Etichettato: erdogan

La riunione del Consiglio Nord Atlantico

Sul tavolo della NATO gli attacchi al confine turco e la nuova strategia di Ankara verso l’Isis

di Matteo Meloni

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Press Conference NATO Secretary General Jens Stoltenberg

Il Segretario Generale della NATO, Jensn Stoltenberg. Photo: http://www.nato.int

Oggi il Consiglio Nord Atlantico, composto dai 28 ambasciatori dei Paesi membri della NATO, si riunisce su richiesta dellaTurchia per discutere dei recenti attacchi subiti al confine con la Siria. Ankara manda avanti parallelamente due operazioni militari: contro i curdi del PKK, rei d’aver ucciso nel sonno due poliziotti nella citta di Adiyaman, e di aver causato l’esplosione di un gasdotto al confine tra Iran e Turchia, e contro lo Stato Islamico, all’indomani del sanguinoso attentato del 20 luglio nella citta di Suruç che ha portato alla morte di 30 persone. La Turchia si è appellata all’articolo 4 del Patto Atlantico, che prevede la consultazione degli altri membri nel caso in cui l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata.
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Islam e immigrazione, uno studio dimostra quanto la distorsione mediatica incide sulla percezione dei cittadini

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

L’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 ha segnato un punto di svolta nel rapporto tra il mondo occidentale e quello musulmano, incrinando inesorabilmente la percezione dei cittadini – soprattutto europei – verso la fede islamica. La guerra al terrorismo di matrice musulmana portata avanti contro il regime talebano prima, e dalla Coalition of the Willing poi – coalizione composta, tra i tanti, da Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Paesi Bassi, Spagna, Turchia – ha permesso ai media internazionali e nazionali di concentrare il maggior flusso di notizie sul mondo islamico, evidenziandone prettamente le negatività. Una generale sensazione di paura si è diffusa nell’opinione pubblica mondiale, cresciuta con le varie azioni violente condotte da Al Qaeda con gli attentati di Madrid nel 2004, Londra nel 2005, e, più recentemente, da alcuni membri dello Stato Islamico alla redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo.
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Turchia, in Parlamento il primo discorso col velo di una deputata

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Canan Candemir Çelik, AKP. Foto: Today’s Zaman, Mustafa Kirazlı

di Matteo Meloni

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Era il 1999 quando la deputata del Partito della Virtù Merve Kavakçı fu espulsa dal Parlamento turco perché entrò nel palazzo legislativo con il velo sulla testa. Da allora la Turchia ha sperimentato numerosi cambiamenti nella scena politica, ma il pacchetto di riforme varato dall’AKP di Erdoğan nei mesi scorsi ha impresso la modifica più incisiva sui costumi, storicamente laici, della infrastruttura istituzionale del Paese. Giovedì 12 dicembre la deputata del partito di governo Canan Candemir Çelik è intervenuta nella sessione dedicata al bilancio del ministero dei trasporti e del lavoro, parlando con il velo sulla testa, evento unico negli 83 anni di storia del parlamento turco. Candemir Çelik si unisce, così, alle deputate dell’AKP Sevde Bayazıt Kaçar, Gülay Samancı, Nurcan Dalbudak and Gönül Bekin Şahkulubey le quali hanno dichiarato che utilizzeranno  il velo nelle sessioni parlamentari. L’ampio pacchetto di riforme varato dal Partito Giustizia e Sviluppo interviene sulla legge elettorale, sulla concessione di maggiori diritti alle minoranze e sulla libertà dei costumi sul posto di lavoro, salvo alcune eccezioni per militari e polizia. È stata modificata una legge del codice penale che impediva forme religiose personali, divenendo reato vietare sia le preghiere sul posto di lavoro che l’uso del velo per le donne. Inoltre i dipendenti degli uffici pubblici potranno utilizzare i jeans, e, per gli uomini, avere la barba.

Il tunnel sotto il Bosforo: quale futuro per Istanbul?

İstanbul: in lontananza, la New Mosque. Foto: Matteo Meloni.

