Etichettato: consiglio di sicurezza

Siria, perché l’Italia ha sostenuto la risoluzione bocciata da Russia e Cina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

NEW YORK, 1 MARZO – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha respinto martedì sera la risoluzione presentata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito sull’uso delle armi chimiche in Siria in seguito al voto contrario di Cina e Russia, membri permanenti dell’organo dell’Onu con diritto di veto. L’Italia, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dal primo gennaio, ha appoggiato la risoluzione, patrocinata da altri 42 Paesi.

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Il voto sulla risoluzione ha provocato il primo scontro politico tra l’America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. “Mosca e Pechino hanno preferito difendere i loro amici nel regime di Assad piuttosto che le esigenze della sicurezza globale”, ha tuonato la neo-ambasciatrice americana Nikki Haley. Intervenuto dopo l’esito del voto, anche l’ambasciatore italiano Sebastiano Cardi ha espresso rammarico per il risultato finale e per la mancata unità all’interno del Consiglio di sicurezza su questo tema. Cardi ha auspicato una ripresa immediata delle attività del JIM (Joint Investigative Mechanism),  lo strumento di indagini delle Nazioni Unite. La risoluzione, ha detto l’Ambasciatore, intendeva assicurare un seguito significativo al lavoro del JIM.

Il Permanent Representative italiano ha evidenziato tre ragioni principali per le quali l’Italia ha appoggiato l’iniziativa. La prima è la “storica posizione italiana sulla non-proliferazione, che dev’essere tenuta separata dalle altre questioni politiche”: “Condanniamo con forza – ha spiegato Cardi – l’uso di armi chimiche o di materiale tossico da parte degli Stati o altri attori. Oggi più che mai è necessario sostenere i valori e i principi dell’architettura del sistema di non-proliferazione, evitando il suo indebolimento, che incoraggerebbe l’utilizzo di armi chimiche”.

Cardi, argomentando il secondo punto, ha sottolineato il sostegno italiano al JIM e al suo staff. Il meccanismo congiunto di investigazione “è uno strumento essenziale che permette di attribuire le responsabilità a chi compie i feroci attacchi con le armi chimiche. Il JIM – ha proseguito l’Ambasciatore – attraverso i suoi rapporti ha svolto il compito richiesto dal Consiglio di Sicurezza, e la risoluzione è stata disposta per garantire un seguito significativo al lavoro del meccanismo congiunto di

La terza ragione per la quale l’Italia ha appoggiato l’iniziativa di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia è il senso di responsabilità: “Aver solamente identificato la parte responsabile degli attacchi – ha detto Cardi – non è sufficiente: ci devono essere conseguenze per coloro i quali hanno pianificato, ordinato ed eseguito gli attacchi”. “L’Italia – ha quindi concluso l’Ambasciatore – ha votato a favore della risoluzione in nome del principio di responsabilità di coloro che hanno perpetrato gli attacchi, e per riaffermare la nostra consolidata posizione a difesa dei principi e di condanna dell’uso di armi chimiche da parte di chiunque e in ogni circostanza”.

Sono stati 9 i Paesi ad aver appoggiato la risoluzione, mentre la Bolivia ha votato insieme a Russia e Cina, rigettando il testo proposto. Egitto, Etiopia e Kazakistan si sono astenuti.

Il 19 dicembre il Consiglio di Sicurezza aveva votato all’unanimità la risoluzione che chiedeva a tutte le parti in causa nel conflitto siriano l’immediato accesso da parte dello staff internazionale per il monitoraggio dell’evacuazione di Aleppo est. Il voto contrario sull’ultima risoluzione presentata in Consiglio di Sicurezza segue altre due recenti votazioni non approvate, avvenute il 5 e l’8 dicembre. Negli ultimi 5 anni la Russia ha posto il veto 7 volte, la Cina 6, alle risoluzioni riguardanti la questione siriana.

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Consiglio di Sicurezza, condanna per Israele

È la prima risoluzione da 8 anni che l’organo delle Nazioni Unite prende sulla questione Israele-Palestina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Con 14 voti a favore e l’astensione degli Stati Uniti, passa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione che chiede l’immediata fine della costruzione da parte di Israele di abitazioni nei Territori Palestinesi.

UN Photo/Manuel Elias

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’uscente Ban Ki-moon che dal 1° Gennaio verrà sostituito dal portoghese Antonio Guterres alla guida dell’organizzazione intergovernamentale, approva la decisione del Security Council, risoluzione che afferma – si legge nel comunicato rilasciato dall’Onu – “l’illegalità dell’occupazione dei Territori Palestinesi”, risalente dal 1967, costituendo una “flagrante violazione ” del diritto internazionale ed un “grosso ostacolo alla soluzione due-Stati, nonché alla pace giusta, duratura e completa”.

Immediate le reazioni dalle varie missioni presenti alle Nazioni Unite, nonché dai leader palestinesi e israeliani.

Riyad Mansour, Rappresentante Permanente dello Stato di Palestina all’Onu, ringrazia il Consiglio affermando l’importanza della decisione presa e ricordando i punti principali della risoluzione, tra i quali il ripristino dei confini decisi dalle Nazioni Unite il 4 Giugno 1967.

