Etichettato: Siria

Siria, perché l’Italia ha sostenuto la risoluzione bocciata da Russia e Cina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

NEW YORK, 1 MARZO – Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha respinto martedì sera la risoluzione presentata da Stati Uniti, Francia e Regno Unito sull’uso delle armi chimiche in Siria in seguito al voto contrario di Cina e Russia, membri permanenti dell’organo dell’Onu con diritto di veto. L’Italia, membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dal primo gennaio, ha appoggiato la risoluzione, patrocinata da altri 42 Paesi.

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Il voto sulla risoluzione ha provocato il primo scontro politico tra l’America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin. “Mosca e Pechino hanno preferito difendere i loro amici nel regime di Assad piuttosto che le esigenze della sicurezza globale”, ha tuonato la neo-ambasciatrice americana Nikki Haley. Intervenuto dopo l’esito del voto, anche l’ambasciatore italiano Sebastiano Cardi ha espresso rammarico per il risultato finale e per la mancata unità all’interno del Consiglio di sicurezza su questo tema. Cardi ha auspicato una ripresa immediata delle attività del JIM (Joint Investigative Mechanism),  lo strumento di indagini delle Nazioni Unite. La risoluzione, ha detto l’Ambasciatore, intendeva assicurare un seguito significativo al lavoro del JIM.

Il Permanent Representative italiano ha evidenziato tre ragioni principali per le quali l’Italia ha appoggiato l’iniziativa. La prima è la “storica posizione italiana sulla non-proliferazione, che dev’essere tenuta separata dalle altre questioni politiche”: “Condanniamo con forza – ha spiegato Cardi – l’uso di armi chimiche o di materiale tossico da parte degli Stati o altri attori. Oggi più che mai è necessario sostenere i valori e i principi dell’architettura del sistema di non-proliferazione, evitando il suo indebolimento, che incoraggerebbe l’utilizzo di armi chimiche”.

Cardi, argomentando il secondo punto, ha sottolineato il sostegno italiano al JIM e al suo staff. Il meccanismo congiunto di investigazione “è uno strumento essenziale che permette di attribuire le responsabilità a chi compie i feroci attacchi con le armi chimiche. Il JIM – ha proseguito l’Ambasciatore – attraverso i suoi rapporti ha svolto il compito richiesto dal Consiglio di Sicurezza, e la risoluzione è stata disposta per garantire un seguito significativo al lavoro del meccanismo congiunto di

La terza ragione per la quale l’Italia ha appoggiato l’iniziativa di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia è il senso di responsabilità: “Aver solamente identificato la parte responsabile degli attacchi – ha detto Cardi – non è sufficiente: ci devono essere conseguenze per coloro i quali hanno pianificato, ordinato ed eseguito gli attacchi”. “L’Italia – ha quindi concluso l’Ambasciatore – ha votato a favore della risoluzione in nome del principio di responsabilità di coloro che hanno perpetrato gli attacchi, e per riaffermare la nostra consolidata posizione a difesa dei principi e di condanna dell’uso di armi chimiche da parte di chiunque e in ogni circostanza”.

Sono stati 9 i Paesi ad aver appoggiato la risoluzione, mentre la Bolivia ha votato insieme a Russia e Cina, rigettando il testo proposto. Egitto, Etiopia e Kazakistan si sono astenuti.

Il 19 dicembre il Consiglio di Sicurezza aveva votato all’unanimità la risoluzione che chiedeva a tutte le parti in causa nel conflitto siriano l’immediato accesso da parte dello staff internazionale per il monitoraggio dell’evacuazione di Aleppo est. Il voto contrario sull’ultima risoluzione presentata in Consiglio di Sicurezza segue altre due recenti votazioni non approvate, avvenute il 5 e l’8 dicembre. Negli ultimi 5 anni la Russia ha posto il veto 7 volte, la Cina 6, alle risoluzioni riguardanti la questione siriana.