İstanbul: in lontananza, la New Mosque. Foto: Matteo Meloni.

di Matteo Meloni

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Nel 1829 l’avanzata della cavalleria russa dello Zar Nicola si fermò a sole quaranta miglia dalla conquista di Costantinopoli. Egli decise di non far proseguire il proprio esercito alla vittoria sull’allora capitale dell’Impero Ottomano perché le conseguenze geopolitiche sarebbero state imprevedibili. All’epoca era in ballo l’equilibrio del cosiddetto Grande Gioco che si svolgeva nel centro Asia, con la Russia zarista e la Gran Bretagna colonizzatrice che si contendevano, con alterne fortune, il potere nell’area, e la Via della Seta ambita per potersi inserire nei mercati orientali. Un secolo dopo, l’Impero Ottomano e quello della Russia zarista scomparvero, così come finì, poi, il giogo britannico, e di tutte le altre potenze, sulle colonie.

Primus inter pares

Costantinopoli, ora Istanbul, non è la capitale della nuova Turchia, ma gioca ancora il ruolo di primus inter pares tra tutte le città della Repubblica. Il Paese, guidato dall’Akp dal 2001, è incardinato in una zona geografica cruciale, e Erdogan, coadiuvato dal ministro degli Esteri Davutoglu, è stato apparentemente capace di cogliere e raccogliere la sfida verso la quale la Turchia andava incontro: essere all’altezza del ruolo di Nazione leader della propria area, e accogliere le richieste di cambiamento provenienti dalla sua popolazione. Il 29 ottobre 2013 è stato un giorno importante per la storia recente della Repubblica di Turchia: in sole 24 ore i turchi hanno assistito all’inaugurazione del tunnel sotto il Bosforo, che collegherà la parte europea ed asiatica della città, alla sottoscrizione di un accordo col Giappone per la costruzione di una seconda centrale nucleare nel Paese, e festeggiato i novant’anni della Repubblica. Per il ministro dei trasporti Yıldırım il tunnel, ribattezzato Marmaray, «È la struttura più resistente di İstanbul, e solo un terremoto di nove gradi della scala Richter potrebbe causare un riversamento di acqua al suo interno. Siamo preparati ad un simile disastro: in tal caso, le porte del tunnel si chiuderebbero automaticamente, evitando così l’allagamento». La stampa ha parlato di Via della Seta 2.0, e il Governo enfatizzato il fatto che questo sarà il primo collegamento ferroviario – de facto – tra la Cina e l’Europa occidentale. Continua a leggere

