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La riunione del Consiglio Nord Atlantico

Sul tavolo della NATO gli attacchi al confine turco e la nuova strategia di Ankara verso l’Isis

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Press Conference NATO Secretary General Jens Stoltenberg

Il Segretario Generale della NATO, Jensn Stoltenberg. Photo: http://www.nato.int

Oggi il Consiglio Nord Atlantico, composto dai 28 ambasciatori dei Paesi membri della NATO, si riunisce su richiesta dellaTurchia per discutere dei recenti attacchi subiti al confine con la Siria. Ankara manda avanti parallelamente due operazioni militari: contro i curdi del PKK, rei d’aver ucciso nel sonno due poliziotti nella citta di Adiyaman, e di aver causato l’esplosione di un gasdotto al confine tra Iran e Turchia, e contro lo Stato Islamico, all’indomani del sanguinoso attentato del 20 luglio nella citta di Suruç che ha portato alla morte di 30 persone. La Turchia si è appellata all’articolo 4 del Patto Atlantico, che prevede la consultazione degli altri membri nel caso in cui l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata.
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Michelangelo Guida, L’AK Parti tra islamismo e post islamismo

di Matteo Meloni

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Michelangelo Guida, docente di Sociologia alla Fatih University di Istanbul

Nei giorni scorsi si è tenuta a Cagliari una due giorni di conferenze sulla attuale situazione politica in Turchia. Sono stati ospiti dell’evento Michelangelo Guida e Mehmet Günenç, docenti della Fatih University di Ìstanbul, ateneo con il quale l’Università di Cagliari – e la facoltà di Scienze Politiche in particolare, sotto l’egida della Prof.ssa Baldussi e del Prof. Melis – ha instaurato un rapporto finalizzato alla crescita culturale degli studenti nell’ambito del programma Erasmus. Guida risiede in Turchia dagli anni del dottorato di ricerca: motivi di carattere didattico e sentimentale lo trattengono nella vecchia Costantinopoli. Professore Associato alla Fatih University presso il dipartimento di Scienze Politiche e della Pubblica Amministrazione, Guida racconta l’evoluzione della politica e della società turca dagli anni della Rivoluzione dei Giovani Turchi fino ai giorni nostri. “La Turchia vive una straordinaria fase storica, che la porta ad essere un Paese di riferimento per tutta l’area del vicino e medio oriente. Con la nascita della Turchia repubblicana – ricorda Guida – si vanno a creare due centri di potere: quello di Ankara, politico, e quello di Ìstanbul,
prettamente economico. Dal 1925 inizia il processo di laicizzazione, portato avanti dal regime Kemalista il quale assume una forma autoritaria, anche prendendo spunto dai fatti italiani”. Per numerosi anni la sfera religiosa viene tenuta lontana dalla politica, proprio a causa dello straordinario sforzo tramite il quale i militari hanno osteggiato ogni forma partitica basata sul credo, nella fattispecie musulmano. “Dopo la seconda guerra mondiale – continua Guida – si intraprende
un processo di liberalizzazione del sistema partitico che porterà al multipartitismo: oltre ad un graduale ritorno dei simboli religiosi, si vanno a creare formazioni partitiche musulmane, ci sarà un rinnovo del sistema politico e i nuovi partiti religiosi assumeranno sempre più le caratteristiche della nuova modernità. Tra i precursori della nuova religiosità nell’ambito politico ricordiamo Erbakan: egli riuscirà ad amalgamare varie visioni dell’Islam nella versione partitica, giungendo al 1969 ad essere eletto nel parlamento come Indipendente. Egli capì – aggiunge Guida – che per poter essere ascoltati da una pluralità di cittadini fosse necessario portare avanti rivendicazioni di carattere generale: identità nazionale senza abbandonare la religiosità musulmana, critica verso le èlite economiche di Ìstanbul e comprensione verso le rivendicazioni delle altre realtà, maggiore apertura verso il resto dei bisogni del Paese”. Il movimento di Erbakan non cambia idee e contenuti fino al 1997: fortemente antieuropeo e antiamericano; statalista; portato a favorire la periferia rispetto al centro. Dopo il successo elettorale del 1995 Erbakan sostanzialmente verrà defenestrato dalla guida del Governo. “I militari imposero al Premier una riforma del sistema di istruzione in senso laico: non potendola accettare, egli si dimise. L’aneddoto importante sta nel fatto che ogni qualvolta i militari impongono una loro politica e consegnano in maniera formale al Premier la loro decisione in un documento, in quel momento il palazzo nel quale risiede il Governo viene sorvolato da un aereo dell’aeronautica: questo è un modo per ribadire ulteriormente la loro forza sul sistema”. La svolta arriverà con la nuova formazione politica di Erdoğan. “L’attuale Premier svolse una rivoluzione nel movimento musulmano nel quale militava. Prima divenne sindaco di Ìstanbul, avvenimento che lo porterà alla ribalta della politica nazionale per tutti gli interventi di miglioramento della città (dalle strade all’illuminazione, ai parchi), poi fondò l’AK Parti (sigla AKP): nel 2002, con la nuova formazione, vince le elezioni con una maggioranza parlamentare ampissima”. Come giudicare il nuovo partito? “In italiano – spiega Guida – se dicessi “islamista” farei, secondo i puristi della materia, un errore in quanto con tale parola si definisce lo studioso dell’Islam; in inglese non esiste questo problema perché la parola “islamist” indica un movimento
intellettuale su basi musulmane. E’ questo che è l’AKP: la politica del partito è estesa a tutto il Paese e all’interno del movimento sono presenti personalità di tutte gli ambiti sociali”. Avvengono, però, dei cambiamenti nelle strategie di politica estera. “I nuovi eventi economici – afferma Guida – portano la nomenclatura turca ad attuare una strategia diversa dal passato: meno vicina ai Paesi occidentali e più rivolta verso est. La Cina, la Russia, i Paesi del Golfo e gli Stati ex satellite
dell’URSS sono i nuovi obiettivi di investimento della Turchia: il normale pragmatismo di una Nazione – conclude Guida – che pensa all’evoluzione del suo Popolo”.

