iPhone, quest’anno una sfilata di moda con una linea di abiti senegalesi nata all’interno di una sartoria. Questo per dimostrare che è un continente variegato e vivo, energico.

Cosa è emerso dalla due giorni di “Incontri d’AFFRICA”?

Il sottotitolo degli incontri – immagini, parole, musica – sintetizza proprio lo spirito alla base degli incontri stessi: vogliamo che siano le immagini, le foto, i documentari, insieme alle parole dei protagonisti e dei libri, e la musica a parlare dell’Africa e a raccontarla, senza filtri, in modo che ognuno possa poi recepire e interpretare il messaggio.

INvestiamo INmobilità: a Cagliari si discute del futuro della circolazione cittadina

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L’edificio “Sali Scelti” del Parco di Molentargius, Cagliari

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La sala conferenze dell’edificio “Sali Scelti” del Parco di Molentargius ha ospitato l’incontro “INvestiamo INmobilità”, organizzato dal Consigliere Comunale Filippo Petrucci della lista “Meglio di prima non ci basta”. L’importanza del tema ha visto la partecipazione di numerosi cittadini i quali hanno assistito agli interventi del Prof. Meloni, docente di Pianificazione dei Trasporti, dell’Assessore ai Trasporti Coni e del Sindaco Massimo Zedda. Metro, vie ciclabili e parcheggi sono stati gli argomenti di maggiore discussione. Meloni vorrebbe che Cagliari rendesse piacevole e vivibile la sua mobilità. “Sono convinto che i tempi siano maturi per poter discutere concretamente dell’argomento: la nuova amministrazione sembra fortemente interessata ai problemi della mobilità e della sostenibilità. L’impatto di eventuali modifiche al piano di trasporti cittadino avrà necessariamente un impatto notevole perché andrà a modificare le abitudini delle persone”. La politica trova terreno fertile nella questione trasporti: “L’approccio è sempre stato minimalista: meno si fa, meglio è. Sembra quasi che meno vengono intaccati i comportamenti delle persone, più soddisfazione politica si ha. Cagliari – continua Meloni – perde ogni anno numerosi abitanti i quali si spostano nei comuni dell’hinterland con percentuali a doppia cifra. Non essendoci una rete di trasporti efficiente ciascun cittadino acquista un’auto per gli spostamenti, congestionando il traffico del capoluogo. E’ su questo – conclude Meloni – che bisogna puntare: potenziare i trasporti pubblici, inculcando alla popolazione che il loro utilizzo porta ad un risparmio economico, migliorando la gestione dei tempi”. Coni mette in evidenza le problematiche di attuazione delle modifiche alla viabilità a causa di intoppi burocratici e scarsi finanziamenti. Una novità: “L’entrata in funzione del Bus Rapid Transit. Da Piazza Repubblica a Piazza Matteotti ci sarà un bus a corsia preferenziale: all’arrivo della metro i cittadini potranno usufruire di un servizio similare, ma su gomma.”. Il problema della sicurezza sulle strade, per Coni, è fondamentale: “In media in città muore una persona al mese per incidente stradale. Aumentare i controlli attraverso le telecamere ai semafori o con gli autovelox è un invito agli automobilisti alla cautela”. Il Sindaco Zedda,
chiudendo i lavori, sottolinea l’importanza del dialogo con la cittadinanza laddove ci saranno modifiche importanti alla viabilità. “Sarebbe troppo facile assumere decisioni con ordinanze, verrebbe meno il patto con gli elettori”. Il Comune si è impegnato alla riduzione degli sprechi: “Grazie a questo intervento non faremo mancare ai cittadini i servizi necessari, nonostante il taglio ai finanziamenti imposti dal Governo”. Sulla metro, Zedda ricorda “l’importanza della linea che arriverà al Policlinico Universitario: con lo spostamento dell’Ospedale Civile al Policlinico sarà una grande risorsa di collegamento e decongestione del traffico”.

