Etichettato: Islam

Ramadan Mubarak, La Rabbia e l’Orgoglio

A 16 anni dall’uscita del libro di Oriana Fallaci il rapporto tra occidente e Islam è ancora sotto i riflettori. Ma l’eredità del testo non è significativa

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Oggi inizia il mese sacro del Ramadan – chiamato Ramazan in Turchia – e milioni di fedeli musulmani pregheranno, digiuneranno e studieranno i precetti del Corano.

Auguro a tutti i miei amici praticanti serenità e felicità per i prossimi giorni!

Il mio viscerale interesse per l’Islam – in tutte le sue forme -, il mondo arabo e non, e la cultura sociale e politica musulmana mi ha portato, negli ultimi anni, a conoscere ed imparare, superare preconcetti, cogliere e capire il perché e il come di tanti avvenimenti. Il ringraziamento principale va ai miei docenti universitari, che sono stati capaci di aprirmi gli occhi attraverso dati storici e fattuali sulla realtà che viviamo.

Ad un certo punto dei miei studi ho pensato di essermi spinto fin troppo oltre la normale comprensione dei fatti, e mi son chiesto se avessi perduto una certa obiettività nell’analizzare la drammatica cronaca giornaliera.

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A distanza di 16 anni ho così deciso di rileggere “La Rabbia e l’Orgoglio” di Oriana Fallaci. Quando venne distribuito, nel lontano 2001, avevo poco più di 15 anni e la comprensione di quelle parole, scritte di getto dalla giornalista toscana, erano difficili da assimilare fino in fondo, sia perché l’immagine del male così generalizzata che rispondeva ai “mussulmani” – come la Fallaci li chiama – non mi suonava fino in fondo, sia perché percepivo la tensione che le sue parole causavano.

La Fallaci ha scritto importanti pagine del giornalismo italiano e internazionale, con sensazionali interviste a personaggi storici quali Yasser Arafat e Ruhollah Khomeini, ed è stata inviata di guerra nelle aree calde del mondo, nonché combattente contro i fascisti nel corso della Resistenza.

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La sua scrittura è eccezionale, una penna fine e ricercata. Ma oggi, il suo articolo – poi divenuto libro – troverebbe difficilmente spazio in un giornale come Il Corriere della Sera o la Repubblica, e forse finirebbe come editoriale su Libero o, se fosse ancora in distribuzione, su La Padania.

Perché nel rileggere quelle parole nel 2017 fa male, malissimo accettare un pensiero tanto rabbioso quanto univoco dell’intera Umma: che il fedele fosse del Marocco o dell’Indonesia, un musulmano francese o del Sudan, un talebano o un giordano, un cittadino dell’Arabia Saudita o della Turchia, per la Fallaci l’Islam è violenza pura. Mi ero dimenticato del suo fastidio verso “Le mille e una notte”, persino verso gli studi islamici della matematica: tutto ciò che è stato prodotto della cultura musulmana è relegato, ne “La Rabbia e l’Orgoglio” a pura spazzatura.

Oriana Fallaci racconta, nella lunga prefazione, che un professore della Boston University le chiese come dovesse definire il suo libro. Lei in un primo momento non rispose e, dopo averci pensato, lo richiamò e gli disse: <<Lo definisca una predica>>.

Con le prediche ho sempre avuto un brutto rapporto, anche se ho sempre cercato di carpirne, per lo meno, i passaggi positivi. Ma nel libro della Fallaci anche i passaggi positivi divengono negativi.

Come quando dopo l’11 settembre del 2001 la Fallaci ebbe un dialogo con un bambino di 8 anni, Bobby.

20-haunting-photos-from-the-september-11-attacks-that-americans-will-always-remember.jpg<<La mia mamma diceva sempre: “Bobby, se ti perdi quando torni a casa non avere paura. Guarda le Torri e rammenta che noi viviamo a dieci blocchi lungo lo Hudson River”. Bè, ora le Torri non ci sono più. Gente cattiva le ha spazzate via con chi ci stava dentro. Così per una settimana mi son chiesto: Bobby, a questo mondo c’è anche gente buona. Se ti perdi ora, qualche persona buona ti aiuterà al posto delle Torri. L’importante è non avere paura>>.

Si potrebbe pensare che l’aneddoto potesse servire alla Fallaci per cogliere un briciolo di umanità ma no, niente di tutto ciò: la giornalista si lancia in una eccezionale retorica sul Sindaco di New York Giuliani, che noi “italiani senza palle” – dice la Fallaci – dovremmo adorare perché dà lustro al nostro Paese.

Ma forse “La Rabbia e l’Orgoglio” Oriana Fallaci l’ha scritto come monito per chi, come lei, ha profondamente odiato una cultura per il solo fatto di essere diversa dal capitalismo democratico occidentale: odiate, perché noi siamo migliori di loro.

