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Ambasciata a Gerusalemme: con Trump la fine del multilateralismo statunitense

La decisione del Presidente rompe col passato: nessuna amministrazione aveva mai osato nello spostamento dell’Ambasciata nella città occupata dall’esercito israeliano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Sulla gravità delle conseguenze generali che questo atto ostile produrrà verso la leadership palestinese e la comunità internazionale, non è dato sapere. Potrebbe essere l’ennesimo segnale della fine del ruolo guida degli Stati Uniti; potrebbe valere pochissimo, dato che saranno pochi gli Stati che seguiranno la decisione degli USA; potrebbe rappresentare l’inizio di una grande escalation di violenza.

Per gli Stati Uniti, il multilateralismo è morto e sepolto. Per alcuni, questa suonerà come una buona notizia, dato che l’Unione Europea potrebbe andare per la sua strada autonomamente, senza dover fare i conti con Washington. Nell’incontro odierno tra Federica Mogherini e il Segretario di Stato Rex Tillerson, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera ha ribadito come Gerusalemme dovrà essere la capitale dei due Stati.

Il Ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, e il Presidente francese Macron, esprimono preoccupazione sui risvolti futuri della decisione unilaterale intrapresa dagli States.

Sul fronte extra UE, Erdoğan, Presidente della Turchia, ha affermato che si arriverebbe alla rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. La Russia di Vladimir Putin qualche giorno fa ha sottolineato che Mosca è dalla parte della Palestina nella realizzazione dell’indipendenza, con Gerusalemme Est capitale.

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Donald J. Trump e Benjamin Netanyahu a Washington. Photo: NBC News

Saranno molti i capi di Stato e di Governo che trarranno vantaggio dalla mossa statunitense: quelli del mondo musulmano sventoleranno la bandiera palestinese per rafforzare il consenso interno, altri – Putin su tutti – potrebbero avanzare come attori di mediazione nel conflitto israelo-palestinese, prendendo lo scettro fino ad oggi in mano agli Stati Uniti.

Al termine della seconda guerra mondiale, il conflitto tra il neonato Stato d’Israele e i Paesi arabi ha portato alla divisione de facto di Gerusalemme, con i primi occupanti la parte ovest della città, e la Giordania quella est. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 l’esercito israeliano ha occupato militarmente la Cisgiordania e Gerusalemme est, estendendo la sua autorità illegalmente.

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Uno foto scattata durante la Guerra dei Sei Giorni. Photo: BBC

Le Nazioni Unite – sia in sede di Assemblea Generale che di Consiglio di Sicurezza – hanno dichiarato invalide le azioni israeliane. In particolare, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 252 del 1968 spiega che “tutte le misure e le azioni legislative ed amministrative prese da Israele, compreso l’esproprio di terra e territori, tendono a cambiare lo status legale di Gerusalemme e sono dunque invalide e non possono cambiare tale status”.

Il 23 dicembre 2016 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.

Articolo modificato il 7 dicembre 2017 con l’aggiunta di contenuti video.

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Gerusalemme, 4 militari morti in un attentato

Ci vorranno giorni, e fonti autorevoli, prima di capire ciò che ha realmente spinto Fadi Qanbar ad uccidere i soldati dell’IDF

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Non basterebbe una vita per capire le dinamiche che intercorrono tra le parti dell’annoso conflitto israelo-palestinese. Credo, tuttavia, che avere un punto di partenza sia d’aiuto: Israele e Palestina sono due Stati in guerra. Il primo rivendica il diritto all’esistenza, il secondo un riconoscimento che tarda ad arrivare. La violenza è all’ordine del giorno, da una parte e dall’altra.

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Il Ministro della Difesa Lieberman e il PM Netanyahu sul luogo dell’attentato. Photo: RONEN ZVULUN/REUTERS

Nella giornata di domenica 8 gennaio Fadi Qanbar, abitante di Gerusalemme est, palestinese, padre di quattro figli, alla guida di un camion si è scagliato contro un gruppo di militari — tre donne e un uomo, tutti dell’età di 20 anni — uccidendone 4. Il video mostra chiaramente come Qanbar abbia voluto colpire i soldati israeliani, tornando per giunta in retromarcia sui corpi a terra.