“Dopo Gezi Park la Turchia prova a cambiare”: intervista a Michelangelo Guida

Michelangelo Guida, docente presso la “29 Mayıs Üniversitesi” di İstanbul

Michelangelo Guida, docente presso la “29 Mayıs Üniversitesi” di İstanbul

Michelangelo Guida spiega le riforme varate dal governo dell’AKP

di Matteo Meloni, da Il Portico di domenica 20 ottobre 2013

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Michelangelo Guida, docente presso la “29 Mayıs Üniversitesi” di İstanbul, spiega ai lettori de Il Portico in cosa consiste il pacchetto di riforme recentemente varato dal governo Erdoğan.
Cosa ha spinto il governo a varare tali riforme?
In questi ultimi mesi il governo si trovava in una fase di stagnazione, di naturale stanchezza da undici anni di governo. A questo sono seguite le proteste di Gezi Park e il processo di pace nel sud est dell’Anatolia. Inoltre, a breve ci saranno diversi appuntamenti elettorali, e l’AKP si trova a rinnovare la sua strategia per vincere le elezioni. In particolare, per le elezioni locali, dovrà presentare dei volti nuovi se vorrà sfondare come nelle precedenti occasioni: negli ultimi dieci anni è andata molto bene, ma sarà difficile presentare qualcosa di nuovo.
Come si articola il pacchetto di riforme?
Anzitutto, bisogna spiegare che alla prima tranche di riforme se ne aggiungeranno altre. In questa prima fase, si punta a modificare la legge elettorale e dei partiti. Sul tavolo ci sono tre proposte: la prima, mantenere la legge corrente; la seconda, cambiare la legislazione attuale, abbassando la quota di sbarramento dal 10 al 5%; la terza, preferita da Erdoğan, proporre un sistema maggioritario a circoscrizione unica. Un importante aspetto delle riforme è quello relativo al finanziamento pubblico ai partiti: in passato si riconosceva il diritto al finanziamento solo ai partiti che superavano il 7%, ora basterà il 3%, così da permettere al partito curdo e a quelli più piccoli di ottenere il finanziamento.
Esiste, quindi, un problema di pluralità nella rappresentanza?
La pluralità già esiste, ma il finanziamento è garantito solo ai grandi partiti. La normativa è complessa: un partito, per avere il finanziamento, deve essere rappresentato in più della metà delle regioni turche, quindi una nuova formazione politica o una con piccola rappresentanza ha da affrontare spese enormi. Riducendo il peso per tali partiti, essi potranno giocare un ruolo maggiore alle elezioni.
Verranno concessi maggiori diritti alle minoranze?
Le riforme prevedono l’abolizione della pena per l’uso delle lettere q, w, x, lettere usate nell’alfabeto curdo-turco che però erano vietate: non facendo parte dell’alfabeto turco-latino, non si potevano usare nemmeno in quello curdo. Il loro utilizzo era permesso solo per parlare in altre lingue straniere. Questa decisione ha un forte valore simbolico. Nelle scuole private è permesso l’uso di altre lingue, e da ora in poi si potrà usare il curdo per le materie classiche come la matematica e la geografia. I villaggi, inoltre, potranno chiedere di utilizzare i toponimi originali: tra gli anni ’30 e gli anni ’80 il governo cambiò, infatti, i nomi dei villaggi curdi. Tra gli altri aspetti delle riforme, è stato abolito il giuramento di fedeltà al quale erano obbligati gli studenti, nel quale si affermava che la loro assistenza veniva dedicata all’esistenza della nazione turca. In alcuni ambienti, l’abolizione del giuramento ha creato grosse polemiche.
Ci spiega la questione della possibilità di utilizzo del velo negli uffici pubblici?
Questo aspetto ha scaturito la curiosità più dei media occidentali che a livello locale. Sostanzialmente è stata abolita la proibizione – e la restrizione sull’abbigliamento – dell’uso del velo, salvo per le lavoratrici del ministero della difesa, per le donne che lavorano nella polizia e nella magistratura. È stata modificata una legge del codice penale che impediva forme religiose personali, così se ad una persona verrà impedita la possibilità di fare la preghiera sul posto di lavoro, ciò diventa reato. Se una donna porta il velo e il datore di lavoro impone punizioni per il suo uso, anche questo diventa reato. In realtà già da marzo tali obblighi erano stati aboliti quasi ovunque dopo che un sindacato vicino all’AKP, con una prova di forza, chiedeva ai propri iscritti di ignorare questa regola. Ci sono già dipendenti degli uffici pubblici che vanno a lavoro col velo, con i jeans, con la barba. Ormai è un fatto già acquisito.

Siria, la rete degli interessi dietro l’idea del conflitto

La crisi in Sria. Nella foto: manifestanti anti Assad. Foto: www.formiche.net

La crisi in Sria. Nella foto: manifesto anti Assad. Foto: http://www.formiche.net