<<Stop. Quello che avevo da dire l’ho detto. La rabbia e l’orgoglio me l’hanno ordinato. La coscienza pulita e l’età me l’hanno consentito. Ora basta. Punto e basta>>.

La conclusione del libro mi ha rincuorato. Perché, alla fine delle 163 pagine, ho potuto alzare gli occhi e pensare: il mondo va avanti, e lo spazio per l’odio e la violenza è, veramente, all’antitesi di qualunque religione.

Islam e immigrazione, uno studio dimostra quanto la distorsione mediatica incide sulla percezione dei cittadini

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

L’attentato alle Twin Towers dell’11 settembre 2001 ha segnato un punto di svolta nel rapporto tra il mondo occidentale e quello musulmano, incrinando inesorabilmente la percezione dei cittadini – soprattutto europei – verso la fede islamica. La guerra al terrorismo di matrice musulmana portata avanti contro il regime talebano prima, e dalla Coalition of the Willing poi – coalizione composta, tra i tanti, da Stati Uniti, Gran Bretagna, Italia, Polonia, Paesi Bassi, Spagna, Turchia – ha permesso ai media internazionali e nazionali di concentrare il maggior flusso di notizie sul mondo islamico, evidenziandone prettamente le negatività. Una generale sensazione di paura si è diffusa nell’opinione pubblica mondiale, cresciuta con le varie azioni violente condotte da Al Qaeda con gli attentati di Madrid nel 2004, Londra nel 2005, e, più recentemente, da alcuni membri dello Stato Islamico alla redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo.
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Turchia, in Parlamento il primo discorso col velo di una deputata

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Canan Candemir Çelik, AKP. Foto: Today’s Zaman, Mustafa Kirazlı

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Era il 1999 quando la deputata del Partito della Virtù Merve Kavakçı fu espulsa dal Parlamento turco perché entrò nel palazzo legislativo con il velo sulla testa. Da allora la Turchia ha sperimentato numerosi cambiamenti nella scena politica, ma il pacchetto di riforme varato dall’AKP di Erdoğan nei mesi scorsi ha impresso la modifica più incisiva sui costumi, storicamente laici, della infrastruttura istituzionale del Paese. Giovedì 12 dicembre la deputata del partito di governo Canan Candemir Çelik è intervenuta nella sessione dedicata al bilancio del ministero dei trasporti e del lavoro, parlando con il velo sulla testa, evento unico negli 83 anni di storia del parlamento turco. Candemir Çelik si unisce, così, alle deputate dell’AKP Sevde Bayazıt Kaçar, Gülay Samancı, Nurcan Dalbudak and Gönül Bekin Şahkulubey le quali hanno dichiarato che utilizzeranno  il velo nelle sessioni parlamentari. L’ampio pacchetto di riforme varato dal Partito Giustizia e Sviluppo interviene sulla legge elettorale, sulla concessione di maggiori diritti alle minoranze e sulla libertà dei costumi sul posto di lavoro, salvo alcune eccezioni per militari e polizia. È stata modificata una legge del codice penale che impediva forme religiose personali, divenendo reato vietare sia le preghiere sul posto di lavoro che l’uso del velo per le donne. Inoltre i dipendenti degli uffici pubblici potranno utilizzare i jeans, e, per gli uomini, avere la barba.

Cagliari: parla il portavoce della comunità musulmana, Sulaiman Hijazi

Sulaiman Hijazi. Foto: http://www.lalchimistaonline.it/

Sulaiman Hijazi. Foto: http://www.lalchimistaonline.it/

di Matteo Meloni, da il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Il portavoce della Comunità musulmana di Cagliari, Sulaiman Hijazi, spiega a Il Portico le differenze esistenti tra i Paesi a maggioranza islamica rispetto ai temi della libertà religiosa, e quali sono i punti d’incontro tra l’Islam e le altre religioni.

Cosa pensa degli Stati che non consentono l’espressione libera del proprio credo?

Per rispondere a questa domanda partirei dalla mia terra, la Palestina, e in particolare dalla mia città, Hebron, dove risiedono 17 cristiani. Abbiamo una bellissima chiesa, grande quanto quella di Monte Urpinu. A Betlemme, per ogni moschea c’è una chiesa. In Giordania, solo ad Amman sono presenti 8 chiese, e in Egitto il 30% della popolazione è cristiana. C’è un grande rispetto reciproco: quando sentono il richiamo alla preghiera del Muezzin, i cristiani spengono, ad esempio, l’autoradio. Chi compie gesti vio lenti, come bruciare le chiese o uccidere cristiani, non lo fa in nome dell’Islam, ma di una logica di morte estranea alla nostra religione.

Può spiegarsi meglio?