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Assad: tre interviste. La comunicazione in tempi di crisi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

La complessa attività del racconto dei fatti presta continuamente il fianco alle posizioni ideologiche, politiche e partitiche, rendendo difficile la comprensione della realtà al cittadino, consumatore delle informazioni. Nonostante gli epocali cambiamenti in atto nel mondo dei mass media, il giornalismo gioca ancora un ruolo decisivo nella comprensione della realtà: la globalizzazione delle news, infatti, ha reso sempre più necessaria un’accurata stima del valore della notizia, spesso data per vera senza considerarne la fonte. Il giornalismo è solo uno dei tanti attori della comunicazione, strumento principe sfruttato dai decisori politici, dalle istituzioni, e dai professionisti dell’informazione per accaparrare consenso, visibilità e credibilità: un corretto utilizzo può cambiare le sorti di un’elezione politica, del voto di una legge, o delle vendite di un quotidiano.
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Turchia, un sondaggio rivela gli umori della popolazione turca

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

di Matteo Meloni, da Il Portico del 20 ottobre 2013

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Giunto all’undicesimo anno di governo, l’AKP di Recep Tayyip Erdoğan punta sulle riforme per riguadagnare consensi in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Gli episodi di Gezi Park (raccontati sulle pagine di questo giornale) hanno scalfito la figura del Premier, senza però abbatterne, tra gli elettori, il carisma e l’appeal. Il principale bacino elettorale dell’AKP risiede nell’Anatolia centrale, area fortemente legata all’islam e che ha beneficiato ampiamente, nel corso degli anni, delle misure adottate del governo in carica. Un recente sondaggio svolto sull’opinione pubblica turca dalla società MetroPOLL ha sancito una certa stanchezza dell’elettorato verso l’attuale panorama politico, con il 45% degli intervistati che vorrebbe un nuovo partito sulla scena istituzionale. Ma, al momento, lo scenario politico non permette l’affermazione di una forza nuova capace di affermarsi sul predominante AKP. Il partito di Erdoğan salì al potere in maniera repentina in un momento particolare per la Turchia, all’indomani di un terremoto – 30 volte più forte di quello registrato in Irpinia – che ha tolto alla popolazione la fiducia verso i partiti allora esistenti e verso lo Stato, e di una crisi economica che ha segnato uno spartiacque nella recente storia della Nazione. Se oggi si andasse a votare con le attuali forze in campo, l’AKP guadagnerebbe il 43,5% dei consensi, con i kemalisti del Partito Popolare Repubblicano staccati al 20,3%. Ma, tra gli altri, è stato elaborato un dato molto significativo: il 43,7% degli elettori dell’AKP ha dichiarato che, se esistesse una nuova compagine politica, la voterebbero. Ciò dimostra la forte volatilità del voto in Turchia, e che non tutto l’elettorato di Erdoğan è disposto a votare l’AKP sempre e comunque. Oggi non sembrano essere presenti forti elementi di rottura tra l’elettorato e i partiti, per quanto i fatti di Gezi Park siano fortemente impressi nell’opinione pubblica. Nonostante la forte ramificazione del partito di governo su tutto il territorio nazionale, il 24,1% della popolazione si ritiene “Atatürkista”, e il 49,4% degli elettori si posizionano, secondo il sondaggio, a destra. Tra gli esponenti istituzionali, Erdoğan è in svantaggio nei consensi rispetto al Presidente della Repubblica Abdullah Gül: gli elettori intervistati hanno dichiarato che se alle prossime elezioni presidenziali dovessero presentarsi entrambi, il 50,3% voterebbe l’attuale Presidente in carica, mentre solo il 29,3% voterebbe il Premier uscente. Gül è visto come figura più imparziale rispetto ad Erdoğan, con il primo considerato più adatto a svolgere il ruolo di Presidente della Repubblica. Il sondaggio di MetroPOLL, inoltre, ha sancito che il 55,8% degli elettori è convinto che il governo intervenga sui media: questo dato non è stupefacente perché i gruppi editoriali che possiedono i giornali hanno forti legami col governo. Per quanto riguarda il ruolo dei militari, il 39,1% degli intervistati ritiene che la tradizione dei colpi di Stato sia ancora viva. Il quadro realizzato dal sondaggio porta a pensare che Erdoğan abbia voluto, con il pacchetto di riforme, riprendere lo spirito riformista degli albori dell’AKP per poter riconquistare in pieno la fiducia dell’elettorato. Dopo Gezi Park era naturale un’inversione di rotta, e le riforme appena varate potrebbero portare la Nazione turca verso la piena e completa armonizzazione delle varie componenti presenti nel Paese. Le forze politiche hanno accettato in maniera diversa le riforme volute dall’AKP: se per i Nazionalisti sono state fatte troppe concessioni verso le minoranze, per i curdi non è stato fatto abbastanza. Quello delle riforme sarà un lungo processo che vedrà la popolazione protagonista e in prima linea nella loro attuazione.

