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La guerra dell’acqua: una delibera della Giunta regionale sarda rischia di compromettere il risultato del referendum

Ugo Cappellacci, Presidente della Regione Sardegna. Una delibera della Giunta rischia di compromettere il referendum sull'acqua del 2011. Foto: http://www.adnkronos.com/IGN/Assets/Imgs/C/cappellacci_ugo_1--400x300.jpg

Ugo Cappellacci, Presidente della Regione Sardegna. Una delibera della Giunta rischia di compromettere il referendum sull’acqua del 2011. Foto: http://www.adnkronos.com

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

ANCORA UNA VOLTA IL diritto all’acqua pubblica sembra essere in pericolo. Nonostante il referendum regionale del 12 e 13 giugno 2011 abbia sancito con largo consenso il divieto all’affidamento a soggetti privati della gestione delle risorse idriche, una delibera della Regione Sardegna rischia di comprometterne l’esito. Abbanoa, la società che ha in carico la gestione della rete idrica isolana, versa in una nota condizione di difficoltà contabile e finanziaria, fatto che sarebbe addirittura in grado di compromettere non solo il soddisfacimento di centinaia di creditori, ma la stessa continuità nel servizio di distribuzione e potabilizzazione delle acque. E la delibera regionale del 28 agosto 2013 “Provvedimenti urgenti per la continuità dell’erogazione del servizio pubblico di acquedotto, fognatura e depurazione” sembra andare verso una concessione ai privati delle quote societarie di Abbanoa, fatto che renderebbe vano il referendum del giugno 2011. Giuseppe Stocchino, Consigliere Regionale di Rifondazione Comunista appartenente al Gruppo Misto, ha presentato una interpellanza nella quale si legge che il documento dell’Esecutivo regionale “Oltre a prevedere una procedura concordata con la Commissione europea per la concessione di finanziamenti milionari senza che questi vengano considerati “aiuti di Stato indebiti”, prevede di poter affidare al mercato il futuro della società per azioni “Abbanoa” una volta che venga a scadenza la concessione da lei posseduta e successivamente al raggiungimento dello status di “socio di maggioranza” da parte della Regione Sardegna”. La delibera regionale, così, contrasterebbe col volere del popolo sardo, creando un conflitto col territorio e portando la materia anche a livello europeo. L’interpellanza propone alcuni quesiti cruciali alla Giunta Regionale e, nello specifico, chiede quali azioni intenda intraprendere per evitare che la gestione del servizio idrico finisca nelle mani di investitori privati; se intende rivedere le parti della deliberazione de quo in grado di entrare in contrasto con il risultato del referendum abrogativo nazionale del giugno 2011; se ritiene compatibile con i principi di efficacia ed efficienza amministrativa la situazione in cui versa “Abbanoa”, azienda che è addirittura costretta a ricorrere ad una società di revisione perché non è in grado di quantificare i propri debiti; se è capace di fornire rassicurazioni in merito alla continuazione del servizio pubblico di distribuzione della risorsa idrica così come chiesto durante i mesi estivi dalla Prefettura di Cagliari; se intende presentare un proprio disegno di legge con sui sancire – una volta e per tutte – il divieto di concessione ad investitori privati della gestione delle acque presenti sul territorio sardo. All’iniziativa consiliare di Stocchino si aggiunge l’azione politica che i Comunisti porteranno avanti in tutta la Sardegna. In una nota, Giovannino Deriu e Alessandro Corona spiegano che si partirà a livello territoriale con una proposta di Deliberazione che sarà presentata nei Consigli Comunali e Provinciali. “Cappellacci – dicono Corona e Deriu – sancisce la svendita dell’acqua dei sardi. Promette di abbassare le accise sui carburanti ma si dimentica di spiegare che vorrebbe privatizzare l’acqua. Noi invece continuiamo a ritenere che l’acqua sia un bene comune che non deve essere lasciato alla gestione privata, così come chiaramente espresso con i Referendum del 2011. Faremo in modo – continuano i dirigenti di PRC e Pdci – di favorire un fronte compatto contro il tentativo di Cappellacci di privatizzare l’acqua dei sardi, a partire dai Comuni”.

