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Migranti, perché l’Europa ne ha bisogno

Nascite in picchiata nel Vecchio Continente che, senza nuovi cittadini, rischia di scomparire

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Nel 1950 quattro delle prime dieci Nazioni più popolose al mondo erano europee. A quasi 70 anni di distanza, il Paese del Vecchio Continente con più abitanti è la Germania, che si colloca al 16° posto nella classifica mondiale.

Nel 2016, afferma Eurostat, la popolazione dei Paesi dell’Unione Europea è cresciuta solo ed esclusivamente grazie alle popolazioni migranti, potenzialmente – se accolti e non respinti – nuovi cittadini europei. La Germania ha tenuto solo grazie ed esclusivamente ai richiedenti asilo provenienti dalla Siria. Irlanda, Francia, Norvegia e Gran Bretagna sono le uniche Nazioni a crescere autonomamente.

Il destino degli italiani? La nostra scomparsa in quanto popolazione. Il calo delle nascite repentino e inarrestabile, causato dai fattori che tutti conosciamo – instabilità economica, pochi incentivi a far figli, cambiamenti negli usi e costumi – ci porta ad essere nella condizione di aver bisogno di nuovi abitanti. 

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La questione migratoria, se fosse affrontata tecnicamente e non politicizzata, sarebbe riconosciuta come manna dal cielo per l’Italia che, senza l’inserimento nella società di nuovi cittadini, crollerà nella popolazione tra il 16 e il 18%. L’introduzione della legge sullo ius soli può, in tal senso, essere d’aiuto perché garantisce protezione a quei cittadini di serie B (sic!), italiani a tutti gli effetti ma privi di cittadinanza.

Non avendo una classe politica in grado di pensare al breve e lungo termine, la consapevolezza del futuro prossimo ricade necessariamente sui cittadini. Motivo per cui, è bene capirlo, è necessario ragionare sul modello più adatto per la nostra società.

Se seguissimo semplicemente i dettami della CostituzioneStato laico, diritto al lavoro, uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini – non dovremmo sforzarci tanto: per vivere la vita nell’Italia che verrà abbiamo già tutti gli strumenti a disposizione.

Per approfondimenti: https://www.economist.com/blogs/graphicdetail/2017/07/daily-chart-6

Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.

Turchia, in Parlamento il primo discorso col velo di una deputata

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Canan Candemir Çelik, AKP. Foto: Today’s Zaman, Mustafa Kirazlı

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Era il 1999 quando la deputata del Partito della Virtù Merve Kavakçı fu espulsa dal Parlamento turco perché entrò nel palazzo legislativo con il velo sulla testa. Da allora la Turchia ha sperimentato numerosi cambiamenti nella scena politica, ma il pacchetto di riforme varato dall’AKP di Erdoğan nei mesi scorsi ha impresso la modifica più incisiva sui costumi, storicamente laici, della infrastruttura istituzionale del Paese. Giovedì 12 dicembre la deputata del partito di governo Canan Candemir Çelik è intervenuta nella sessione dedicata al bilancio del ministero dei trasporti e del lavoro, parlando con il velo sulla testa, evento unico negli 83 anni di storia del parlamento turco. Candemir Çelik si unisce, così, alle deputate dell’AKP Sevde Bayazıt Kaçar, Gülay Samancı, Nurcan Dalbudak and Gönül Bekin Şahkulubey le quali hanno dichiarato che utilizzeranno  il velo nelle sessioni parlamentari. L’ampio pacchetto di riforme varato dal Partito Giustizia e Sviluppo interviene sulla legge elettorale, sulla concessione di maggiori diritti alle minoranze e sulla libertà dei costumi sul posto di lavoro, salvo alcune eccezioni per militari e polizia. È stata modificata una legge del codice penale che impediva forme religiose personali, divenendo reato vietare sia le preghiere sul posto di lavoro che l’uso del velo per le donne. Inoltre i dipendenti degli uffici pubblici potranno utilizzare i jeans, e, per gli uomini, avere la barba.