Immediate le reazioni della politica israeliana. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha pubblicato una serie di tweets per commentare l’accaduto.

Secondo Netanyahu, l’attacco rientra all’interno di un quadro generale progettato dall’Isis, dove Gerusalemme è l’ultima città colpita dopo i fatti avvenuti in Francia e Germania.

“Questo attacco fa parte della stessa battaglia contro la piaga globale del nuovo terrorismo”, scrive Netanyahu.

“Possiamo combatterlo solo insieme — prosegue il Primo Ministro — ma dobbiamo combatterlo, e noi lo faremo”.

Secondo Avigdor Lieberman, Ministro della Difesa, “l’attacco non è avvenuto a causa della questione degli insediamenti, ma perché siamo ebrei e viviamo in Israele. E’ un attacco ispirato dall’Isis”.

Prima di Lieberman, il viceministro agli Affari Esteri Tzipi Hotovely aveva detto che “l’attentato ha come ispirazione la Conferenza di Pace di Parigi e dev’essere preso dalla comunità internazionale come prova del fatto che i palestinesi non sono interessati alla pace”.

Il giornalista Dov Lieber del Times of Israel riporta le parole della sorella dell’attentatore, secondo la quale Qanbar era religioso, e senza legami con gruppi terroristici. “Dio l’ha scelto per questo martirio. Ringraziamo Dio per questo…è il più bello dei martìri”.

Le Brigate al-Qassam, braccio armato del partito politico Hamas, affermano che Qanbar era un ‘Mujahid’. Aqsa TV si spinge oltre, chiamandolo ‘eroe’ e definendo l’attacco una ‘risposta naturale’.

I rapporti tra il Governo Netanyahu e quello di Abu Mazen si sono ulteriormente incrinati all’indomani della decisione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di condannare Israele per l’occupazione illegale dei territori palestinesi. Netanyahu ha deciso di proseguire per la sua strada, invitando alla costruzione di nuovi insediamenti.

Ma l’episodio violento di Gerusalemme chiama in causa Hamas. Netanyahu e Lieberman hanno esplicitamente parlato di Isis, che con Hamas non ha nulla a che fare. La Striscia di Gaza, controllata dal partito palestinese, ha più volte visto nascere gruppi minori legati al Califfato, prontamente bloccati da Hamas che non ha intenzione di perdere potere sul territorio.

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Membri delle Brigate al-Qassam. Photo: Wissam Nassar/Xinhua Press/Corbis

Nel 2015 Daesh ha realizzato un video nel quale minacciava Hamas, colpevole di non essere abbastanza duro sulle questioni religiose e di non aver imposto la Sharia.

Per tutti i motivi sopra citati, non è facile ed immediato dare una risposta reale sui motivi che hanno spinto Qanbar ad uccidere i 4 soldati. Ma sia la politica israeliana che quella palestinese cercano di attribuire il proprio significato politico all’attentato.

Consiglio di Sicurezza, condanna per Israele

È la prima risoluzione da 8 anni che l’organo delle Nazioni Unite prende sulla questione Israele-Palestina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Con 14 voti a favore e l’astensione degli Stati Uniti, passa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione che chiede l’immediata fine della costruzione da parte di Israele di abitazioni nei Territori Palestinesi.

UN Photo/Manuel Elias

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’uscente Ban Ki-moon che dal 1° Gennaio verrà sostituito dal portoghese Antonio Guterres alla guida dell’organizzazione intergovernamentale, approva la decisione del Security Council, risoluzione che afferma – si legge nel comunicato rilasciato dall’Onu – “l’illegalità dell’occupazione dei Territori Palestinesi”, risalente dal 1967, costituendo una “flagrante violazione ” del diritto internazionale ed un “grosso ostacolo alla soluzione due-Stati, nonché alla pace giusta, duratura e completa”.