La guerra dell’acqua: il Consigliere Regionale Stocchino spiega perché Abbanoa verrà privatizzata

Il Consigliere Regionale Giuseppe Stocchino (al centro) ha presentato una interpellanza alla Regione Sardegna chiedendo di spiegare quale futuro si prospetta per l'acqua nell'isola. Foto: http://www.sassarinews.it/

Il Consigliere Regionale Giuseppe Stocchino (al centro) ha presentato una interpellanza alla Regione Sardegna chiedendo di spiegare quale futuro si prospetta per l’acqua nell’isola. Foto: http://www.sassarinews.it/

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

IL DIRITTO DI ACCESSO all’acqua pubblica è alla base della nostra società, non possiamo permettere che i privati gestiscano una risorsa così preziosa”. Le parole del consigliere regionale Giuseppe Stocchino sono ferme e decise: la sua battaglia è contro la delibera della Giunta di via Roma che prevede la possibilità di cessione al mercato di Abbanoa: “Va in direzione opposta rispetto al referendum del giugno 2011, e non è possibile dimenticarsi del volere dei sardi come se niente fosse”.

Come si è giunti a questa situazione?

Abbanoa nasce con lo spirito di raccogliere le esigenze dei vari territori della Sardegna, unendo tutti gli enti di gestione delle acque a livello regionale. Il management della società ha toppato negli obiettivi di razionalizzazione che si era prefissato, ma come al solito rischiano di pagare per le cattive decisioni non i dirigenti, bensì i lavoratori. E il fallimento di Abbanoa ha portato la Regione Sardegna al suo salvataggio, con i soldi dei contribuenti. L’Unione Europea non ha potuto accettare quello che si è rivelato un aiuto di Stato, imponendo così le misure che Cappellacci, senza batter ciglio, ha accettato ed imposto con la deliberazione di agosto. Faccio notare che i rischi ai quali va incontro Abbanoa sono i rischi del popolo sardo: in primis, la privatizzazione della gestione dell’acqua. Con risultati imprevedibili: nei Paesi dove è stata presa una misura di privatizzazione, abbiamo assistito a distorsioni sociali gravissime, come i meno abbienti doversi recare ai fiumi per poter avere accesso all’acqua. Non è questo che vogliamo: la globalizzazione e le multinazionali aspettano decisioni simili, e il volere delle popolazioni verrebbe così calpestato. Anche Papa Francesco ha parlato del diritto ai beni comuni dell’essere umano: diritto alla terra e alla salvaguardia dell’ambiente, insieme al bisogno di giustizia.

Il Referendum del giugno 2011 ha visto la schiacciante vittoria del fronte del sì all’abrogazione della “Modalità di affidamento e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”.

La vittoria del 2011 ha sancito la fiducia dei cittadini verso lo Stato per la gestione delle acque: perché tornare indietro su una decisione così popolare? Dovremmo, semmai, spingere per una maggiore efficienza degli enti che gestiscono – e gestiranno – le risorse idriche. Al contrario, le misure imposte dall’Europa, viste nella deliberazione della Giunta, avranno due effetti: la chiusura anticipata di tre anni di Abbanoa, e la sua messa in vendita, con un bando a livello europeo. A quel punto l’ente diventerà privato. La questione della privatizzazione dei beni considerati pubblici è ampia, non solo relativa all’acqua. Se parliamo, ad esempio, dei trasporti, un caso pratico è quello della Gran Bretagna e della concessione della rete ferroviaria ai privati: servizi diminuiti, manutenzione scarsa, maggior numero di incidenti. Oggi sta avvenendo il passaggio contrario: il mercato privato ha fallito, e i sudditi di Sua Maestà devono coprire i buchi di bilancio, lasciati alla collettività.

Volete far luce, dunque, sul caso societario di Abbanoa?

Chiediamo dei chiarimenti rispetto alla gestione della società. La questione è da inserire all’interno del problema della proliferazione degli enti, buchi neri che attingono alle risorse regionali impoverendo i vari settori. E la Sardegna ha un disperato bisogno di fondi, non di sprechi: serve un piano di rilancio per il lavoro e per la scuola, legare quindi il tema della giusta spendita dei soldi a quello di una riorganizzazione complessiva. Abbanoa si è dimostrata come il classico “carrozzone”: non è di questo che ha bisogno la Sardegna, e tantomeno di un ente per la gestione delle acque privatizzato.