Certi detti del Corano sono molto forti, e se vengono mal interpretati, non capendo la storia della frase presente nel nostro Libro sacro, si arriva a compiere azioni malvagie, come quelle dell’11 settembre. I problemi esistono negli Stati governati secondo la tradizione; mi riferisco, in particolare, ad Arabia Saudita e Afghanistan. Questi Paesi sono letteralmente in mano a beduini. Allargando il discorso alla condizione della donna, se nell’antichità il genere femminile era considerato quello debole, secondo questi popoli oggi ancora è, e dev’essere, così. È bene ricordare, però, che nel mondo arabo contemporaneo in politica è presente il 15% delle donne, mentre in Italia solo il 3%: per questo ritengo che non si possa generalizzare quando si trattano certi argomenti, ma è necessario analizzare, Paese per Paese, quali sono le varie realtà.

Che valore può avere, per il bene della società, il dialogo tra cattolici e musulmani?

Sono in tanti a non credere nel dialogo, ma già con la recente elezione di Papa Francesco vedo nuove prospettive nei rapporti tra il mondo cattolico e quello musulmano. Sono convinto che Francesco sia l’uomo giusto al momento giusto: una figura sobria, umile, capace di unire e non di dividere. È la figura che dovrebbe rappresentare ogni religione: non una persona intoccabile, ma che sta tra la gente. Saranno tantissimi i cristiani che torneranno a praticare la loro fede. Questo ha riflessi anche verso le altre confessioni. E sono tanti i punti d’incontro tra il credo cattolico e quello musulmano.

Quali?

Fondamentalmente le due religioni nascono dagli stessi principi; nell’Islam, Gesù è uno dei profeti più importanti, e Maria la donna più pura. I capi musulmani di Milano, Genova e Roma negli ultimi mesi hanno preso parte a numerosi eventi di carattere interreligioso con la Chiesa. Le questioni sociali sono quelle che concretamente faranno la differenza, perché sia i cattolici che i musulmani credono nel miglioramento della vita delle persone. C’è da dire che la comunità musulmana italiana, giovane e formatasi abbastanza recentemente, è povera. Questo comporta una serie di situazioni difficili da gestire. Per quanto riguarda la sfera prettamente religiosa, ad esempio, manca ancora un Imam che riunisca l’intera comunità italiana, e anche questo è un problema. In Francia, dove i flussi migratori dal mondo arabo – e non solo – ha portato a situazioni e realtà completamente differenti, i musulmani presenti sono numerosissimi, e c’è una diversa concezione anche della diversità religiosa, dei costumi, e del modo di rapportarsi dello Stato francese con la comunità.

Il racconto di vita di Sulaiman Hijazi, portavoce della comunità musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

“In fondo, la Sardegna non è molto diversa dalla Palestina, anche se qui non ci sono i checkpoint…”, sorride Sulaiman Hijazi, portavoce della Comunità Musulmana di Cagliari. In Sardegna dal 2006, Sulaiman racconta, per la prima volta, la sua storia di vita, che si intreccia in un melting pot fatto di esperienze felici, tragiche, e costruttive. “Il primo giorno di scuola generalmente i bambini piangono per l’emozione, o perché fanno i capricci. Io e i miei compagni, invece, piangevamo dalla paura perché i militari israeliani iniziarono a sparare contro la scuola: ancora non sappiamo il motivo di quel gesto. Vivere senza sicurezze – continua Sulaiman – ti segna per tutta la vita. Per fortuna, essendo cresciuto in una famiglia unita e numerosa, ho sempre avuto la forza di andare avanti nonostante le difficoltà”. Ricorda con dolore i giorni successivi all’attentato della moschea di Hebron, la sua città, al quale seguirono 45 giorni di coprifuoco, di cui 18 senza poter mai uscire di casa. In tanti morirono di fame e di stenti, perché non ci si poteva rifornire nemmeno dei generi alimentari. Con la decisione dell’esercito israeliano venne intaccato il tessuto sociale della città: un lungo coprifuoco segna l’economia, e la vita della gente. Nell’adolescenza, Sulaiman si appassionò alla musica, divenendo membro di un gruppo che suonava canzoni patriottiche. “Un giorno arrivò a casa una lettera dell’esercito. Convocarono mio padre in caserma, e un generale gli disse che se non avessi smesso di cantare, gli sarebbe stato ritirato il permesso per andare a trovare la sorella a Gaza. Così, il mio sogno musicale si infranse”. Dopo tale delusione, portò avanti studi di carattere religioso, fino a quando decise di emigrare in Europa per non pesare sulla famiglia. “Lasciare la Palestina – racconta Hijazi – è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso”. Lavorerà in Francia, in Germania, in Svezia, per poi scegliere di stabilirsi in Sardegna. “A Cagliari ho subito chiesto della comunità musulmana. All’epoca la situazione era terribile: la sala di Via del Collegio era mal organizzata, e con poca cura per la pulizia – ricorda l’attuale portavoce –. Serviva, soprattutto, una guida che portasse avanti le istanze dei musulmani residenti in città. Specialmente dopo l’11 settembre, era necessario spiegare che i gesti compiuti dai terroristi non avevano nulla a che fare con l’Islam: ancora oggi paghiamo il peso della disinformazione. Si parla sempre dell’Islam come della religione che mette regole ed obblighi. Non è così: vivere da musulmano è seguire il normale rispetto verso la vita. Ho due sorelle: una mette il velo, l’altra no. L’Islam lascia libertà di scelta all’individuo, che sia maschio o femmina”. E a Cagliari, così come in altre grandi città, la questione della comunità islamica sta divenendo sempre più importante perché il numero di fedeli cresce di giorno in giorno. “Non c’è abbastanza spazio nell’attuale centro di preghiera, e siamo costretti a pregare per strada: in estate sotto il sole, e d’inverno sotto la pioggia. Ma sono convinto che un giorno Cagliari avrà la sua moschea”.