Immediate le reazioni dalle varie missioni presenti alle Nazioni Unite, nonché dai leader palestinesi e israeliani.

Riyad Mansour, Rappresentante Permanente dello Stato di Palestina all’Onu, ringrazia il Consiglio affermando l’importanza della decisione presa e ricordando i punti principali della risoluzione, tra i quali il ripristino dei confini decisi dalle Nazioni Unite il 4 Giugno 1967.

Dura la reazione israeliana.

Il Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele non rispetterà la decisione del Consiglio di Sicurezza.

Netanyahu, secondo il quale la risoluzione è “vergognosa”, ha richiamato per consultazioni gli Ambasciatori di Israele in Nuova Zelanda e Senegal, Paesi co-sponsor della resolution. Israele ha deciso di cancellare la visita del Ministro degli Esteri senegalese, e annullato il programma d’aiuto economico allo Stato africano.

Diverse le reazioni degli altri Stati membri dell’Onu.

Da più parti pare palese che la decisione statunitense, votata tramite la Permanent Representative Samantha Power, di far passare la risoluzione con l’astensione di Washington sia un attacco a Donald Trump dall’amministrazione uscente, un modo per mettere in difficoltà, da parte dei Democratici, il nuovo Presidente. Che comunque è tradizionalmente legato ad Israele: la sua reazione è più che esplicita.

Barack Obama ha avuto molteplici occasioni nelle quali avrebbe potuto riavviare il processo di pace e, sul fronte interno, diminuire i sovvenzionamenti economici per Israele. Ha fatto poco o nulla a riguardo.

Sicuramente il primo Presidente nero della Casa Bianca si è voluto togliere un sassolino dalla scarpa, una conferma dei rapporti non idilliaci con Netanyahu negli anni del suo mandato.

Iran, il nucleare israeliano e il NUMEC

Il lungo percorso che porta all’approvazione dell’Iran Deal tra contraddizioni e pressioni esterne

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Benjamin Netanyahu. Photo: http://www.rt.com

“L’accordo con l’Iran produce minacce gravi ad Israele, al Medio Oriente, all’Europa e al mondo intero”, ha affermato Benjamin Netanyahu, Premier israeliano, all’indomani del trattato nucleare. E ha aggiunto: “In 10 anni l’Iran sarà in grado di dotarsi di un’arsenale nucleare. In questo lasso di tempo l’intesa permette al regime di Teheran di costruire quante centrifughe vuole, per arricchire in modo illimitato le scorte di uranio, accrescendo facilmente il numero di ordigni nucleari in suo possesso”. Allo stesso tempo, secondo il Primo Ministro, “nell’immediato l’accordo garantirà all’Iran centinaia di migliaia di dollari che saranno diretti verso la sua aggressività nella regione e al terrorismo che dissemina in tutto il mondo: altri fondi per i Guardiani della Rivoluzione, per Hezbollah, per Hamas, per il Jihad, per il terrorismo che l’Iran appoggia”. Eppure, negli anni ’60, Israele, tramite il Mossad e l’aiuto di un alto dirigente locale, avrebbe trafugato diverso materiale radioattivo da Apollo, cittadina della Pennsylvania, dove il NUMEC, Nuclear Materials and Equipment Corporation, aveva il suo stabilimento.
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Renzi e l’amore ai tempi di Israele

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Netanyahu e Renzi alla Knesset. Photo: lapresse

Amcizia, radici comuni, destino: in queste tre parole si può riassumere l’intervento del Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, alla Knesset, il Parlamento israeliano. Preceduto dal Presidente dell’Assemblea, Yuli-Yoel Edelstein, dal Premier Benyamin Netanyahu e dal leader dell’opposizione Isaac Herzog di Zionist Union, Renzi nel suo discorso ha stigmatizzato – così come fatto dai Presidenti del Consiglio suoi predecessori ospiti dei parlamentari israeliani – alcuni passaggi storici nel rapporto tra il mondo ebraico e l’Italia (su tutti, l’attuazione delle leggi razziali), ed elogiato altri positivi, con il ricordo della Brigata Ebraica, la quale si affiancò ai Partigiani nella lotta di liberazione.
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Israele, sarà The Zionist Camp a guidare il prossimo esecutivo?