Titolo originale dell’articolo: “Ma quello delle riforme è un cammino lungo”

Nazioni Unite, l’Arabia Saudita rifiuta il seggio al Consiglio di Sicurezza

L'Arabia Saudita ha rifiutato il seggio al Consiglio di Sicurezza dell'ONU.

L’Arabia Saudita ha rifiutato il seggio al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Clamorosa decisione dell’Arabia Saudita. Scelta come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Riyad, con una nota rilasciata dall’agenzia di stampa Spa, spiega la rinuncia al massimo organismo decisionale sostenendo la non funzionalità del Consiglio di Sicurezza, incapace, secondo la monarchia saudita, di saper prendere decisioni adeguate. In particolare, la nota lamenta la lentezza del Consiglio di Sicurezza nella gestione della crisi siriana, e soprattutto la mai risolta questione palestinese. Continua a leggere

Siria, effetto Francesco sulle decisioni dell’Onu: approvato nei giorni scorsi un documento interlocutorio

Papa Francesco: il suo monito ha permesso alla diplomazia internazionale di realizzare un passo in avanti verso l'accordo.

Papa Francesco: il suo monito ha permesso alla diplomazia internazionale di realizzare un passo in avanti verso l’accordo.

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 6 Ottobre 2013

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All’indomani della pubblicazione del rapporto ONU sull’uso delle armi chimiche in Siria, la comunità internazionale si interroga su quali siano le soluzioni attuabili per risolvere la guerra civile in atto. Se dal dossier degli ispettori si evince che le armi proibite sono state effettivamente utilizzate, rimane ancora oscura la matrice: sia l’esercito governativo di Assad che i ribelli respingono al mittente le accuse. Stati Uniti e Russia muovono con attenzione le pedine sullo scacchiere mediorientale, con Washington immediatamente stoppata da Mosca all’idea di un intervento militare nel Paese. Con una lettera pubblicata sul New York Times, Vladimir Putin chiede a Barack Obama se ritiene utile  un’azione di forza in Siria per gli interessi americani nella regione, invitandolo a ragionare sui possibili risvolti negativi dell’eventuale intervento. Intanto i ministri degli esteri di Russia e USA, Lavrov e Kerry, si sono incontrati a Ginevra per segnare la strada che Damasco dovrà percorrere per uscire dalla crisi: è stato elaborato un calendario di controlli sull’arsenale siriano, che dovrà essere approvato dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. In questa fase, sarà molto importante il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È l’ambasciatore britannico presso l’ONU, Mark Lyall Grant, a confermare formalmente l’avvenuto accordo: i cinque membri permanenti hanno elaborato una risoluzione comune che affronta la questione in maniera partecipata e condivisa. Il voto del Consiglio, arrivato nella giornata di venerdì 27 settembre, è stato unanime e ha tenuto conto delle richieste principalmente di Stati Uniti e Russia, che in un certo modo si sono venute incontro. Il documento, seguendo l’indicazione russa,  non è stato posto sotto l’ombrello del Capitolo 7 della Carta dell’Onu che prevede l’automatismo di misure punitive e, se necessario, anche l’uso della forza in caso di inadempienza. Pertanto, nel caso in cui Bashar al-Assad non dovesse rispettare gli accordi, la comunità internazionale potrà ricorrere all’uso della forza solo dopo l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza di una ulteriore risoluzione. Il testo in discussione potrebbe inoltre dare nuovo impulso alla convocazione di una Conferenza internazionale per trovare una soluzione politica alla crisi siriana. La bozza, infatti, riafferma l’impegno comune a convocare un summit a Ginevra dove tutti gli attori coinvolti e le differenti posizioni del popolo siriano siano rappresentati. Tuttavia, molti sono i possibili ostacoli al dialogo politico a partire dalla difficoltà di portare attorno ad un tavolo i rappresentanti dell’opposizione siriana sempre più frammentata, dalle richieste avanzate dal governo di Damasco e dal ruolo che potranno svolgere paesi chiave quali l’Iran. Soddisfatta l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU Samantha Power che, in una dichiarazione, ha affermato che “La bozza di risoluzione della Siria stabilisce che l’uso di armi chimiche è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e crea una nuova norma contro l’uso di gas letali”. La strada che ha portato all’accordo della comunità internazionale è stata segnata da numerose discussioni, incomprensioni, e appelli, questi ultimi giunti in particolar modo da Papa Francesco che in più di un’occasione ha chiesto con fermezza la fine della guerra e una soluzione pacifica del conflitto. “Rimane sempre il dubbio se questa guerra, così come le altre, siano finalizzate alla vendita di armi, o al loro commercio illegale”, ha detto Francesco durante l’Angelus dell’8 settembre. “C’èuna guerra più profonda che dobbiamo combattere, tutti! È la decisione forte e coraggiosa di rinunciare al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, pronti a pagare di persona: ecco il seguire Cristo, ecco il prendere la propria croce! Questo comporta, tra l’altro – ha continuato il Pontefice – dire no all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale. Questi sono nemici da combattere uniti e con coerenza, non seguendo altri interessi se non quelli della pace e del bene comune”.

Siria, consegnato il dossier a Ban Ki-moon: “Ci sono prove chiare ed evidenti dell’utilizzo di armi chimiche”. Ma da chi?