Lasciare la Palestina è stato il momento più duro della mia vita, come lasciare realmente una parte di me stesso

Sono anni che si discute sui fondi per la costruzione di un luogo di culto per i musulmani. “La colpa di questa situazione è da spartire al 50 per cento tra comunità musulmana e Comune – sostiene Hijazi –. Spesso, noi siamo i primi a dividerci sulle scelte importanti. Al tempo della giunta di Emilio Floris c’erano i soldi pubblici per la costruzione della moschea, ma non la volontà politica. Ora non ci sono più le risorse economiche statali, e con l’elezione di Massimo Zedda credevamo che ci sarebbe stato un cambiamento di rotta. Quando il Sultano dell’Oman venne in visita a Cagliari – racconta Hijazi – gli scrissi una lettera nella quale spiegavo la situazione della nostra comunità. Inaspettatamente il Sultano rispose, affermando che avrebbe contribuito alla costruzione della moschea in città solo ed esclusivamente se il Comune fosse stato propenso a darci le concessioni, e se avessimo avuto, o individuato, un terreno sul quale erigerla. Purtroppo – conclude il portavoce della comunità – non abbiamo visto l’intervento concreto del Sindaco sulla questione: basterebbe una chiamata al Sultano, e i tempi per la costruzione della moschea si accorcerebbero repentinamente”.

Turchia, un sondaggio rivela gli umori della popolazione turca

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

di Matteo Meloni, da Il Portico del 20 ottobre 2013

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Giunto all’undicesimo anno di governo, l’AKP di Recep Tayyip Erdoğan punta sulle riforme per riguadagnare consensi in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Gli episodi di Gezi Park (raccontati sulle pagine di questo giornale) hanno scalfito la figura del Premier, senza però abbatterne, tra gli elettori, il carisma e l’appeal. Il principale bacino elettorale dell’AKP risiede nell’Anatolia centrale, area fortemente legata all’islam e che ha beneficiato ampiamente, nel corso degli anni, delle misure adottate del governo in carica. Un recente sondaggio svolto sull’opinione pubblica turca dalla società MetroPOLL ha sancito una certa stanchezza dell’elettorato verso l’attuale panorama politico, con il 45% degli intervistati che vorrebbe un nuovo partito sulla scena istituzionale. Ma, al momento, lo scenario politico non permette l’affermazione di una forza nuova capace di affermarsi sul predominante AKP. Il partito di Erdoğan salì al potere in maniera repentina in un momento particolare per la Turchia, all’indomani di un terremoto – 30 volte più forte di quello registrato in Irpinia – che ha tolto alla popolazione la fiducia verso i partiti allora esistenti e verso lo Stato, e di una crisi economica che ha segnato uno spartiacque nella recente storia della Nazione. Se oggi si andasse a votare con le attuali forze in campo, l’AKP guadagnerebbe il 43,5% dei consensi, con i kemalisti del Partito Popolare Repubblicano staccati al 20,3%. Ma, tra gli altri, è stato elaborato un dato molto significativo: il 43,7% degli elettori dell’AKP ha dichiarato che, se esistesse una nuova compagine politica, la voterebbero. Ciò dimostra la forte volatilità del voto in Turchia, e che non tutto l’elettorato di Erdoğan è disposto a votare l’AKP sempre e comunque. Oggi non sembrano essere presenti forti elementi di rottura tra l’elettorato e i partiti, per quanto i fatti di Gezi Park siano fortemente impressi nell’opinione pubblica. Nonostante la forte ramificazione del partito di governo su tutto il territorio nazionale, il 24,1% della popolazione si ritiene “Atatürkista”, e il 49,4% degli elettori si posizionano, secondo il sondaggio, a destra. Tra gli esponenti istituzionali, Erdoğan è in svantaggio nei consensi rispetto al Presidente della Repubblica Abdullah Gül: gli elettori intervistati hanno dichiarato che se alle prossime elezioni presidenziali dovessero presentarsi entrambi, il 50,3% voterebbe l’attuale Presidente in carica, mentre solo il 29,3% voterebbe il Premier uscente. Gül è visto come figura più imparziale rispetto ad Erdoğan, con il primo considerato più adatto a svolgere il ruolo di Presidente della Repubblica. Il sondaggio di MetroPOLL, inoltre, ha sancito che il 55,8% degli elettori è convinto che il governo intervenga sui media: questo dato non è stupefacente perché i gruppi editoriali che possiedono i giornali hanno forti legami col governo. Per quanto riguarda il ruolo dei militari, il 39,1% degli intervistati ritiene che la tradizione dei colpi di Stato sia ancora viva. Il quadro realizzato dal sondaggio porta a pensare che Erdoğan abbia voluto, con il pacchetto di riforme, riprendere lo spirito riformista degli albori dell’AKP per poter riconquistare in pieno la fiducia dell’elettorato. Dopo Gezi Park era naturale un’inversione di rotta, e le riforme appena varate potrebbero portare la Nazione turca verso la piena e completa armonizzazione delle varie componenti presenti nel Paese. Le forze politiche hanno accettato in maniera diversa le riforme volute dall’AKP: se per i Nazionalisti sono state fatte troppe concessioni verso le minoranze, per i curdi non è stato fatto abbastanza. Quello delle riforme sarà un lungo processo che vedrà la popolazione protagonista e in prima linea nella loro attuazione.