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

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Isaac Herzog del Partito Laburista e Tzipi Livni di Hatnua. Photo: MEE/Oren Ziv.

Novità in vista per la politica israeliana. Cresce, infatti, il malcontento per le misure aggressive del governo Netanyahu e per i suoi toni eccessivi, specie all’indomani dell’attacco portato avanti verso la Striscia di Gaza e delle polemiche per il suo intervento al Congresso americano.
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Cagliari: parla il portavoce della comunità musulmana, Sulaiman Hijazi

Sulaiman Hijazi. Foto: http://www.lalchimistaonline.it/

Sulaiman Hijazi. Foto: http://www.lalchimistaonline.it/

di Matteo Meloni, da il Portico di Domenica 24 Novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Il portavoce della Comunità musulmana di Cagliari, Sulaiman Hijazi, spiega a Il Portico le differenze esistenti tra i Paesi a maggioranza islamica rispetto ai temi della libertà religiosa, e quali sono i punti d’incontro tra l’Islam e le altre religioni.

Cosa pensa degli Stati che non consentono l’espressione libera del proprio credo?

Per rispondere a questa domanda partirei dalla mia terra, la Palestina, e in particolare dalla mia città, Hebron, dove risiedono 17 cristiani. Abbiamo una bellissima chiesa, grande quanto quella di Monte Urpinu. A Betlemme, per ogni moschea c’è una chiesa. In Giordania, solo ad Amman sono presenti 8 chiese, e in Egitto il 30% della popolazione è cristiana. C’è un grande rispetto reciproco: quando sentono il richiamo alla preghiera del Muezzin, i cristiani spengono, ad esempio, l’autoradio. Chi compie gesti vio lenti, come bruciare le chiese o uccidere cristiani, non lo fa in nome dell’Islam, ma di una logica di morte estranea alla nostra religione.

Può spiegarsi meglio?

Certi detti del Corano sono molto forti, e se vengono mal interpretati, non capendo la storia della frase presente nel nostro Libro sacro, si arriva a compiere azioni malvagie, come quelle dell’11 settembre. I problemi esistono negli Stati governati secondo la tradizione; mi riferisco, in particolare, ad Arabia Saudita e Afghanistan. Questi Paesi sono letteralmente in mano a beduini. Allargando il discorso alla condizione della donna, se nell’antichità il genere femminile era considerato quello debole, secondo questi popoli oggi ancora è, e dev’essere, così. È bene ricordare, però, che nel mondo arabo contemporaneo in politica è presente il 15% delle donne, mentre in Italia solo il 3%: per questo ritengo che non si possa generalizzare quando si trattano certi argomenti, ma è necessario analizzare, Paese per Paese, quali sono le varie realtà.

Che valore può avere, per il bene della società, il dialogo tra cattolici e musulmani?

Sono in tanti a non credere nel dialogo, ma già con la recente elezione di Papa Francesco vedo nuove prospettive nei rapporti tra il mondo cattolico e quello musulmano. Sono convinto che Francesco sia l’uomo giusto al momento giusto: una figura sobria, umile, capace di unire e non di dividere. È la figura che dovrebbe rappresentare ogni religione: non una persona intoccabile, ma che sta tra la gente. Saranno tantissimi i cristiani che torneranno a praticare la loro fede. Questo ha riflessi anche verso le altre confessioni. E sono tanti i punti d’incontro tra il credo cattolico e quello musulmano.

Quali?