Ban Ki-moon. Foto: www.loccidentale.it

Ban Ki-moon. Foto: http://www.loccidentale.it

Dossier armi chimiche consegnato a Ban Ki Moon

di Matteo Meloni, da l’Occidentale del 17 Settembre 2013

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Secondo gli ispettori Onu, all’alba del 21 agosto scorso in Siria, a Damasco, sono state usate armi chimiche. Il tanto atteso rapporto degli onusiani è finalmente giunto nelle mani di Ban Ki-moon. Il documento, consegnato al Segretario Generale dal capo degli ispettori Åke Sellström, recita che “ci sono prove chiare ed evidenti” dell’utilizzo del gas Sarin durante gli scontri del 21 agosto. Il gas, secondo il rapporto, è stato utilizzato nelle località di Ein Tarma, Moadamiyah, Zamalka e Ghouta, nei pressi di Damasco. Dopo giorni di apprensione, legati al paventato intervento unilaterale statunitense nel Paese, la defezione britannica seguita dal voto contrario a Westminster, e la presa di posizione di Putin giunta via lettera pubblicata sulle pagine del New York Times, la diplomazia internazionale potrà ora ragionare in maniera concertata sui passi da seguire nei confronti del governo di Bashar al-Assad. Il vertice Stati Uniti-Russia svolto a Ginevra alla presenza del Segretario di Stato John Kerry e del Ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha individuato il percorso che Damasco dovrà seguire per scongiurare un intervento armato. Lavrov ha spiegato che si potrà stilare un calendario dei controlli sull’arsenale siriano solo dopo l’approvazione del documento preparato da Washington e Mosca da parte della OPCW, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. E Assad ha dichiarato che è pronto a sottoscrivere la Convenzione sulle armi chimiche. Se da un lato è giunta la prova inconfutabile dell’uso delle armi vietate, dall’altro, a seconda della lettura data dalle parti in gioco, rimane incerta la mano che ha concretamente usufruito del Sarin. Gli scenari possibili all’indomani della pubblicazione del documento delle Nazioni Unite, infatti, sono molteplici e affatto scontati, e una lentezza da parte di Assad nell’accettare i controlli sull’arsenale in suo possesso potrebbe essere letta da Obama come il tentativo di nascondere le armi in altri Paesi confinanti o vicini – Iraq o Iran –, mossa che irriterebbe Washington, spingendola all’attacco unilaterale. In seno al Consiglio di Sicurezza si creerebbe uno stallo già visto in numerose occasioni, con Russia e Cina che non accetterebbero l’intervento di una task force dei Caschi Blu. L’incertezza rimarrà la compagna di viaggio delle diplomazie, mentre al largo di Damasco sono già presenti diverse navi da guerra di Stati Uniti, Russia, Cina e l’italiana Andrea Doria.