Cagliari: le primarie del centrosinistra e lo studio di Fulvio Venturino

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Massimo Zedda, candidato Sindaco del centrosinistra a Cagliari

di Matteo Meloni

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Le elezioni primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra svolte il 30 gennaio scorso hanno sancito, a sorpresa, la vittoria di Massimo Zedda, candidato di Sinistra e Libertà (SEL), con il 47% delle preferenze e l’inesorabile sconfitta di Antonello Cabras, figura di spicco del Partito Democratico, che raccoglie solo il 34% dei consensi. Circa la metà dei 5600 votanti tra gli elettori del centrosinistra sono stati invitati a rispondere ad un questionario nell’ambito di un progetto elaborato dal prof. Fulvio Venturino, docente di Scienze Politica dell’Università di Cagliari. Allo studio hanno partecipato circa novanta studenti della Facoltà di Scienze Politiche che, a titolo volontario e formati per tale scopo, hanno intervistato gli elettori poco dopo la loro scelta, ponendo alcune domande sul loro orientamento politico e religioso, sul livello di istruzione e, dato molto importante, sulla riproposizione del voto appena realizzato nella cabina elettorale. I dati definitivi, una volta elaborati, saranno lo specchio di una parte di società civile, appartenente all’elettorato di sinistra. E’ probabile che la flessione nella partecipazione alle ultime primarie sia dovuta, in generale, a un disagio complessivo dell’elettorato verso la politica e forse, in particolare, sancisce una critica non troppo velata verso il partito che ha introdotto nel nostro Paese l’istituto delle primarie, quel PD oggi ancora alla ricerca di una identità stabile. Durante la giornata delle primarie gli studenti si sono divisi tra i 14 seggi disseminati in città; tra i tanti quelli nelle vie Garibaldi, Roma, Liguria e piazza Amsicora, Mercato Sant’Elia e Via Riva Villasanta. I partecipanti al progetto hanno realizzato turni da 4 ore ciascuno, suddivisi in tre gruppi affinché l’intera giornata – dalle 8.00 alle 20.00 – fosse coperta e rendere così la ricerca statistica più completa possibile. Danilo Mura, studente del corso magistrale in Governance e Sistema Globale e tra i partecipanti al progetto statistico, ritiene l’esperienza estremamente positiva. “Potersi confrontare con numerose persone e soprattutto realizzare qualcosa di pratico ai fini del nostro studio è stato davvero appagante – sostiene Mura – e il poter andare oltre i libri di testo rende sicuramente più gratificante il progetto. Attraverso l’addestramento abbiamo appreso le tecniche di rilevazione dati, così da poterci avvicinare agli elettori con cognizione di causa. Naturalmente – continua Mura – eravamo identificati grazie al badge, un tesserino di riconoscimento, tramite il quale i votanti potevano riconoscerci e così rispondere alle domande senza remore”. L’elettorato è stato funzionale al progetto: Mura racconta che “la gran parte degli elettori partecipanti a un tale tipo di consultazione si rende disponibile alla realizzazione di un lavoro come il nostro. Da quello che ho potuto notare, gli elettori sono informati e coscienti delle dinamiche interne sia alla coalizione che ai sommovimenti dei vari partiti. Gli elettori del PD erano la maggioranza dei votanti, quindi la vittoria di Zedda si fa ancora più rilevante anche per questo motivo. Il nostro progetto è diverso dall’exit poll, nel quale si esprime il voto appena indicato nella scheda elettorale, al quale segue la proiezione generale. Nel nostro caso – dice Mura – si vuole realizzare uno studio sui partecipantialle sole elezioni primarie. Sono rimasto colpito – racconta lo studente – dalla voglia di cambiamento che trasmettevano i partecipanti alla votazione, non solo tra i giovani ma in particolare tra gli elettori anziani: nonostante le difficoltà fisiche che potevano avere certe persone, ritenevano la loro partecipazione importante e credevano nell’esito del loro voto”. Mura ritiene che le elezioni primarie siano un momento importante nella vita democratica di un Paese, nonostante le critiche e le problematiche che si sono verificate in altre città. “Le polemiche di Napoli sono molto distanti dal nostro contesto. Devo dire che nei vari seggi ho notato molta attenzione al rispetto dell’esito dell’istituto delle primarie e ottima organizzazione”. Fabio Sulis, studente di Governance, appartiene all’entourage del progetto avendo partecipato alla rilevazione statistica nelle precedenti consultazioni primarie nel 2005, sia per le elezioni politiche che per quelle del capoluogo isolano. “In passato non solo le primarie erano una novità ma anche il questionario da noi proposto: l’elettore rimaneva colpito da una tale attenzione verso le tematiche da noi proposte e, col passare del tempo, ha acquisito una capacità critica che lo integra nel lavoro della rilevazione dati. Ormai – conclude Sulis – sembra che i votanti ritengano le nostre domande una prassi consolidata e sono pronti nel fornirci le risposte in maniera disinvolta”.