Dura la reazione israeliana.

Il Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele non rispetterà la decisione del Consiglio di Sicurezza.

Netanyahu, secondo il quale la risoluzione è “vergognosa”, ha richiamato per consultazioni gli Ambasciatori di Israele in Nuova Zelanda e Senegal, Paesi co-sponsor della resolution. Israele ha deciso di cancellare la visita del Ministro degli Esteri senegalese, e annullato il programma d’aiuto economico allo Stato africano.

Diverse le reazioni degli altri Stati membri dell’Onu.

Da più parti pare palese che la decisione statunitense, votata tramite la Permanent Representative Samantha Power, di far passare la risoluzione con l’astensione di Washington sia un attacco a Donald Trump dall’amministrazione uscente, un modo per mettere in difficoltà, da parte dei Democratici, il nuovo Presidente. Che comunque è tradizionalmente legato ad Israele: la sua reazione è più che esplicita.

Barack Obama ha avuto molteplici occasioni nelle quali avrebbe potuto riavviare il processo di pace e, sul fronte interno, diminuire i sovvenzionamenti economici per Israele. Ha fatto poco o nulla a riguardo.

Sicuramente il primo Presidente nero della Casa Bianca si è voluto togliere un sassolino dalla scarpa, una conferma dei rapporti non idilliaci con Netanyahu negli anni del suo mandato.

Italia al Consiglio di Sicurezza ONU: il racconto sui social

Twitter, Facebook e Instagram sono stati usati da Governi e delegazioni anche durante l’elezione dei 5 membri non permanenti del Security Council

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Un’avvincente votazione durata a lungo ha costretto i delegati dei Paesi membri delle Nazioni Unite agli straordinari per scegliere i 5 Stati non permanenti del Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017/2018. L’Italia e l’Olanda hanno sudato la vittoria: arrivati al pareggio 95-95 alla quinta votazione, le delegazioni hanno deciso, in una mossa unitaria per l’Unione Europea all’indomani della Brexit, di spartire il seggio con Roma che siederà nel primo anno e l’Aia nel secondo.

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Il Viceministro agli Affari Esteri ha commentato così la scelta sul suo profilo Facebook:

Digital Diplomacy all’opera

E’ la Gran Bretagna ad aprire le danze: prima del voto ha offerto al pubblico di Twitter una bella panoramica dell’Assemblea Generale che si preparava a scegliere i 5 Paesi.

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Consiglio di Sicurezza e Segretario Generale: novità in vista alle Nazioni Unite

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Il 2016 potrebbe essere un anno di svolta per le Nazioni Unite: per la prima volta nella storia sono altissime le chance di vedere una donna eletta a Segretario Generale e, come saltuariamente accade, si paventa un ennesimo tentativo di riforma del Consiglio di Sicurezza, ingessato dallo storico quintetto formato da Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia con diritto di veto e altri 10 Stati membri non permanenti eletti a rotazione ogni due anni.

Security Council meeting: Maintenance of international peace and security

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite

La candidatura italiana al Consiglio di Sicurezza

Il ruolo italiano può avere un peso nei meccanismi di rinnovo dell’ONU, essendo il nostro Paese candidato ad un seggio nel Consiglio di Sicurezza per il biennio 2017-2018, ed in prima linea nell’aiuto ai migranti e alla lotta contro gli scafisti che alimentano la crisi dei rifugiati, il recupero dei siti archeologici devastati dalla furia di Da’esh, la forte attenzione della nostra diplomazia verso il continente africano. Il 28 giugno l’Italia sfiderà due contendenti di peso, l’Olanda e la Svezia, Paesi molto attivi nello scacchiere internazionale e fortemente presenti nelle attività delle Nazioni Unite. Matteo Renzi lo sa bene: nelle ultime visite a New York in occasione della settantesima Assemblea Generale e per la firma degli Accordi sul Clima il Premier ha più volte ribadito l’importanza strategica italiana nelle sfide che la comunità internazionale deve affrontare. L’Italia è stata recentemente membro del Consiglio di Sicurezza, portando avanti la storica battaglia contro la pena di morte che ha permesso nel 2007 la votazione di una moratoria mondiale sulle esecuzioni capitali.

I punti chiave della candidatura

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Il logo della candidatura italiana al Consiglio di Sicurezza

Nel contesto geopolitico odierno Roma ha da parte sua il grande lavoro svolto dalla Marina Militare nel salvataggio di migliaia di migranti nel Mediterraneo, la proposta avvallata in sede UNESCO della creazione di un contingente di Blue Helmets per la salvaguardia del patrimonio artistico e culturale, l’appoggio degli Stati africani, culminato nella prima conferenza Italia-Africa organizzata dalla Farnesina nei giorni scorsi. Tanto si capirà tra oggi e domani, quando i Rappresentanti Permanenti degli Stati in lizza per i 5 seggi a disposizione – oltre ad Italia, Olanda e Svezia per l’Europa, Kazakistan e Thailandia per l’Asia, l’Etiopia per l’Africa e la Bolivia per l’America Latina – esporranno le proprie proposte programmatiche in un evento organizzato dalla World Federation of United Nations Associations nelle sale Trusteeship ed ECOSOC del Palazzo di Vetro. Sarà la prima storica occasione nella quale si capiranno le priorità dei candidati al seggio, dove verranno presentate le proposte di riforma del Consiglio di Sicurezza, organo che da tempo ha perso il ruolo di facilitatore della soluzione delle crisi internazionali. 