Il racconto di vita di Sulaiman Hijazi, portavoce della comunità musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

“In fondo, la Sardegna non è molto diversa dalla Palestina, anche se qui non ci sono i checkpoint…”, sorride Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari. In Sardegna dal 2006, Sulaiman racconta, per la prima volta, la sua storia di vita, che si intreccia in un melting pot fatto di esperienze felici, tragiche, e costruttive. “Il primo giorno di scuola generalmente i bambini piangono per l’emozione, o perché fanno i capricci. Io e i miei compagni, invece, piangevamo dalla paura perché i militari israeliani iniziarono a sparare contro la scuola: ancora non sappiamo il motivo di quel gesto. Vivere senza sicurezze – continua Sulaiman – ti segna per tutta la vita. Per fortuna, essendo cresciuto in una famiglia unita e numerosa, ho sempre avuto la forza di andare avanti nonostante le difficoltà”. Ricorda con dolore i giorni successivi all’attentato della moschea di Hebron, la sua città, al quale seguirono 45 giorni di coprifuoco, di cui 18 senza poter mai uscire di casa. In tanti morirono di fame e di stenti, perché non ci si poteva rifornire nemmeno dei generi alimentari. Con la decisione dell’esercito israeliano venne intaccato il tessuto sociale della città: un lungo coprifuoco segna l’economia, e la vita della gente. Nell’adolescenza, Sulaiman si appassionò alla musica, divenendo membro di un gruppo che suonava canzoni patriottiche. “Un giorno arrivò a casa una lettera dell’esercito. Convocarono mio padre in caserma, e un generale gli disse che se non avessi smesso di cantare, gli sarebbe stato ritirato il permesso per andare a trovare la sorella a Gaza. Così, il mio sogno musicale si infranse”. Dopo tale delusione, portò avanti studi di carattere religioso, fino a quando decise di emigrare in Europa per non pesare sulla famiglia. “Lasciare la Palestina – racconta Hijazi – è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso”. Lavorerà in Francia, in Germania, in Svezia, per poi scegliere di stabilirsi in Sardegna. “A Cagliari ho subito chiesto della comunità musulmana. All’epoca la situazione era terribile: la sala di Via del Collegio era mal organizzata, e con poca cura per la pulizia – ricorda l’attuale portavoce –. Serviva, soprattutto, una guida che portasse avanti le istanze dei musulmani residenti in città. Specialmente dopo l’11 settembre, era necessario spiegare che i gesti compiuti dai terroristi non avevano nulla a che fare con l’Islam: ancora oggi paghiamo il peso della disinformazione. Si parla sempre dell’Islam come della religione che mette regole ed obblighi. Non è così: vivere da musulmano è seguire il normale rispetto verso la vita. Ho due sorelle: una mette il velo, l’altra no. L’Islam lascia libertà di scelta all’individuo, che sia maschio o femmina”. E a Cagliari, così come in altre grandi città, la questione della comunità islamica sta divenendo sempre più importante perché il numero di fedeli cresce di giorno in giorno. “Non c’è abbastanza spazio nell’attuale centro di preghiera, e siamo costretti a pregare per strada: in estate sotto il sole, e d’inverno sotto la pioggia. Ma sono convinto che un giorno Cagliari avrà la sua moschea”.

Lasciare la Palestina è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso

Sono anni che si discute sui fondi per la costruzione di un luogo di culto per i musulmani. “La colpa di questa situazione è da spartire al 50 per cento tra comunità musulmana e Comune – sostiene Hijazi –. Spesso, noi siamo i primi a dividerci sulle scelte importanti. Al tempo della giunta di Emilio Floris c’erano i soldi pubblici per la costruzione della moschea, ma non la volontà politica. Ora non ci sono più le risorse economiche statali, e con l’elezione di Massimo Zedda credevamo che ci sarebbe stato un cambiamento di rotta. Quando il Sultano dell’Oman venne in visita a Cagliari – racconta Hijazi – gli scrissi una lettera nella quale spiegavo la situazione della nostra comunità. Inaspettatamente il Sultano rispose, affermando che avrebbe contribuito alla costruzione della moschea in città solo ed esclusivamente se il Comune fosse stato propenso a darci le concessioni, e se avessimo avuto, o individuato, un terreno sul quale erigerla. Purtroppo – conclude il portavoce della comunità – non abbiamo visto l’intervento concreto del Sindaco sulla questione: basterebbe una chiamata al Sultano, e i tempi per la costruzione della moschea si accorcerebbero repentinamente”.