Cosa si nasconde all’ombra delle forti superpotenze

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“L’ordine di attacco è pronto, ma chiederò al Congresso il via libera”. Le parole di Obama, pronunciate durante la conferenza stampa attesa da ore e seguita in tutto il mondo svoltasi nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, segnano un punto fermo nell’eventuale attacco alla Siria. Dopo aver perso definitivamente l’appoggio dello storico alleato britannico – la Camera dei Comuni ha infatti votato contro l’attacco, infliggendo un duro colpo alla maggioranza conservatrice-liberale guidata da Cameron – il Presidente statunitense, nonostante le prerogative costituzionali gli diano il potere di intraprendere un’azione militare senza il voto del Congresso, ha preferito delegare alle istituzioni la scelta sulla guerra a Bashar al-Assad. Che gli Stati Uniti fossero pronti all’intervento si era già inteso dalla dichiarazione del 26 agosto del Segretario di Stato, John Kerry:  “L’uso delle armi chimiche, come il tentativo di coprirne il ricorso, offende tutta l’umanità, e il presidente Barack Obama ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne”. Frasi propedeutiche a quelle di Obama. Il presidente siriano è accusato di aver consentito all’esercito l’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile in corso nel Paese dal 2011. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono alla ricerca delle prove che possano sancire il reale utilizzo delle armi chimiche, chiedendo una proroga nelle indagini per poterne accertare l’uso. In passato le ispezioni dell’Onu si rivelarono inefficaci – nonostante non furono riscontrate irregolarità – perché non bastarono per fermare la guerra intrapresa dagli Stati Uniti, con una coalizione di Paesi tra i quali l’Italia, contro l’Iraq governato, allora, da Saddam Hussein, accusato di aver utilizzato armi chimiche contro la popolazione curda residente nel Paese, e di essere in possesso di armi di distruzioni di massa. La situazione del vicino e medio oriente rimane, senza soluzione di continuità, incandescente: con l’Egitto in piena crisi d’identità e la questione israelo-palestinese al palo, un nuovo intervento occidentale nell’area potrebbe scatenare un conflitto regionale. L’Iran – che ha recentemente visto trionfare alle elezioni la parte politica avversa ad Ahmadinejad – ha  già avvisato che il pericolo d’instabilità è reale, e sembra delinearsi una nuova divisione in blocchi tra le principali forze in campo come ai tempi della Guerra Fredda, con la Russia nettamente contraria ad una azione militare. La Siria confina a nord con la Turchia, Paese con il quale sembrava aver appianato le divergenze dopo la sottoscrizione di alcuni accordi di carattere commerciale, ma con lo scoppio della guerra civile i rapporti si incrinarono, in quanto Ankara ha dovuto accogliere in questi anni un numero elevato di profughi, e gestire gli scontri armati al confine. La Turchia ha accusato più volte Damasco di voler provocare un conflitto, e la NATO è più volte intervenuta a riguardo, garantendo il suo appoggio all’alleato turco. A questa lettura della crisi vanno aggiunti gli interessi di carattere economico, che hanno ripercussioni in senso geopolitico e strategico: l’Iran, l’Iraq e la Siria hanno recentemente firmato un accordo per la costruzione di un gasdotto che porterebbe il combustibile sulla costa mediterranea; tale accordo è ostacolato dagli Stati Uniti, preoccupati che l’Iran, in questo modo, guadagnerebbe terreno sotto l‘aspetto commerciale e, così, spingendo ulteriormente la ricerca del programma nucleare, ostacolato da Washington. Tra gli alleati europei degli Stati Uniti, la Francia di Hollande pare orientata ad un supporto all’azione militare, mentre l’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Bonino, si è defilata dal possibile attacco. Ad oggi la guerra civile siriana conta un numero di morti che si aggira intorno ai centomila.

Michelangelo Guida, L’AK Parti tra islamismo e post islamismo

di Matteo Meloni

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Michelangelo Guida, docente di Sociologia alla Fatih University di Istanbul