Siria: la tutela dei diritti umani pretesto per violare il diritto internazionale

Gabriele Pedrini dell'Università di Cagliari

Gabriele Pedrini dell’Università di Cagliari

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Gabriele Pedrini ha trascorso un periodo di studio a Damasco, capitale della Siria, nell’ambito del Dottorato di Ricerca in svolgimento presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari, e racconta a Il Portico le vicende sociali, politiche e strategiche che investono il Paese del vicino oriente.

Quali sono le forze in campo nella guerra civile in atto e quali circostanze hanno portato alla situazione attuale?

La situazione attuale è senza dubbio il frutto di un ridisegno della mappa geopolitica che dalla Tunisia arriva alla Siria, ideato e attuato secondo una logica ben precisa. Non è possibile prescindere da questa contestualizzazione. Esistono indubbiamente fattori interni alla Siria che hanno costituito il terreno fertile per un tentativo di destabilizzare il governo di Damasco

Quali?

Un generale malcontento per la situazione economica di un Paese sottoposto da anni ad embargo; la tradizionale opposizione del movimento islamista dei Fratelli musulmani, a cui si è aggiunta, nel corso del conflitto civile, una variegata galassia di sigle riconducibili al rigorismo e all’intransigenza salafita. Tuttavia, negli eventi siriani, i fattori interni sono secondari o, meglio, “accessori e strumentali”: sono quelli esterni ad aver scatenato e alimentato il dramma in corso. Il Paese non solo non rientra nella sfera di influenza statunitense, ma la sua tradizionale politica di sostegno alla resistenza palestinese e a quella libanese l’ha fatto assurgere, nella visione politica statunitense, a “Stato canaglia” del cosiddetto “Asse del Male”. Di contro, la Siria rientra nella sfera di influenza russa sin dall’era sovietica.

È in quest’ottica che si deve cogliere la chiave di lettura degli eventi in corso?

Si, è un vero e proprio conflitto tra potenze. Pertanto, è necessario fare chiarezza: la tutela dei diritti umani, le armi di distruzione di massa e altre questioni morali non sono altro che il pretesto e la copertura “ideologica” per violare i principi del diritto internazionale di sovranità e di non-ingerenza nelle questioni di politica interna degli Stati, nonché per rendere una guerra maggiormente accettabile dalle opinioni pubbliche. Si tratta di una strategia inaugurata con la guerra alla Serbia e proseguita in Afghanistan, Iraq, Libia e, oggi, in Siria. Si rileva, infine, che le forze attive in questo conflitto sono maggiormente esterne a Damasco, il che pone in dubbio la definizione stessa di “guerra civile”, a meno che non la si voglia intendere come una guerra combattuta sulla pelle della popolazione civile.