L’intervista a Marisa Fois, tra gli organizzatori di Incontri d’AFFRICA: “Immagini, suoni e parole per parlare d’Africa: c’è tanto interesse per ascoltare i protagonisti”

Incontri d'AFFRICA: l'Hostel Marina di Cagliari ha ospitato la manifestazione.

Incontri d’AFFRICA: l’Hostel Marina di Cagliari ha ospitato la manifestazione.

Antropologi e missionari hanno intessuto una trama di incontri e visioni sul tema per rispondere al grande desiderio di conoscere meglio e più da vicino un popolo e la sua cultura

di Matteo Meloni, da Il Portico del 3 novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Serve dare visibilità all’Africa: in tanti hanno voglia di sapere, c’è molta curiosità e interesse verso il continente”. Esordisce così Marisa Fois, tra i fondatori del sito affrica.org, nel raccontare a Il Portico l’esito di “Incontri d’AFFRICA”, manifestazione giunta alla seconda edizione, e che ha come obiettivo quello di sensibilizzare il grande pubblico verso le tematiche legate all’Africa.

Come ha risposto la cittadinanza all’evento?

Siamo molto soddisfatti della partecipazione del pubblico. Come l’anno scorso, abbiamo avuto una presenza trasversale e variegata: hanno assistito agli eventi persone di ogni genere ed età, e non inserite nel solo circuito accademico. Questo significa che c’è un interesse per il continente africano, che la gente ha bisogno e voglia di sentire parlare dell’Africa, di ascoltare i suoi protagonisti parlare e raccontarla. I temi affrontati quest’anno sono stati vari. Siamo partiti dalla Somalia, lacerata dalla guerra: questo ha permesso di parlare anche dell’Italia, del suo ruolo nella colonizzazione, dell’eredità coloniale e delle responsabilità del nostro Paese. Si è poi parlato di contaminazione di culture e delle varie identità come gli italo- somali dei Kaha e degli Antar.

A suo avviso quale è stato il momento più interessante della manifestazione?

 Sono stati molteplici i momenti che hanno attratto, quasi incantato, la platea di “Incontri d’AFFRICA”. Il reading di Timira in particolare è stato veramente emozionante, denso di significato. Per due ore le persone sono state letteralmente affascinate, si sentiva in sala molta partecipazione. Il secondo giorno si è parlato di Camerun, di lingua e dell’importanza delle parole, del loro uso e di come la conoscenza sia strettamente legata alla lingua. Il film dell’antropologo Tonino Melis ha ugualmente interessato il pubblico, con tantissime domande in sala, che dimostra la volontà d’interazione del pubblico con le tematiche della manifestazione. Così è stato anche per il corto che ha per protagonisti i bambini di Sedilo, coinvolti nel raccontare attraverso la lingua sarda l’importanza di un bene comune come l’acqua.

È questa la formula giusta per raccontare l’Africa? 

Ci piacerebbe continuare le nostre iniziative sempre con questa formula. Associando documentari, libri e dibattiti e usando anche altri mezzi che raccontino l’Africa contemporanea: l’anno scorso c’è stata una mostra fotografica di immagini scattate tramite l’iPhone, quest’anno una sfilata di moda con una linea di abiti senegalesi nata all’interno di una sartoria. Questo per dimostrare che è un continente variegato e vivo, energico.

Cosa è emerso dalla due giorni di “Incontri d’AFFRICA”?

Il sottotitolo degli incontri – immagini, parole, musica – sintetizza proprio lo spirito alla base degli incontri stessi: vogliamo che siano le immagini, le foto, i documentari, insieme alle parole dei protagonisti e dei libri, e la musica a parlare dell’Africa e a raccontarla, senza filtri, in modo che ognuno possa poi recepire e interpretare il messaggio.