Nei giorni scorsi si è tenuta a Cagliari una due giorni di conferenze sulla attuale situazione politica in Turchia. Sono stati ospiti dell’evento Michelangelo Guida e Mehmet Günenç, docenti della Fatih University di Ìstanbul, ateneo con il quale l’Università di Cagliari – e la facoltà di Scienze Politiche in particolare, sotto l’egida della Prof.ssa Baldussi e del Prof. Melis – ha instaurato un rapporto finalizzato alla crescita culturale degli studenti nell’ambito del programma Erasmus. Guida risiede in Turchia dagli anni del dottorato di ricerca: motivi di carattere didattico e sentimentale lo trattengono nella vecchia Costantinopoli. Professore Associato alla Fatih University presso il dipartimento di Scienze Politiche e della Pubblica Amministrazione, Guida racconta l’evoluzione della politica e della società turca dagli anni della Rivoluzione dei Giovani Turchi fino ai giorni nostri. “La Turchia vive una straordinaria fase storica, che la porta ad essere un Paese di riferimento per tutta l’area del vicino e medio oriente. Con la nascita della Turchia repubblicana – ricorda Guida – si vanno a creare due centri di potere: quello di Ankara, politico, e quello di Ìstanbul,
prettamente economico. Dal 1925 inizia il processo di laicizzazione, portato avanti dal regime Kemalista il quale assume una forma autoritaria, anche prendendo spunto dai fatti italiani”. Per numerosi anni la sfera religiosa viene tenuta lontana dalla politica, proprio a causa dello straordinario sforzo tramite il quale i militari hanno osteggiato ogni forma partitica basata sul credo, nella fattispecie musulmano. “Dopo la seconda guerra mondiale – continua Guida – si intraprende
un processo di liberalizzazione del sistema partitico che porterà al multipartitismo: oltre ad un graduale ritorno dei simboli religiosi, si vanno a creare formazioni partitiche musulmane, ci sarà un rinnovo del sistema politico e i nuovi partiti religiosi assumeranno sempre più le caratteristiche della nuova modernità. Tra i precursori della nuova religiosità nell’ambito politico ricordiamo Erbakan: egli riuscirà ad amalgamare varie visioni dell’Islam nella versione partitica, giungendo al 1969 ad essere eletto nel parlamento come Indipendente. Egli capì – aggiunge Guida – che per poter essere ascoltati da una pluralità di cittadini fosse necessario portare avanti rivendicazioni di carattere generale: identità nazionale senza abbandonare la religiosità musulmana, critica verso le èlite economiche di Ìstanbul e comprensione verso le rivendicazioni delle altre realtà, maggiore apertura verso il resto dei bisogni del Paese”. Il movimento di Erbakan non cambia idee e contenuti fino al 1997: fortemente antieuropeo e antiamericano; statalista; portato a favorire la periferia rispetto al centro. Dopo il successo elettorale del 1995 Erbakan sostanzialmente verrà defenestrato dalla guida del Governo. “I militari imposero al Premier una riforma del sistema di istruzione in senso laico: non potendola accettare, egli si dimise. L’aneddoto importante sta nel fatto che ogni qualvolta i militari impongono una loro politica e consegnano in maniera formale al Premier la loro decisione in un documento, in quel momento il palazzo nel quale risiede il Governo viene sorvolato da un aereo dell’aeronautica: questo è un modo per ribadire ulteriormente la loro forza sul sistema”. La svolta arriverà con la nuova formazione politica di Erdoğan. “L’attuale Premier svolse una rivoluzione nel movimento musulmano nel quale militava. Prima divenne sindaco di Ìstanbul, avvenimento che lo porterà alla ribalta della politica nazionale per tutti gli interventi di miglioramento della città (dalle strade all’illuminazione, ai parchi), poi fondò l’AK Parti (sigla AKP): nel 2002, con la nuova formazione, vince le elezioni con una maggioranza parlamentare ampissima”. Come giudicare il nuovo partito? “In italiano – spiega Guida – se dicessi “islamista” farei, secondo i puristi della materia, un errore in quanto con tale parola si definisce lo studioso dell’Islam; in inglese non esiste questo problema perché la parola “islamist” indica un movimento
intellettuale su basi musulmane. E’ questo che è l’AKP: la politica del partito è estesa a tutto il Paese e all’interno del movimento sono presenti personalità di tutte gli ambiti sociali”. Avvengono, però, dei cambiamenti nelle strategie di politica estera. “I nuovi eventi economici – afferma Guida – portano la nomenclatura turca ad attuare una strategia diversa dal passato: meno vicina ai Paesi occidentali e più rivolta verso est. La Cina, la Russia, i Paesi del Golfo e gli Stati ex satellite
dell’URSS sono i nuovi obiettivi di investimento della Turchia: il normale pragmatismo di una Nazione – conclude Guida – che pensa all’evoluzione del suo Popolo”.