A quale strada potrebbe portare l’eventuale intervento statunitense?

L’obiettivo finale degli Stati Uniti è quello di rovesciare il governo di Damasco per sostituirlo con uno affine alla propria politica. Ciò nonostante i due anni e mezzo di conflitto hanno dimostrato che il governo è sostanzialmente stabile e gode di un significativo consenso tra la popolazione. E, come se non bastasse, a minacciare gli obiettivi di Washington sono sopraggiunte le significative vittorie militari che il governo ha ottenuto contro i ribelli. Il presunto uso di armi chimiche da parte del governo ha costituito il pretesto per cercare di intervenire direttamente e cambiare le sorti del conflitto. Tuttavia, in questa fase, gli Stati Uniti non intendono buttarsi in una guerra totale contro la Siria. Il quadro è molto intricato, gli interessi in gioco sono significativi per le varie parti in gioco e il conflitto mondiale si nasconde dietro l’angolo. L’obiettivo a breve termine sarà quello di evitare il successo definitivo del governo contro i ribelli, ridurre la sua capacità militare per riequilibrarla a quella dei ribelli e cercare così di ridimensionare le vittorie governative. Ovviamente questo significherà posticipare la fine del conflitto, con tutte le conseguenze – e sofferenze – del caso.

Siria, la rete degli interessi dietro l’idea del conflitto

La crisi in Sria. Nella foto: manifestanti anti Assad. Foto: www.formiche.net

La crisi in Sria. Nella foto: manifesto anti Assad. Foto: http://www.formiche.net

Cosa si nasconde all’ombra delle forti superpotenze

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“L’ordine di attacco è pronto, ma chiederò al Congresso il via libera”. Le parole di Obama, pronunciate durante la conferenza stampa attesa da ore e seguita in tutto il mondo svoltasi nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, segnano un punto fermo nell’eventuale attacco alla Siria. Dopo aver perso definitivamente l’appoggio dello storico alleato britannico – la Camera dei Comuni ha infatti votato contro l’attacco, infliggendo un duro colpo alla maggioranza conservatrice-liberale guidata da Cameron – il Presidente statunitense, nonostante le prerogative costituzionali gli diano il potere di intraprendere un’azione militare senza il voto del Congresso, ha preferito delegare alle istituzioni la scelta sulla guerra a Bashar al-Assad. Che gli Stati Uniti fossero pronti all’intervento si era già inteso dalla dichiarazione del 26 agosto del Segretario di Stato, John Kerry:  “L’uso delle armi chimiche, come il tentativo di coprirne il ricorso, offende tutta l’umanità, e il presidente Barack Obama ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne”. Frasi propedeutiche a quelle di Obama. Il presidente siriano è accusato di aver consentito all’esercito l’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile in corso nel Paese dal 2011. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono alla ricerca delle prove che possano sancire il reale utilizzo delle armi chimiche, chiedendo una proroga nelle indagini per poterne accertare l’uso. In passato le ispezioni dell’Onu si rivelarono inefficaci – nonostante non furono riscontrate irregolarità – perché non bastarono per fermare la guerra intrapresa dagli Stati Uniti, con una coalizione di Paesi tra i quali l’Italia, contro l’Iraq governato, allora, da Saddam Hussein, accusato di aver utilizzato armi chimiche contro la popolazione curda residente nel Paese, e di essere in possesso di armi di distruzioni di massa. La situazione del vicino e medio oriente rimane, senza soluzione di continuità, incandescente: con l’Egitto in piena crisi d’identità e la questione israelo-palestinese al palo, un nuovo intervento occidentale nell’area potrebbe scatenare un conflitto regionale. L’Iran – che ha recentemente visto trionfare alle elezioni la parte politica avversa ad Ahmadinejad – ha  già avvisato che il pericolo d’instabilità è reale, e sembra delinearsi una nuova divisione in blocchi tra le principali forze in campo come ai tempi della Guerra Fredda, con la Russia nettamente contraria ad una azione militare. La Siria confina a nord con la Turchia, Paese con il quale sembrava aver appianato le divergenze dopo la sottoscrizione di alcuni accordi di carattere commerciale, ma con lo scoppio della guerra civile i rapporti si incrinarono, in quanto Ankara ha dovuto accogliere in questi anni un numero elevato di profughi, e gestire gli scontri armati al confine. La Turchia ha accusato più volte Damasco di voler provocare un conflitto, e la NATO è più volte intervenuta a riguardo, garantendo il suo appoggio all’alleato turco. A questa lettura della crisi vanno aggiunti gli interessi di carattere economico, che hanno ripercussioni in senso geopolitico e strategico: l’Iran, l’Iraq e la Siria hanno recentemente firmato un accordo per la costruzione di un gasdotto che porterebbe il combustibile sulla costa mediterranea; tale accordo è ostacolato dagli Stati Uniti, preoccupati che l’Iran, in questo modo, guadagnerebbe terreno sotto l‘aspetto commerciale e, così, spingendo ulteriormente la ricerca del programma nucleare, ostacolato da Washington. Tra gli alleati europei degli Stati Uniti, la Francia di Hollande pare orientata ad un supporto all’azione militare, mentre l’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Bonino, si è defilata dal possibile attacco. Ad oggi la guerra civile siriana conta un numero di morti che si aggira intorno ai centomila.