Una donna Segretario Generale?

Intanto va avanti la campagna elettorale per l’elezione del prossimo Segretario Generale: tra il 12 e il 14 aprile i candidati hanno risposto alle domande degli Stati membri, evento trasmesso in live streaming per permettere la massima trasparenza a livello mondiale sulle tematiche discusse. Morgens Lykketoft, Presidente dell’Assemblea Generale, ha spinto affinché la selezione per il prossimo UNSG avvenisse alla luce del sole. Quotatissime Helen Clark, ex Primo Ministro neozelandese, ora a capo dell’importante Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite, e la bulgara Irina Bokova, Direttore Generale dell’UNESCO. Altri nomi di peso: Vesna Pusić, la titolare degli Esteri croata, e Natalia Gherman, Primo Ministro della Moldavia. Da non sottovalutare, tuttavia, la candidatura di António Guterres, Alto Commissario dell’UNHCR per 10 anni fino allo scorso dicembre. Guterres è stato sostituito dall’italiano Filippo Grandi, nominato da Ban Ki-moon alll’apice della crisi dei rifugiati.

Nazioni Unite, l’Arabia Saudita rifiuta il seggio al Consiglio di Sicurezza

L'Arabia Saudita ha rifiutato il seggio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

L’Arabia Saudita ha rifiutato il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Clamorosa decisione dell’Arabia Saudita. Scelta come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Riyad, con una nota rilasciata dall’agenzia di stampa Spa, spiega la rinuncia al massimo organismo decisionale sostenendo la non funzionalità del Consiglio di Sicurezza, incapace, secondo la monarchia saudita, di saper prendere decisioni adeguate. In particolare, la nota lamenta la lentezza del Consiglio di Sicurezza nella gestione della crisi siriana, e soprattutto la mai risolta questione palestinese. Continua a leggere

Siria, consegnato il dossier a Ban Ki-moon: “Ci sono prove chiare ed evidenti dell’utilizzo di armi chimiche”. Ma da chi?

Ban Ki-moon. Foto: www.loccidentale.it

Ban Ki-moon. Foto: http://www.loccidentale.it

Dossier armi chimiche consegnato a Ban Ki Moon

di Matteo Meloni, da l’Occidentale del 17 Settembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Secondo gli ispettori Onu, all’alba del 21 agosto scorso in Siria, a Damasco, sono state usate armi chimiche. Il tanto atteso rapporto degli onusiani è finalmente giunto nelle mani di Ban Ki-moon. Il documento, consegnato al Segretario Generale dal capo degli ispettori Åke Sellström, recita che “ci sono prove chiare ed evidenti” dell’utilizzo del gas Sarin durante gli scontri del 21 agosto. Il gas, secondo il rapporto, è stato utilizzato nelle località di Ein Tarma, Moadamiyah, Zamalka e Ghouta, nei pressi di Damasco. Dopo giorni di apprensione, legati al paventato intervento unilaterale statunitense nel Paese, la defezione britannica seguita dal voto contrario a Westminster, e la presa di posizione di Putin giunta via lettera pubblicata sulle pagine del New York Times, la diplomazia internazionale potrà ora ragionare in maniera concertata sui passi da seguire nei confronti del governo di Bashar al-Assad. Il vertice Stati Uniti-Russia svolto a Ginevra alla presenza del Segretario di Stato John Kerry e del Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha individuato il percorso che Damasco dovrà seguire per scongiurare un intervento armato. Lavrov ha spiegato che si potrà stilare un calendario dei controlli sull’arsenale siriano solo dopo l’approvazione del documento preparato da Washington e Mosca da parte della OPCW, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. E Assad ha dichiarato che è pronto a sottoscrivere la Convenzione sulle armi chimiche. Se da un lato è giunta la prova inconfutabile dell’uso delle armi vietate, dall’altro, a seconda della lettura data dalle parti in gioco, rimane incerta la mano che ha concretamente usufruito del Sarin. Gli scenari possibili all’indomani della pubblicazione del documento delle Nazioni Unite, infatti, sono molteplici e affatto scontati, e una lentezza da parte di Assad nell’accettare i controlli sull’arsenale in suo possesso potrebbe essere letta da Obama come il tentativo di nascondere le armi in altri Paesi confinanti o vicini – Iraq o Iran –, mossa che irriterebbe Washington, spingendola all’attacco unilaterale. In seno al Consiglio di Sicurezza si creerebbe uno stallo già visto in numerose occasioni, con Russia e Cina che non accetterebbero l’intervento di una task force dei Caschi Blu. L’incertezza rimarrà la compagna di viaggio delle diplomazie, mentre al largo di Damasco sono già presenti diverse navi da guerra di Stati Uniti, Russia, Cina e l’italiana Andrea Doria.