Turchia: il cammino di un Paese verso la democrazia

Scienze politiche: dibattito sulla questione armena

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Un’immagine di profughi armeni deportati dall’Impero Ottomano

di Matteo Meloni, da Il Portico del 23 gennaio 2011

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A quattro anni di distanza dall’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink, fondatore e direttore della rivista settimanale Agos pubblicata in lingua turca e armena, il Dipartimento Storico Politico Internazionale dell’Età Moderna e Contemporanea della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari ha organizzato una giornata di studi dal titolo “La Turchia oggi tra nazionalismo, genocidi negati e democratizzazione”. Nell’Aula Consiliare della Provincia, sita al Palazzo Regio, sono intervenuti Nicola Melis, docente di storia e istituzioni del Vicino Oriente, Aide Esu, docente di sociologia politica e Rakel Dink, moglie del giornalista ucciso il 19 gennaio 2007. Al funerale di Dink hanno partecipato 200mila cittadini, a dimostrazione di una volontà del popolo turco di superare ogni avversità sulla questione armena che sembra ancora scuotere le alte sfere del potere in Turchia. “Il genocidio armeno – ricorda Aide Esu – è il primo avvenuto nel 1900: una violenza totale e di massa che vede altri esempi nello sterminio degli ebrei e nell’ultimo genocidio del XX secolo, quello ruandese. Dalle guerre mondiali in poi il concetto della violenza cambia in maniera sostanziale: chi uccide non ha più paura del nemico, i campi di battaglia diventano i mercati, i caffè, le strade dei centri abitati; nascono le politiche dell’odio organizzato, il nazionalismo moderno e i nuovi Stati post guerra. Con la modernità – continua la sociologa – vengono immessi nelle società idee come quelle della razza, che tendono ad escludere quei gruppi sociali ritenuti diversi, ma anche principi quali i diritti umani, alla base dell’ordine internazionale”. Nicola Melis ricorda come la Turchia, in quanto Nazione, sia nata recentemente, un’invenzione statuale concretizzatasi poi nei primi del 1900. “Si sottolineano spesso le contraddizioni che hanno portato alla formazione dell’Italia, di cui quest’anno si festeggia il 150° dell’unità, dimenticandoci che in quanto Paese l’Italia si postulava già nel Medioevo. La Turchia di Kemal – sostiene Melis – compie una cesura col passato ottomano basandosi sulla modernizzazione e cogliendo numerosi elementi dell’Occidente, detestandone però l’imperialismo. Nei suoi 87 anni di storia la Turchia ha mostrato diversi paradossi multiculturali, accogliendo alcune forme di modernità ma cadendo nell’errore della cancellazione del caso armeno, iniziato con i massacri della popolazione in epoca prenazionalista intono al 1895, continuato poi nel 1915 e 1916”. Una questione all’ordine del giorno, spesso citata dai mass media è quella riguardante lo scontro di civiltà. “L’Islam contro l’occidente o l’Islam contro la cristianità sono dibattiti verso i quali nutro forte perplessità – afferma Melis – perché lo scontro che è avvenuto non ha visto religioni contro, bensì un’irruzione della modernità nella società”. Con i suoi articoli Dink ha sensibilizzato l’opinione pubblica sul caso armeno, conducendo battaglie in aiuto di tutte le minoranze esistenti nel suo Paese. Dink era un personaggio scomodo non solo verso l’autorità ma anche per alcune frange della gente armena: gettava luce su una popolazione timida e riservata, paurosa di crearsi ulteriori inimicizie e la cosiddetta “diaspora armena” non accettava le inchieste sulle questioni finanziarie dei gruppi degli armeni all’estero. L’ira del potere militare verso Dink si è però mostrata con tutta la sua forza dopo la pubblicazione sul settimanale Agos di alcuni documenti che dimostravano l’adozione di una bambina armena da parte di Mustafa Kemal Atatürk: il giornalista voleva sostenere la possibilità della convivenza pacifica del popolo turco. Le istituzioni non hanno agito affinché il suo brutale omicidio venisse evitato.