Turchia, un sondaggio rivela gli umori della popolazione turca

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

di Matteo Meloni, da Il Portico del 20 ottobre 2013

Twitter: @melonimatteo

Giunto all’undicesimo anno di governo, l’AKP di Recep Tayyip Erdoğan punta sulle riforme per riguadagnare consensi in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Gli episodi di Gezi Park (raccontati sulle pagine di questo giornale) hanno scalfito la figura del Premier, senza però abbatterne, tra gli elettori, il carisma e l’appeal. Il principale bacino elettorale dell’AKP risiede nell’Anatolia centrale, area fortemente legata all’islam e che ha beneficiato ampiamente, nel corso degli anni, delle misure adottate del governo in carica. Un recente sondaggio svolto sull’opinione pubblica turca dalla società MetroPOLL ha sancito una certa stanchezza dell’elettorato verso l’attuale panorama politico, con il 45% degli intervistati che vorrebbe un nuovo partito sulla scena istituzionale. Ma, al momento, lo scenario politico non permette l’affermazione di una forza nuova capace di affermarsi sul predominante AKP. Il partito di Erdoğan salì al potere in maniera repentina in un momento particolare per la Turchia, all’indomani di un terremoto – 30 volte più forte di quello registrato in Irpinia – che ha tolto alla popolazione la fiducia verso i partiti allora esistenti e verso lo Stato, e di una crisi economica che ha segnato uno spartiacque nella recente storia della Nazione. Se oggi si andasse a votare con le attuali forze in campo, l’AKP guadagnerebbe il 43,5% dei consensi, con i kemalisti del Partito Popolare Repubblicano staccati al 20,3%. Ma, tra gli altri, è stato elaborato un dato molto significativo: il 43,7% degli elettori dell’AKP ha dichiarato che, se esistesse una nuova compagine politica, la voterebbero. Ciò dimostra la forte volatilità del voto in Turchia, e che non tutto l’elettorato di Erdoğan è disposto a votare l’AKP sempre e comunque. Oggi non sembrano essere presenti forti elementi di rottura tra l’elettorato e i partiti, per quanto i fatti di Gezi Park siano fortemente impressi nell’opinione pubblica. Nonostante la forte ramificazione del partito di governo su tutto il territorio nazionale, il 24,1% della popolazione si ritiene “Atatürkista”, e il 49,4% degli elettori si posizionano, secondo il sondaggio, a destra. Tra gli esponenti istituzionali, Erdoğan è in svantaggio nei consensi rispetto al Presidente della Repubblica Abdullah Gül: gli elettori intervistati hanno dichiarato che se alle prossime elezioni presidenziali dovessero presentarsi entrambi, il 50,3% voterebbe l’attuale Presidente in carica, mentre solo il 29,3% voterebbe il Premier uscente. Gül è visto come figura più imparziale rispetto ad Erdoğan, con il primo considerato più adatto a svolgere il ruolo di Presidente della Repubblica. Il sondaggio di MetroPOLL, inoltre, ha sancito che il 55,8% degli elettori è convinto che il governo intervenga sui media: questo dato non è stupefacente perché i gruppi editoriali che possiedono i giornali hanno forti legami col governo. Per quanto riguarda il ruolo dei militari, il 39,1% degli intervistati ritiene che la tradizione dei colpi di Stato sia ancora viva. Il quadro realizzato dal sondaggio porta a pensare che Erdoğan abbia voluto, con il pacchetto di riforme, riprendere lo spirito riformista degli albori dell’AKP per poter riconquistare in pieno la fiducia dell’elettorato. Dopo Gezi Park era naturale un’inversione di rotta, e le riforme appena varate potrebbero portare la Nazione turca verso la piena e completa armonizzazione delle varie componenti presenti nel Paese. Le forze politiche hanno accettato in maniera diversa le riforme volute dall’AKP: se per i Nazionalisti sono state fatte troppe concessioni verso le minoranze, per i curdi non è stato fatto abbastanza. Quello delle riforme sarà un lungo processo che vedrà la popolazione protagonista e in prima linea nella loro attuazione.

Titolo originale dell’articolo: “Ma quello delle riforme è un cammino lungo”

Austria, Strache non è Haider ma avanza la destra antieuropea

Heinz Christian Strache. Foto: http://www.loccidentale.it/

Heinz Christian Strache. Foto: http://www.loccidentale.it/

Regge Grande Coalizione ma è indebolita

di Matteo Meloni, da l’Occidentale del 30 Settembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Sarà ancora “Grosse Koalition”. Le elezioni in Austria hanno, nuovamente, dato alla luce un Parlamento obbligato a raggiungere un accordo per formare il prossimo governo del Paese. Ma la crisi che investe i partiti storici si ripropone anche a Vienna dove, già nel 1999, un partito di rottura e con tematiche in parte xenofobe, conquistò gli onori della cronaca: l’FPÖ di Jörg Heider, ora guidato dall’acchiappa-voti Heinz-Christian Strache, alla fine degli anni ’90 raggiunse il 27% dei voti, e oggi si attesta come terzo partito austriaco con il 21,4%, tallonando il democristiano Partito Popolare, fermatosi al 23,8%. I socialdemocratici dell’SPÖ, guidati dal premier uscente – e quasi sicuramente riconfermato – Werner Faymann, si attestano primo partito con il 27,1%, in calo di quasi due punti percentuali rispetto al 2008. Per i due partiti storici questo è il peggior risultato ottenuto nella storia, che conferma il cambiamento nell’orientamento elettorale degli austriaci. Chi ci guadagna, in primis, è l’FPÖ: il partito di estrema destra raggiunge il primo grande successo politico già nel 2000 quando, guidato da Heider, fu addirittura nella maggioranza di governo con i Popolari, ma con il leader del partito senza incarichi istituzionali. L’Austria venne sanzionata dall’Unione Europea per le posizioni xenofobe dell’FPÖ. Nel 2005 Heider lascia il partito, in rotta di collisione con Strache, fondando Alleanza per il futuro dell’Austria, che nell’ultima tornata elettorale non ha superato la soglia di sbarramento per poter essere rappresentata in Parlamento, racimolando solo il 3,6% dei voti. Strache, 44 anni, è dal 2005 a capo dell’FPÖ, e secondo gli analisti non ha lo stesso acume politico di Heider, morto in un incidente stradale nel 2005. Successi elettorali a parte, il leader del terzo partito austriaco è bravissimo a strappare voti alle urne, ma rispetto al suo predecessore, a detta anche degli avversari, non è paragonabile né in quanto a carisma, né per il talento. Un giudizio che pesa sul futuro politico di Strache, che dovrà sempre fare i conti col passato. La campagna elettorale 2013 si è basata su slogan quali “amore per il prossimo”, circoscritto, però, ai soli austriaci. “L’Austria è nel cuore dell’Europa – ha affermato il leader dell’FPÖ – e  il nostro risultato elettorale è significativo per il futuro del continente. Gli europei – ha aggiunto Strache – non desiderano una Unione Europea centralista, bensì maggiore libertà nella sovranità nazionale”.