Turchia: il cammino di un Paese verso la democrazia

Scienze politiche: dibattito sulla questione armena

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Un’immagine di profughi armeni deportati dall’Impero Ottomano

di Matteo Meloni, da Il Portico del 23 gennaio 2011

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A quattro anni di distanza dall’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink, fondatore e direttore della rivista settimanale Agos pubblicata in lingua turca e armena, il Dipartimento Storico Politico Internazionale dell’Età Moderna e Contemporanea della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari ha organizzato una giornata di studi dal titolo “La Turchia oggi tra nazionalismo, genocidi negati e democratizzazione”. Nell’Aula Consiliare della Provincia, sita al Palazzo Regio, sono intervenuti Nicola Melis, docente di storia e istituzioni del Vicino Oriente, Aide Esu, docente di sociologia politica e Rakel Dink, moglie del giornalista ucciso il 19 gennaio 2007. Al funerale di Dink hanno partecipato 200mila cittadini, a dimostrazione di una volontà del popolo turco di superare ogni avversità sulla questione armena che sembra ancora scuotere le alte sfere del potere in Turchia. “Il genocidio armeno – ricorda Aide Esu – è il primo avvenuto nel 1900: una violenza totale e di massa che vede altri esempi nello sterminio degli ebrei e nell’ultimo genocidio del XX secolo, quello ruandese. Dalle guerre mondiali in poi il concetto della violenza cambia in maniera sostanziale: chi uccide non ha più paura del nemico, i campi di battaglia diventano i mercati, i caffè, le strade dei centri abitati; nascono le politiche dell’odio organizzato, il nazionalismo moderno e i nuovi Stati post guerra. Con la modernità – continua la sociologa – vengono immessi nelle società idee come quelle della razza, che tendono ad escludere quei gruppi sociali ritenuti diversi, ma anche principi quali i diritti umani, alla base dell’ordine internazionale”. Nicola Melis ricorda come la Turchia, in quanto Nazione, sia nata recentemente, un’invenzione statuale concretizzatasi poi nei primi del 1900. “Si sottolineano spesso le contraddizioni che hanno portato alla formazione dell’Italia, di cui quest’anno si festeggia il 150° dell’unità, dimenticandoci che in quanto Paese l’Italia si postulava già nel Medioevo. La Turchia di Kemal – sostiene Melis – compie una cesura col passato ottomano basandosi sulla modernizzazione e cogliendo numerosi elementi dell’Occidente, detestandone però l’imperialismo. Nei suoi 87 anni di storia la Turchia ha mostrato diversi paradossi multiculturali, accogliendo alcune forme di modernità ma cadendo nell’errore della cancellazione del caso armeno, iniziato con i massacri della popolazione in epoca prenazionalista intono al 1895, continuato poi nel 1915 e 1916”. Una questione all’ordine del giorno, spesso citata dai mass media è quella riguardante lo scontro di civiltà. “L’Islam contro l’occidente o l’Islam contro la cristianità sono dibattiti verso i quali nutro forte perplessità – afferma Melis – perché lo scontro che è avvenuto non ha visto religioni contro, bensì un’irruzione della modernità nella società”. Con i suoi articoli Dink ha sensibilizzato l’opinione pubblica sul caso armeno, conducendo battaglie in aiuto di tutte le minoranze esistenti nel suo Paese. Dink era un personaggio scomodo non solo verso l’autorità ma anche per alcune frange della gente armena: gettava luce su una popolazione timida e riservata, paurosa di crearsi ulteriori inimicizie e la cosiddetta “diaspora armena” non accettava le inchieste sulle questioni finanziarie dei gruppi degli armeni all’estero. L’ira del potere militare verso Dink si è però mostrata con tutta la sua forza dopo la pubblicazione sul settimanale Agos di alcuni documenti che dimostravano l’adozione di una bambina armena da parte di Mustafa Kemal Atatürk: il giornalista voleva sostenere la possibilità della convivenza pacifica del popolo turco. Le istituzioni non hanno agito affinché il suo brutale omicidio venisse evitato.

Turchia: intervista a Rakel Dink, moglie del giornalista armeno Hrant Dink assassinato nel gennaio del 2007

“Nessuno potrà restituire mio marito ai nostri figli, ma la Turchia può ancora vincere la sua battaglia”

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Hrant Dink, il giornalista turco d’origine armena ucciso nel gennaio 2007

di Matteo Meloni, da Il Portico del 23 gennaio 2011

Twitter: @melonimatteo

Rakel Dink, moglie del giornalista assassinato nel gennaio del 2007, prosegue la lotta ideale del marito portando a conoscenza dell’opinione pubblica mondiale la causa della popolazione armena attraverso la International Hrant Dink Foundation.