Titolo originale dell’articolo: “Ma quello delle riforme è un cammino lungo”

Siria, la rete degli interessi dietro l’idea del conflitto

La crisi in Sria. Nella foto: manifestanti anti Assad. Foto: www.formiche.net

La crisi in Sria. Nella foto: manifesto anti Assad. Foto: http://www.formiche.net

Cosa si nasconde all’ombra delle forti superpotenze

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“L’ordine di attacco è pronto, ma chiederò al Congresso il via libera”. Le parole di Obama, pronunciate durante la conferenza stampa attesa da ore e seguita in tutto il mondo svoltasi nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, segnano un punto fermo nell’eventuale attacco alla Siria. Dopo aver perso definitivamente l’appoggio dello storico alleato britannico – la Camera dei Comuni ha infatti votato contro l’attacco, infliggendo un duro colpo alla maggioranza conservatrice-liberale guidata da Cameron – il Presidente statunitense, nonostante le prerogative costituzionali gli diano il potere di intraprendere un’azione militare senza il voto del Congresso, ha preferito delegare alle istituzioni la scelta sulla guerra a Bashar al-Assad. Che gli Stati Uniti fossero pronti all’intervento si era già inteso dalla dichiarazione del 26 agosto del Segretario di Stato, John Kerry:  “L’uso delle armi chimiche, come il tentativo di coprirne il ricorso, offende tutta l’umanità, e il presidente Barack Obama ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne”. Frasi propedeutiche a quelle di Obama. Il presidente siriano è accusato di aver consentito all’esercito l’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile in corso nel Paese dal 2011. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono alla ricerca delle prove che possano sancire il reale utilizzo delle armi chimiche, chiedendo una proroga nelle indagini per poterne accertare l’uso. In passato le ispezioni dell’Onu si rivelarono inefficaci – nonostante non furono riscontrate irregolarità – perché non bastarono per fermare la guerra intrapresa dagli Stati Uniti, con una coalizione di Paesi tra i quali l’Italia, contro l’Iraq governato, allora, da Saddam Hussein, accusato di aver utilizzato armi chimiche contro la popolazione curda residente nel Paese, e di essere in possesso di armi di distruzioni di massa. La situazione del vicino e medio oriente rimane, senza soluzione di continuità, incandescente: con l’Egitto in piena crisi d’identità e la questione israelo-palestinese al palo, un nuovo intervento occidentale nell’area potrebbe scatenare un conflitto regionale. L’Iran – che ha recentemente visto trionfare alle elezioni la parte politica avversa ad Ahmadinejad – ha  già avvisato che il pericolo d’instabilità è reale, e sembra delinearsi una nuova divisione in blocchi tra le principali forze in campo come ai tempi della Guerra Fredda, con la Russia nettamente contraria ad una azione militare. La Siria confina a nord con la Turchia, Paese con il quale sembrava aver appianato le divergenze dopo la sottoscrizione di alcuni accordi di carattere commerciale, ma con lo scoppio della guerra civile i rapporti si incrinarono, in quanto Ankara ha dovuto accogliere in questi anni un numero elevato di profughi, e gestire gli scontri armati al confine. La Turchia ha accusato più volte Damasco di voler provocare un conflitto, e la NATO è più volte intervenuta a riguardo, garantendo il suo appoggio all’alleato turco. A questa lettura della crisi vanno aggiunti gli interessi di carattere economico, che hanno ripercussioni in senso geopolitico e strategico: l’Iran, l’Iraq e la Siria hanno recentemente firmato un accordo per la costruzione di un gasdotto che porterebbe il combustibile sulla costa mediterranea; tale accordo è ostacolato dagli Stati Uniti, preoccupati che l’Iran, in questo modo, guadagnerebbe terreno sotto l‘aspetto commerciale e, così, spingendo ulteriormente la ricerca del programma nucleare, ostacolato da Washington. Tra gli alleati europei degli Stati Uniti, la Francia di Hollande pare orientata ad un supporto all’azione militare, mentre l’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Bonino, si è defilata dal possibile attacco. Ad oggi la guerra civile siriana conta un numero di morti che si aggira intorno ai centomila.