Fondamentalmente le due religioni nascono dagli stessi principi; nell’Islam, Gesù è uno dei profeti più importanti, e Maria la donna più pura. I capi musulmani di Milano, Genova e Roma negli ultimi mesi hanno preso parte a numerosi eventi di carattere interreligioso con la Chiesa. Le questioni sociali sono quelle che concretamente faranno la differenza, perché sia i cattolici che i musulmani credono nel miglioramento della vita delle persone. C’è da dire che la comunità musulmana italiana, giovane e formatasi abbastanza recentemente, è povera. Questo comporta una serie di situazioni difficili da gestire. Per quanto riguarda la sfera prettamente religiosa, ad esempio, manca ancora un Imam che riunisca l’intera comunità italiana, e anche questo è un problema. In Francia, dove i flussi migratori dal mondo arabo – e non solo – ha portato a situazioni e realtà completamente differenti, i musulmani presenti sono numerosissimi, e c’è una diversa concezione anche della diversità religiosa, dei costumi, e del modo di rapportarsi dello Stato francese con la comunità.

Nazioni Unite, l’Arabia Saudita rifiuta il seggio al Consiglio di Sicurezza

L'Arabia Saudita ha rifiutato il seggio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

L’Arabia Saudita ha rifiutato il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Clamorosa decisione dell’Arabia Saudita. Scelta come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Riyad, con una nota rilasciata dall’agenzia di stampa Spa, spiega la rinuncia al massimo organismo decisionale sostenendo la non funzionalità del Consiglio di Sicurezza, incapace, secondo la monarchia saudita, di saper prendere decisioni adeguate. In particolare, la nota lamenta la lentezza del Consiglio di Sicurezza nella gestione della crisi siriana, e soprattutto la mai risolta questione palestinese. Continua a leggere

Gaza, Palestina, Israele

PiomboFuso

Due bambini a Gaza. Foto: http://www.infoaut.org

Riflessioni sull’ultimo attacco israeliano a Gaza

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il trascorrere cieco e ottuso del tempo ci impone, dopo le feste, di tornare alla vita quotidiana, mentre da Gaza ogni giorno ci raggiunge lo spettacolo della morte quotidiana.
Se chiedere umanità somiglia a chiedere l’impossibile, costruire l’impossibile è il solo augurio sensato per l’anno nuovo. Ci accingiamo insieme, se volete, a questa impossibilità irrinunciabile”.

Ho preso spunto dalla newsletter di Emergency, di cui ho riportato l’introduzione, per argomentare qualche pensiero sulla morte e la distruzione che attanaglia il popolo palestinese in questi giorni.

Costruiamo l’impossibile.
Sembra una frase fatta, utopistica e senza senso ma in realtà racchiude la speranza che ha contraddistinto da sempre la vita umana. La speranza di scoprire ed inventare, giungere a nuovi obiettivi, determinazione e forza di volontà.

Costruiamo l’impossibile.
L’umanità ha sempre dimostrato essere capace di risolvere gli interrogativi tra i più disparati; l’uomo è riuscito ad inventare ruote e ponti, barche, navi ed aerei supersonici.
L’uomo ha costruito potenti armi distruttive capaci di sterminare il genere umano stesso; ha costruito mura alte, altissime: le ha costruite in passato e la buona volontà le ha abbattute.
Oggi ne ritroviamo altre, ancora più alte. Mura come il disinteresse che è vasto per ciò che ci succede attorno, per la morte che aleggia a poche centinaia di chilometri da casa nostra, per tutti quei diritti negati che noi, appagati per averli conquistati, riteniamo ormai consolidati e mai in pericolo.
E’ proprio vero che siamo nati nella parte fortunata del mondo; è anche vero che i nostri discendenti hanno combattuto per arrivare a ciò che oggi abbiamo.
La nostra Carta Costituzionale è un compendio di principi, valori e diritti che sono tutt’ora vivi e pulsanti: grazie ai nostri padri fondatori ci ritroviamo in una democrazia quasi del tutto compiuta.
Hanno costruito quello che sembrava impossibile.

Oggi possiamo costruire l’impossibile. Possiamo abbattere le mura di cemento che dividono due popolazioni; possiamo abbattere l’indifferenza reciproca; possiamo abbattere il ricorso sistematico alla guerra.

Costruiamo l’impossibile: uno Stato di Palestina accanto allo Stato di Israele.