La Turchia oggi tra nazionalismo, genocidi negati e democratizzazione

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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La sala consiliare di Palazzo Regio, Cagliari

A quattro anni di distanza dall’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink, fondatore e direttore della rivista settimanale Agos pubblicata in lingua turca e armena, il Dipartimento Storico Politico Internazionale dell’Età Moderna e Contemporanea della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari ha organizzato una giornata di studi dal titolo “La Turchia oggi tra nazionalismo, genocidi negati e democratizzazione”. Nell’Aula Consiliare della Provincia, sita al Palazzo Regio, sono intervenuti Nicola Melis, docente di storia e istituzioni del Vicino Oriente, Aide Esu, docente di sociologia politica e Rakel Dink, moglie del giornalista ucciso il 19 gennaio 2007. Al funerale di Dink hanno partecipato 200 mila cittadini, a dimostrazione di una volontà del popolo turco di superare ogni avversità sulla questione armena che sembra ancora scuotere le alte sfere del potere in Turchia. “Il genocidio armeno – ricorda Aide Esu – è il primo avvenuto nel 1900: una violenza totale e di massa che vede altri esempi nello sterminio degli ebrei e nell’ultimo genocidio del XX secolo, quello ruandese. Dalle guerre mondiali in poi il concetto della violenza cambia in maniera sostanziale: chi uccide non ha più paura del nemico, i campi di battaglia diventano i mercati, i caffè, le strade dei centri abitati; nascono le politiche dell’odio organizzato, il nazionalismo moderno e i nuovi Stati post guerra. Con la modernità – continua la sociologa – vengono immessi nelle società idee come quelle della razza, che tendono ad escludere quei gruppi sociali ritenuti diversi, ma anche principi quali i diritti umani, alla base dell’ordine internazionale”. Nicola Melis ricorda come la Turchia, in quanto Nazione, sia nata recentemente, un’invenzione statuale concretizzatasi poi nei primi del 1900. “Si sottolineano spesso le contraddizioni che hanno portato alla formazione dell’Italia, di cui quest’anno si festeggia il 150° dell’unità, dimenticandoci che in quanto Paese l’Italia si postulava già nel medioevo. La Turchia di Kemal – sostiene Melis – compie una cesura col passato ottomano basandosi sulla modernizzazione e cogliendo numerosi elementi dell’occidente, detestandone però l’imperialismo. Nei suoi 87 anni di storia la Turchia ha mostrato diversi paradossi multiculturali, accogliendo alcune forme di modernità ma cadendo nell’errore della cancellazione del caso armeno, iniziato con i massacri della popolazione in epoca pre-nazionalista intono al 1895, continuato poi nel 1915 e 1916”. Una questione all’ordine del giorno, spesso citata dai mass media è quella riguardante lo scontro di civiltà. “L’Islam contro l’occidente o l’Islam contro la cristianità sono dibattiti verso i quali nutro forte perplessità – afferma Melis – perché lo scontro che è avvenuto non ha visto religioni contro, bensì un’irruzione della modernità nella società”. Con i suoi articoli Dink ha sensibilizzato l’opinione pubblica sul caso armeno, conducendo battaglie in aiuto di tutte le minoranze esistenti nel suo Paese. Dink era un personaggio scomodo non solo verso l’autorità ma anche per alcune frange della gente armena: gettava luce su una popolazione timida e riservata, paurosa di crearsi ulteriori inimicizie e la cosiddetta “diaspora armena” non accettava le inchieste sulle questioni finanziarie dei gruppi degli armeni all’estero. L’ira del potere militare verso Dink si è però mostrata con tutta la sua forza dopo la pubblicazione sul settimanale Agos di alcuni documenti che dimostravano l’adozione di una bambina armena da parte di Mustafa Kemal Atatürk: il giornalista voleva sostenere la possibilità della convivenza pacifica del popolo turco. Le istituzioni non hanno agito affinché il suo brutale omicidio si potesse evitare.