Turchia, un sondaggio rivela gli umori della popolazione turca

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

di Matteo Meloni, da Il Portico del 20 ottobre 2013

Twitter: @melonimatteo

Giunto all’undicesimo anno di governo, l’AKP di Recep Tayyip Erdoğan punta sulle riforme per riguadagnare consensi in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Gli episodi di Gezi Park (raccontati sulle pagine di questo giornale) hanno scalfito la figura del Premier, senza però abbatterne, tra gli elettori, il carisma e l’appeal. Il principale bacino elettorale dell’AKP risiede nell’Anatolia centrale, area fortemente legata all’islam e che ha beneficiato ampiamente, nel corso degli anni, delle misure adottate del governo in carica. Un recente sondaggio svolto sull’opinione pubblica turca dalla società MetroPOLL ha sancito una certa stanchezza dell’elettorato verso l’attuale panorama politico, con il 45% degli intervistati che vorrebbe un nuovo partito sulla scena istituzionale. Ma, al momento, lo scenario politico non permette l’affermazione di una forza nuova capace di affermarsi sul predominante AKP. Il partito di Erdoğan salì al potere in maniera repentina in un momento particolare per la Turchia, all’indomani di un terremoto – 30 volte più forte di quello registrato in Irpinia – che ha tolto alla popolazione la fiducia verso i partiti allora esistenti e verso lo Stato, e di una crisi economica che ha segnato uno spartiacque nella recente storia della Nazione. Se oggi si andasse a votare con le attuali forze in campo, l’AKP guadagnerebbe il 43,5% dei consensi, con i kemalisti del Partito Popolare Repubblicano staccati al 20,3%. Ma, tra gli altri, è stato elaborato un dato molto significativo: il 43,7% degli elettori dell’AKP ha dichiarato che, se esistesse una nuova compagine politica, la voterebbero. Ciò dimostra la forte volatilità del voto in Turchia, e che non tutto l’elettorato di Erdoğan è disposto a votare l’AKP sempre e comunque. Oggi non sembrano essere presenti forti elementi di rottura tra l’elettorato e i partiti, per quanto i fatti di Gezi Park siano fortemente impressi nell’opinione pubblica. Nonostante la forte ramificazione del partito di governo su tutto il territorio nazionale, il 24,1% della popolazione si ritiene “Atatürkista”, e il 49,4% degli elettori si posizionano, secondo il sondaggio, a destra. Tra gli esponenti istituzionali, Erdoğan è in svantaggio nei consensi rispetto al Presidente della Repubblica Abdullah Gül: gli elettori intervistati hanno dichiarato che se alle prossime elezioni presidenziali dovessero presentarsi entrambi, il 50,3% voterebbe l’attuale Presidente in carica, mentre solo il 29,3% voterebbe il Premier uscente. Gül è visto come figura più imparziale rispetto ad Erdoğan, con il primo considerato più adatto a svolgere il ruolo di Presidente della Repubblica. Il sondaggio di MetroPOLL, inoltre, ha sancito che il 55,8% degli elettori è convinto che il governo intervenga sui media: questo dato non è stupefacente perché i gruppi editoriali che possiedono i giornali hanno forti legami col governo. Per quanto riguarda il ruolo dei militari, il 39,1% degli intervistati ritiene che la tradizione dei colpi di Stato sia ancora viva. Il quadro realizzato dal sondaggio porta a pensare che Erdoğan abbia voluto, con il pacchetto di riforme, riprendere lo spirito riformista degli albori dell’AKP per poter riconquistare in pieno la fiducia dell’elettorato. Dopo Gezi Park era naturale un’inversione di rotta, e le riforme appena varate potrebbero portare la Nazione turca verso la piena e completa armonizzazione delle varie componenti presenti nel Paese. Le forze politiche hanno accettato in maniera diversa le riforme volute dall’AKP: se per i Nazionalisti sono state fatte troppe concessioni verso le minoranze, per i curdi non è stato fatto abbastanza. Quello delle riforme sarà un lungo processo che vedrà la popolazione protagonista e in prima linea nella loro attuazione.

Titolo originale dell’articolo: “Ma quello delle riforme è un cammino lungo”

Siria: la tutela dei diritti umani pretesto per violare il diritto internazionale

Gabriele Pedrini dell'Università di Cagliari

Gabriele Pedrini dell’Università di Cagliari

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Gabriele Pedrini ha trascorso un periodo di studio a Damasco, capitale della Siria, nell’ambito del Dottorato di Ricerca in svolgimento presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari, e racconta a Il Portico le vicende sociali, politiche e strategiche che investono il Paese del vicino oriente.