Egitto, il colpo di Stato sfida per la diplomazia

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Mohammed Morsi

Il presidente egiziano Mohammed Morsi (foto Maya Alleruzzo / AP)

La grave crisi politica egiziana sembra non arrestarsi. Dopo la deposizione del Presidente Morsi il ruolo dei militari si è prepotentemente riproposto come ago della bilancia dell’assetto istituzionale del Paese, causando nuove proteste e tensioni sempre maggiori. Il numero dei morti è, ormai, incalcolabile e le violenze provengono da entrambe le parti. È un dato di fatto che la guerra in atto risulta essere tra due establishment di origine completamente diversa. Da una parte si trovano i militari, forza sempre presente in ogni cambiamento del Paese che, nonostante le sconfitte avvenute negli anni passati con l’esercito israeliano, continua ad avere un certo appeal verso la popolazione; gli aiuti internazionali, specie quelli statunitensi, vanno a beneficio dei militari che, in questo modo, mantengono un potere interno di primo rilievo. Dall’altra, esiste una classe politica che continua ad essere debole, nonostante le recenti elezioni svoltesi democraticamente abbiano portato al potere la Fratellanza Musulmana, accusata di non aver saputo cogliere la reale volontà di cambiamento richiesta dagli elettori. Con la deposizione di Morsi, avvenuta il 3 luglio, e la successiva incarcerazione, è certamente avvenuto un colpo di Stato, atto che non aiuterà l’Egitto ad intraprendere la strada verso la democrazia. Inoltre, la Fratellanza è oggetto di una vera e propria persecuzione in tutto il Paese: è stato recentemente ucciso il figlio di Hasan al Banna, fondatore dei Fratelli Musulmani, ed arrestato Mohammed Badie, leader della Fratellanza. Badie è accusato di aver fomentato gli scontri dei giorni scorsi a Nasr City, città nella quale è avvenuto il suo arresto: egli sconterà la detenzione nel carcere Torah Mahkoum, lo stesso dove era imprigionato Mubarak. L’ex Rais, infatti, ha beneficiato di uno sconto sulla pena e la detenzione si è trasformata in libertà vigilata. Le sue condizioni di salute sono critiche: Mubarak trascorrerà la detenzione nella sua residenza a Sharm El Sheik. La scarcerazione dell’ex Presidente è un segnale verso la casta militare, sempre decisiva nei grandi cambiamenti al potere avvenuti nel Paese. È il generale al Sisi il vero fautore dell’attuale fase politica egiziana: nato nel 1954, egli non ha mai preso parte ad una guerra. Sisi fa parte della nuova nomenclatura militare assurta al comando dopo la deposizione del vecchio apparato, avvenuta durante il periodo di transizione tra la deposizione di Mubarak e le elezioni che portarono alla Presidenza Morsi. Il Capo delle Forze Armate attualmente svolge il ruolo di padre padrone dell’Egitto, assumendo decisioni importanti in maniera autonoma; gli uomini d’affari, amici di Mubarak, sono dalla sua parte perché sperano che Sisi utilizzi il pugno duro per riportare l’ordine nel Paese. Inoltre, anche gli operai hanno garantito l’appoggio al Generale: la classe operaia si è sentita tradita da Morsi e dalla Fratellanza, accusata di non aver realizzato il cambiamento auspicato ma di aver semplicemente introdotto al potere coloro i quali erano più vicini al movimento. Diversi analisti hanno parlato di guerra civile ma, al momento, è difficile indicare quale strada intraprenderà l’Egitto. Senza dubbi il Paese è crocevia di una serie di interessi di carattere geopolitico ed economico: se le tensioni non finiranno, e dovesse persistere la differenza di opinioni tra le potenze a livello internazionale, saranno a rischio gli accordi per il transito nel Canale di Suez. Quella egiziana è la nuova sfida della diplomazia internazionale, da giocare in un’area sempre più incerta, che realizza ripercussioni in tutto il mondo.