Germania: la deputata SPD Angelika Krüger-Leißner: “Così abbiamo capito quanto è importante partecipare all’integrazione nell’Occidente”

Secondo Angelica Kruger “non è stato facile coinvolgere le persone disincantate dalla magia della riunificazione”. La parola d’ordine ora è valorizzare i giovani

di Matteo Meloni, da Il Portico del 20 dicembre 2009

Twitter: @melonimatteo

La deputata tedesca del SPD Angelika Krüger-Leißner. Photo: http://www.maz-online.de

Angelika Krüger-Leißner, 58 anni, deputata dell’- SPD, nata nella Germania dell’Est, ha appena iniziato la sua quarta legislatura. Nel 1998 hapartecipato attivamente ad un epocale cambiamento nella storia politica tedesca: il Cancelliere Helmut Kohl, dopo 16 anni, ha lasciato il potere alle forze dell’SPD guidate da Gerhard Schröder.

Nel suo intervento ha ricordato che è stata la fondatrice della sede dell’SPD nella sua città natale. Cosa ha rappresentato, per lei, la possibilità di realizzare una scelta del genere?

Personalmente non ero particolarmente attiva durante il regime della DDR ma con l’avvento della democrazia ho capito quanto fosse importante partecipare alla nostra integrazione nel meccanismo democratico occidentale. E’ stato un onore poter fondare l’SPD nel-la mia città. In generale la costruzione di nuove strutture, in linea con i principi democratici, ha comportato molti sacrifici.

Nella sua attività ha cercato di coinvolgere il maggior numero di persone, sostenendo progetti scolastici, e in primis la valorizzazione dei giovani.

Non è stato facile coinvolgere le persone perchè erano tante quelle disincantate dalla magia della riunificazione per i numerosi problemi ai quali sono andate incontro. Il sistema della DDR lasciava poco spazio di manovra al singolo: una volta terminati gli studi, ad esempio, lo studente trovava pronto il posto di lavoro. Con la valorizzazione dei giovani ho promosso lo scambio dei ragazzi tedeschi con quelli di nazioni come Israele e la Gran Bretagna: abbiamo capito quanto i loro problemi siano simili, accomunati dalle paure per il futuro e in particolare dalla disoccupazione, sempre più in crescita in tutta Europa.

Quali sono i problemi che non vi permettono di coalizzarvi con Die Linke, il partito di sinistra – guidato da Lafontaine – creatosi dopo il distacco dall’SPD?

Die Linke non ha saputo essere del tutto sincera col suo passato; molti degli appartenenti al partito credono che gli eventi storici avvenuti non siano così importanti da doverne discutere. Non si assumono colpe e responsabilità di fronte ai cittadini, in particolare quelli dell’Est che ancora chiedono delucidazioni di tanti aspetti controversi della vita nella DDR, come ad esempio l’appartenenza o meno di alcuni membri del partito alla Stasi, la polizia segreta della Germania comunista. La Linke si considera un partito forte e in talune circostanze la loro visione politica coincide con quella dell’- SPD, ma ci differenziano numerose problematiche: negano, ad esempio, la globalizzazione e fanno promesse utopiche e non concretizzabili. Non ci potrà essere una coalizione SPD – Die Linke finché non avranno un’ottica più realistica della politica.

Nella Germania dell’Est il tasso di natalità è sensibilmente calato.

In passato si davano molti più contributi alle famiglie, una sovvenzione ad ogni nuovo nato e un posto di lavoro assicurato alle neomadri, senza il rischio che lo perdessero. Ora si pensa più a se stessi, non ci sono progetti comuni ed unitari, questo ha provocato un aumento dei divorzi e meno attenzione verso i bambini, i quali rimangono più soli.

Che visione si ha in Germania della politica italiana?

Caotica (la deputata ride, nda). Credo sia difficile esprimersi: è indecifrabile per numerosi aspetti, in particolare la mancanza di certezze. Faccio parte del gruppo parlamentare italo-tedesco, lavoro bene con gli italiani ma ogni qual volta un progetto giunge quasi al termine ci sono nuove elezioni nel vostro Paese che ne compromettono la realizzazione in quanto cambiano i volti dei deputati.