Quali sono le forze in campo nella guerra civile in atto e quali circostanze hanno portato alla situazione attuale?

La situazione attuale è senza dubbio il frutto di un ridisegno della mappa geopolitica che dalla Tunisia arriva alla Siria, ideato e attuato secondo una logica ben precisa. Non è possibile prescindere da questa contestualizzazione. Esistono indubbiamente fattori interni alla Siria che hanno costituito il terreno fertile per un tentativo di destabilizzare il governo di Damasco

Quali?

Un generale malcontento per la situazione economica di un Paese sottoposto da anni ad embargo; la tradizionale opposizione del movimento islamista dei Fratelli musulmani, a cui si è aggiunta, nel corso del conflitto civile, una variegata galassia di sigle riconducibili al rigorismo e all’intransigenza salafita. Tuttavia, negli eventi siriani, i fattori interni sono secondari o, meglio, “accessori e strumentali”: sono quelli esterni ad aver scatenato e alimentato il dramma in corso. Il Paese non solo non rientra nella sfera di influenza statunitense, ma la sua tradizionale politica di sostegno alla resistenza palestinese e a quella libanese l’ha fatto assurgere, nella visione politica statunitense, a “Stato canaglia” del cosiddetto “Asse del Male”. Di contro, la Siria rientra nella sfera di influenza russa sin dall’era sovietica.

È in quest’ottica che si deve cogliere la chiave di lettura degli eventi in corso?

Si, è un vero e proprio conflitto tra potenze. Pertanto, è necessario fare chiarezza: la tutela dei diritti umani, le armi di distruzione di massa e altre questioni morali non sono altro che il pretesto e la copertura “ideologica” per violare i principi del diritto internazionale di sovranità e di non-ingerenza nelle questioni di politica interna degli Stati, nonché per rendere una guerra maggiormente accettabile dalle opinioni pubbliche. Si tratta di una strategia inaugurata con la guerra alla Serbia e proseguita in Afghanistan, Iraq, Libia e, oggi, in Siria. Si rileva, infine, che le forze attive in questo conflitto sono maggiormente esterne a Damasco, il che pone in dubbio la definizione stessa di “guerra civile”, a meno che non la si voglia intendere come una guerra combattuta sulla pelle della popolazione civile.

A quale strada potrebbe portare l’eventuale intervento statunitense?

L’obiettivo finale degli Stati Uniti è quello di rovesciare il governo di Damasco per sostituirlo con uno affine alla propria politica. Ciò nonostante i due anni e mezzo di conflitto hanno dimostrato che il governo è sostanzialmente stabile e gode di un significativo consenso tra la popolazione. E, come se non bastasse, a minacciare gli obiettivi di Washington sono sopraggiunte le significative vittorie militari che il governo ha ottenuto contro i ribelli. Il presunto uso di armi chimiche da parte del governo ha costituito il pretesto per cercare di intervenire direttamente e cambiare le sorti del conflitto. Tuttavia, in questa fase, gli Stati Uniti non intendono buttarsi in una guerra totale contro la Siria. Il quadro è molto intricato, gli interessi in gioco sono significativi per le varie parti in gioco e il conflitto mondiale si nasconde dietro l’angolo. L’obiettivo a breve termine sarà quello di evitare il successo definitivo del governo contro i ribelli, ridurre la sua capacità militare per riequilibrarla a quella dei ribelli e cercare così di ridimensionare le vittorie governative. Ovviamente questo significherà posticipare la fine del conflitto, con tutte le conseguenze – e sofferenze – del caso.

Turchia: intervista a Rakel Dink, moglie del giornalista armeno Hrant Dink assassinato nel gennaio del 2007

“Nessuno potrà restituire mio marito ai nostri figli, ma la Turchia può ancora vincere la sua battaglia”

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Hrant Dink, il giornalista turco d’origine armena ucciso nel gennaio 2007

di Matteo Meloni, da Il Portico del 23 gennaio 2011

Twitter: @melonimatteo

Rakel Dink, moglie del giornalista assassinato nel gennaio del 2007, prosegue la lotta ideale del marito portando a conoscenza dell’opinione pubblica mondiale la causa della popolazione armena attraverso la International Hrant Dink Foundation.