La crisi egiziana appare destinata a lasciare il segno nel Medio Oriente

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Muhammad al-Barade’i

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La crisi egiziana vive una fase di evoluzione destinata a lasciare il segno. Dopo la fine del lungo mandato presidenziale di Mubarak, in carica dal 1981 al 2011, e la reggenza militare del Comandante dell’esercito Tantawi, la vittoria alle elezioni di Morsi nel giugno del 2012 sembrava aver dato all’Egitto un assetto stabile, rivelatosi, invece, l’ennesimo tentativo a vuoto di una politica incapace di saper raccogliere il malcontento dell’elettorato, a scapito dell’intera nazione. La Fratellanza Islamica, di cui Morsi è un esponente di primo piano, durante l’ultimo anno è stata accusata di voler portare l’Egitto “indietro di secoli”, così come ricorda l’ambasciatore egiziano in Italia Helmy in una recente intervista rilasciata a La Repubblica: “Invece di risolvere le questioni pressanti – la disoccupazione, la povertà, l’inflazione, il sistema d’istruzione – la Fratellanza s’è affrettata a imporre codici di abbigliamento, il velo alle donne, la jalabiya, che è la tunica agli uomini; a ridurre l’età minima matrimoniale femminile a 9 anni; a minacciare la chiusura dell’Opera perché anti-islamica. Insomma, erano intenti a spingere l’Egitto all’indietro, di secoli”. Durante la campagna elettorale per le presidenziali, erano in molti a non conoscere Morsi, mentre tutti avevano ben presente chi era il suo sfidante: Shafiq, rappresentante del vecchio regime e dunque legato alla figura di Mubarak. Gli egiziani, in quel momento, votarono più contro Shafiq che a favore di Morsi che, nel tempo, si è rivelato come semplice controfigura di al Shater, leader dei Fratelli Musulmani. Dopo un’iniziale fase nella quale Morsi sembrava voler dialogare con le varie parti in causa, egli non ha saputo mantenere la linea della “purificazione” dei vari settori dello Stato. Secondo Al Aswani, scrittore egiziano, “Ai Fratelli è consentito tutto quello che è nell’interesse del gruppo. Hanno licenziato un procuratore generale favorevole a Mubarak, ma invece di sostituirlo con uno indipendente, hanno nominato al suo posto un seguace della Fratellanza. Hanno dichiarato di voler “purificare i mezzi d’informazione”, ma hanno nominato un ministro delle comunicazioni di massa che molesta verbalmente le donne e piega le tv e i giornali statali al volere della Fratellanza… Per la prima volta nella storia egiziana, il presidente si è autoproclamato al di sopra della legge e della costituzione”. E il Paese si ritrova a dover fronteggiare nuovamente grandi manifestazioni, iniziate il 30 giugno e proseguite per le settimane successive. Sono state raccolte milioni di firme in una petizione che chiedeva la deposizione di Morsi, oggi incarcerato e accusato di spionaggio, incitamento all’uccisione di manifestanti e danni all’economia. La nuova La crisi egiziana appare destinata a lasciare il segno nel Medio Oriente presa di posizione dei militari ha portato alla nomina di Mansour a presidente ad interim dell’Egitto, con El Beblawi capo del governo. El Baradei, già presidente dell’AIEA, è stato nominato vice-premier e Ministro degli Esteri. Ma le tensioni non sembrano finire: nei giorni scorsi i manifestanti pro Morsi sono tornati a manifestare in piazza Tahrir, criticando duramente l’esercito accusato di aver realizzato un golpe militare, agendo in questo modo contro la democrazia egiziana, e per creare confusione sono stati sparati fuochi d’artificio. Si contano tre morti e diversi feriti, invece, negli scontri avvenuti a Mansura, una città sul delta del Nilo. Nel suo primo discorso alla nazione, il Presidente ad interim ha dichiarato: “Combatteremo la battaglia per la sicurezza fino alla fine, proteggeremo la rivoluzione, ricostruiremo la nazione e andremo avanti senza esitazione”. Ahdad Soueif, scrittrice egiziana, scrive sulle pagine del Guardian: “Le nostre istituzioni sono un guscio vuoto e il sistema giudiziario è corrotto e parziale. Abbiamo assistito alla rovina dell’élite politica che era considerata l’opposizione a Mubarak. L’esercito… ha mostrato una forte determinazione a perseguire i suoi interessi economici… Queste lezioni sono state imparate nel modo più duro: i giovani egiziani hanno perso amici, arti e occhi. È stata la seconda fase della rivoluzione”. La fase tre farà capire quale strada intraprenderà il nuovo Egitto.