Lei e suo marito avete avuto un’infanzia non facile a causa dei fatti che hanno colpito la popolazione armena.

Posso dire che la vita mia e di mio marito è la storia di 100 anni di Turchia. Sono nata nella parte orientale dell’Anatolia e dopo gli eventi vissuti dalla popolazione armena, nel mio territorio d’origine non erano rimaste né scuole né infrastrutture, dovendo così andare a vivere ad Istanbul. Mio marito, rimasto orfano, è cresciuto in un orfanotrofio dove ha potuto studiare anzitutto la lingua turca. E’ grazie alla Chiesa armena se io e mio marito abbiamo imparato la nostra lingua d’origine: ormai era in disuso il suo utilizzo, quasi come se fosse stata messa al bando o come se si avesse paura nel parlarla. L’essere cresciuto senza genitori ha influenzato inesorabilmente l’animo di Hrant, permettendogli di acquisire un senso della fratellanza non comune a tutti. Ci siamo sposati nel 1977 e abbiamo avuto tre figli; per lungo periodo l’armeno, inteso come persona discendente di tale comunità, è stato sbeffeggiato e ridicolizzato finché nel 1996 iniziarono a nascere i primi movimenti politici che dettero voce alla nostra comunità. Nonostante alcune rassicurazioni governative la nostra vita risulta essere ancora difficile e di fatto la vicenda del 1915 non è finita. Non si vive di sole parole ma anche di fatti che, purtroppo, non giungono dalle istituzioni: la comunità armena continua a vivere una fase di incertezza e la Chiesa armena è continuamente sbeffeggiata dalle autorità.

La svolta arriva con la nascita del settimanale Agos.

Tutte le problematiche vissute dalla popolazione armena hanno spinto Hrant alla fondazione del settimanale, pubblicato in lingua turca ed armena con il preciso scopo di promuovere i disagi della nostra etnia, cercando di rapportarci senza paura e con spirito costruttivo con la popolazione turca ed in particolare verso le autorità. Gli argomenti del giornale non avevano l’obiettivo di discutere del genocidio perpetrato verso il popolo armeno cercando colpevoli da incriminare ma il solo scopo di alimentare un dibattito democratico capace di incanalare le diverse tesi verso una discussione che potesse semmai contribuire alla pacificazione dei movimenti sociali. Nel 2004 Hrant ha avuto tra le mani un documento ufficiale clamorosamente importante, perché avrebbe potuto cambiare la visione della storia recente del nostro Paese. Il documento dimostrava che Mustafa Kemal ha adottato una bambina armena: nell’idea di mio marito questo era un fatto apprezzabile che aveva il solo significato di dimostrare che una convivenza pacifica poteva realizzarsi, senza doverci differenziare in base all’etnia originaria. Hrant fu minacciato dal Capo di Stato Maggiore dell’esercito, sentendosi accusato di essere un destabilizzatore e fu letteralmente lasciato solo, senza possibilità di protezione. Il suo assassinio è causato anche dall’abbandono delle istituzioni che, invece di proteggerlo, hanno preso le distanze in ogni modo dalla questione.

Avete mai pensato di andare via dalla Turchia quando suo marito era ancora vivo? Perché oggi continua a viverci?

Si, ci abbiamo pensato tante volte giungendo sistematicamente alla conclusione che se avessero voluto farci del male lo avrebbero potuto fare dappertutto. La tragica morte di mio marito non fa altro che radicarci ancora di più nel nostro Paese. I miei figli credono che essendo in Turchia il luogo nel quale riposa loro padre è giusto rimanerci, perché lasciare il Paese significherebbe lasciare Hrant una seconda volta. Nessuno potrà mai restituire Hrant ai figli e nessuno mi ridarà mio marito: forse noi abbiamo perso. Ma la Turchia può ancora vincere questa battaglia. Tutte le istituzioni, dal governo all’esercito e i tribunali fanno di tutto perché la verità sull’assassinio di Hrant venga nascosta. Resto convinta che la morte di mio marito fonda le sue basi nel genocidio del 1915.