Lei e suo marito avete avuto un’infanzia non facile a causa dei fatti che hanno colpito la popolazione armena.

Posso dire che la vita mia e di mio marito è la storia di 100 anni di Turchia. Sono nata nella parte orientale dell’Anatolia e dopo gli eventi vissuti dalla popolazione armena, nel mio territorio d’origine non erano rimaste né scuole né infrastrutture, dovendo così andare a vivere ad Istanbul. Mio marito, rimasto orfano, è cresciuto in un orfanotrofio dove ha potuto studiare anzitutto la lingua turca. E’ grazie alla Chiesa armena se io e mio marito abbiamo imparato la nostra lingua d’origine: ormai era in disuso il suo utilizzo, quasi come se fosse stata messa al bando o come se si avesse paura nel parlarla. L’essere cresciuto senza genitori ha influenzato inesorabilmente l’animo di Hrant, permettendogli di acquisire un senso della fratellanza non comune a tutti. Ci siamo sposati nel 1977 e abbiamo avuto tre figli; per lungo periodo l’armeno, inteso come persona discendente di tale comunità, è stato sbeffeggiato e ridicolizzato finché nel 1996 iniziarono a nascere i primi movimenti politici che dettero voce alla nostra comunità. Nonostante alcune rassicurazioni governative la nostra vita risulta essere ancora difficile e di fatto la vicenda del 1915 non è finita. Non si vive di sole parole ma anche di fatti che, purtroppo, non giungono dalle istituzioni: la comunità armena continua a vivere una fase di incertezza e la Chiesa armena è continuamente sbeffeggiata dalle autorità.

La svolta arriva con la nascita del settimanale Agos.

Tutte le problematiche vissute dalla popolazione armena hanno spinto Hrant alla fondazione del settimanale, pubblicato in lingua turca ed armena con il preciso scopo di promuovere i disagi della nostra etnia, cercando di rapportarci senza paura e con spirito costruttivo con la popolazione turca ed in particolare verso le autorità. Gli argomenti del giornale non avevano l’obiettivo di discutere del genocidio perpetrato verso il popolo armeno cercando colpevoli da incriminare ma il solo scopo di alimentare un dibattito democratico capace di incanalare le diverse tesi verso una discussione che potesse semmai contribuire alla pacificazione dei movimenti sociali. Nel 2004 Hrant ha avuto tra le mani un documento ufficiale clamorosamente importante, perché avrebbe potuto cambiare la visione della storia recente del nostro Paese. Il documento dimostrava che Mustafa Kemal ha adottato una bambina armena: nell’idea di mio marito questo era un fatto apprezzabile che aveva il solo significato di dimostrare che una convivenza pacifica poteva realizzarsi, senza doverci differenziare in base all’etnia originaria. Hrant fu minacciato dal Capo di Stato Maggiore dell’esercito, sentendosi accusato di essere un destabilizzatore e fu letteralmente lasciato solo, senza possibilità di protezione. Il suo assassinio è causato anche dall’abbandono delle istituzioni che, invece di proteggerlo, hanno preso le distanze in ogni modo dalla questione.

Avete mai pensato di andare via dalla Turchia quando suo marito era ancora vivo? Perché oggi continua a viverci?

Si, ci abbiamo pensato tante volte giungendo sistematicamente alla conclusione che se avessero voluto farci del male lo avrebbero potuto fare dappertutto. La tragica morte di mio marito non fa altro che radicarci ancora di più nel nostro Paese. I miei figli credono che essendo in Turchia il luogo nel quale riposa loro padre è giusto rimanerci, perché lasciare il Paese significherebbe lasciare Hrant una seconda volta. Nessuno potrà mai restituire Hrant ai figli e nessuno mi ridarà mio marito: forse noi abbiamo perso. Ma la Turchia può ancora vincere questa battaglia. Tutte le istituzioni, dal governo all’esercito e i tribunali fanno di tutto perché la verità sull’assassinio di Hrant venga nascosta. Resto convinta che la morte di mio marito fonda le sue basi nel genocidio del 1915.