Michelangelo Guida, L’AK Parti tra islamismo e post islamismo

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Michelangelo Guida, docente di Sociologia alla Fatih University di Istanbul

Nei giorni scorsi si è tenuta a Cagliari una due giorni di conferenze sulla attuale situazione politica in Turchia. Sono stati ospiti dell’evento Michelangelo Guida e Mehmet Günenç, docenti della Fatih University di Ìstanbul, ateneo con il quale l’Università di Cagliari – e la facoltà di Scienze Politiche in particolare, sotto l’egida della Prof.ssa Baldussi e del Prof. Melis – ha instaurato un rapporto finalizzato alla crescita culturale degli studenti nell’ambito del programma Erasmus. Guida risiede in Turchia dagli anni del dottorato di ricerca: motivi di carattere didattico e sentimentale lo trattengono nella vecchia Costantinopoli. Professore Associato alla Fatih University presso il dipartimento di Scienze Politiche e della Pubblica Amministrazione, Guida racconta l’evoluzione della politica e della società turca dagli anni della Rivoluzione dei Giovani Turchi fino ai giorni nostri. “La Turchia vive una straordinaria fase storica, che la porta ad essere un Paese di riferimento per tutta l’area del vicino e medio oriente. Con la nascita della Turchia repubblicana – ricorda Guida – si vanno a creare due centri di potere: quello di Ankara, politico, e quello di Ìstanbul,
prettamente economico. Dal 1925 inizia il processo di laicizzazione, portato avanti dal regime Kemalista il quale assume una forma autoritaria, anche prendendo spunto dai fatti italiani”. Per numerosi anni la sfera religiosa viene tenuta lontana dalla politica, proprio a causa dello straordinario sforzo tramite il quale i militari hanno osteggiato ogni forma partitica basata sul credo, nella fattispecie musulmano. “Dopo la seconda guerra mondiale – continua Guida – si intraprende
un processo di liberalizzazione del sistema partitico che porterà al multipartitismo: oltre ad un graduale ritorno dei simboli religiosi, si vanno a creare formazioni partitiche musulmane, ci sarà un rinnovo del sistema politico e i nuovi partiti religiosi assumeranno sempre più le caratteristiche della nuova modernità. Tra i precursori della nuova religiosità nell’ambito politico ricordiamo Erbakan: egli riuscirà ad amalgamare varie visioni dell’Islam nella versione partitica, giungendo al 1969 ad essere eletto nel parlamento come Indipendente. Egli capì – aggiunge Guida – che per poter essere ascoltati da una pluralità di cittadini fosse necessario portare avanti rivendicazioni di carattere generale: identità nazionale senza abbandonare la religiosità musulmana, critica verso le èlite economiche di Ìstanbul e comprensione verso le rivendicazioni delle altre realtà, maggiore apertura verso il resto dei bisogni del Paese”. Il movimento di Erbakan non cambia idee e contenuti fino al 1997: fortemente antieuropeo e antiamericano; statalista; portato a favorire la periferia rispetto al centro. Dopo il successo elettorale del 1995 Erbakan sostanzialmente verrà defenestrato dalla guida del Governo. “I militari imposero al Premier una riforma del sistema di istruzione in senso laico: non potendola accettare, egli si dimise. L’aneddoto importante sta nel fatto che ogni qualvolta i militari impongono una loro politica e consegnano in maniera formale al Premier la loro decisione in un documento, in quel momento il palazzo nel quale risiede il Governo viene sorvolato da un aereo dell’aeronautica: questo è un modo per ribadire ulteriormente la loro forza sul sistema”. La svolta arriverà con la nuova formazione politica di Erdoğan. “L’attuale Premier svolse una rivoluzione nel movimento musulmano nel quale militava. Prima divenne sindaco di Ìstanbul, avvenimento che lo porterà alla ribalta della politica nazionale per tutti gli interventi di miglioramento della città (dalle strade all’illuminazione, ai parchi), poi fondò l’AK Parti (sigla AKP): nel 2002, con la nuova formazione, vince le elezioni con una maggioranza parlamentare ampissima”. Come giudicare il nuovo partito? “In italiano – spiega Guida – se dicessi “islamista” farei, secondo i puristi della materia, un errore in quanto con tale parola si definisce lo studioso dell’Islam; in inglese non esiste questo problema perché la parola “islamist” indica un movimento
intellettuale su basi musulmane. E’ questo che è l’AKP: la politica del partito è estesa a tutto il Paese e all’interno del movimento sono presenti personalità di tutte gli ambiti sociali”. Avvengono, però, dei cambiamenti nelle strategie di politica estera. “I nuovi eventi economici – afferma Guida – portano la nomenclatura turca ad attuare una strategia diversa dal passato: meno vicina ai Paesi occidentali e più rivolta verso est. La Cina, la Russia, i Paesi del Golfo e gli Stati ex satellite
dell’URSS sono i nuovi obiettivi di investimento della Turchia: il normale pragmatismo di una Nazione – conclude Guida – che pensa all’evoluzione del suo Popolo”.