La Turchia oggi tra nazionalismo, genocidi negati e democratizzazione

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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La sala consiliare di Palazzo Regio, Cagliari

A quattro anni di distanza dall’assassinio del giornalista turco-armeno Hrant Dink, fondatore e direttore della rivista settimanale Agos pubblicata in lingua turca e armena, il Dipartimento Storico Politico Internazionale dell’Età Moderna e Contemporanea della Facoltà di Scienze Politiche di Cagliari ha organizzato una giornata di studi dal titolo “La Turchia oggi tra nazionalismo, genocidi negati e democratizzazione”. Nell’Aula Consiliare della Provincia, sita al Palazzo Regio, sono intervenuti Nicola Melis, docente di storia e istituzioni del Vicino Oriente, Aide Esu, docente di sociologia politica e Rakel Dink, moglie del giornalista ucciso il 19 gennaio 2007. Al funerale di Dink hanno partecipato 200 mila cittadini, a dimostrazione di una volontà del popolo turco di superare ogni avversità sulla questione armena che sembra ancora scuotere le alte sfere del potere in Turchia. “Il genocidio armeno – ricorda Aide Esu – è il primo avvenuto nel 1900: una violenza totale e di massa che vede altri esempi nello sterminio degli ebrei e nell’ultimo genocidio del XX secolo, quello ruandese. Dalle guerre mondiali in poi il concetto della violenza cambia in maniera sostanziale: chi uccide non ha più paura del nemico, i campi di battaglia diventano i mercati, i caffè, le strade dei centri abitati; nascono le politiche dell’odio organizzato, il nazionalismo moderno e i nuovi Stati post guerra. Con la modernità – continua la sociologa – vengono immessi nelle società idee come quelle della razza, che tendono ad escludere quei gruppi sociali ritenuti diversi, ma anche principi quali i diritti umani, alla base dell’ordine internazionale”. Nicola Melis ricorda come la Turchia, in quanto Nazione, sia nata recentemente, un’invenzione statuale concretizzatasi poi nei primi del 1900. “Si sottolineano spesso le contraddizioni che hanno portato alla formazione dell’Italia, di cui quest’anno si festeggia il 150° dell’unità, dimenticandoci che in quanto Paese l’Italia si postulava già nel medioevo. La Turchia di Kemal – sostiene Melis – compie una cesura col passato ottomano basandosi sulla modernizzazione e cogliendo numerosi elementi dell’occidente, detestandone però l’imperialismo. Nei suoi 87 anni di storia la Turchia ha mostrato diversi paradossi multiculturali, accogliendo alcune forme di modernità ma cadendo nell’errore della cancellazione del caso armeno, iniziato con i massacri della popolazione in epoca pre-nazionalista intono al 1895, continuato poi nel 1915 e 1916”. Una questione all’ordine del giorno, spesso citata dai mass media è quella riguardante lo scontro di civiltà. “L’Islam contro l’occidente o l’Islam contro la cristianità sono dibattiti verso i quali nutro forte perplessità – afferma Melis – perché lo scontro che è avvenuto non ha visto religioni contro, bensì un’irruzione della modernità nella società”. Con i suoi articoli Dink ha sensibilizzato l’opinione pubblica sul caso armeno, conducendo battaglie in aiuto di tutte le minoranze esistenti nel suo Paese. Dink era un personaggio scomodo non solo verso l’autorità ma anche per alcune frange della gente armena: gettava luce su una popolazione timida e riservata, paurosa di crearsi ulteriori inimicizie e la cosiddetta “diaspora armena” non accettava le inchieste sulle questioni finanziarie dei gruppi degli armeni all’estero. L’ira del potere militare verso Dink si è però mostrata con tutta la sua forza dopo la pubblicazione sul settimanale Agos di alcuni documenti che dimostravano l’adozione di una bambina armena da parte di Mustafa Kemal Atatürk: il giornalista voleva sostenere la possibilità della convivenza pacifica del popolo turco. Le istituzioni non hanno agito affinché il suo brutale omicidio si potesse evitare.