Michelangelo Guida, L’AK Parti tra islamismo e post islamismo

di Matteo Meloni

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Michelangelo Guida, docente di Sociologia alla Fatih University di Istanbul

Nei giorni scorsi si è tenuta a Cagliari una due giorni di conferenze sulla attuale situazione politica in Turchia. Sono stati ospiti dell’evento Michelangelo Guida e Mehmet Günenç, docenti della Fatih University di Ìstanbul, ateneo con il quale l’Università di Cagliari – e la facoltà di Scienze Politiche in particolare, sotto l’egida della Prof.ssa Baldussi e del Prof. Melis – ha instaurato un rapporto finalizzato alla crescita culturale degli studenti nell’ambito del programma Erasmus. Guida risiede in Turchia dagli anni del dottorato di ricerca: motivi di carattere didattico e sentimentale lo trattengono nella vecchia Costantinopoli. Professore Associato alla Fatih University presso il dipartimento di Scienze Politiche e della Pubblica Amministrazione, Guida racconta l’evoluzione della politica e della società turca dagli anni della Rivoluzione dei Giovani Turchi fino ai giorni nostri. “La Turchia vive una straordinaria fase storica, che la porta ad essere un Paese di riferimento per tutta l’area del vicino e medio oriente. Con la nascita della Turchia repubblicana – ricorda Guida – si vanno a creare due centri di potere: quello di Ankara, politico, e quello di Ìstanbul,
prettamente economico. Dal 1925 inizia il processo di laicizzazione, portato avanti dal regime Kemalista il quale assume una forma autoritaria, anche prendendo spunto dai fatti italiani”. Per numerosi anni la sfera religiosa viene tenuta lontana dalla politica, proprio a causa dello straordinario sforzo tramite il quale i militari hanno osteggiato ogni forma partitica basata sul credo, nella fattispecie musulmano. “Dopo la seconda guerra mondiale – continua Guida – si intraprende
un processo di liberalizzazione del sistema partitico che porterà al multipartitismo: oltre ad un graduale ritorno dei simboli religiosi, si vanno a creare formazioni partitiche musulmane, ci sarà un rinnovo del sistema politico e i nuovi partiti religiosi assumeranno sempre più le caratteristiche della nuova modernità. Tra i precursori della nuova religiosità nell’ambito politico ricordiamo Erbakan: egli riuscirà ad amalgamare varie visioni dell’Islam nella versione partitica, giungendo al 1969 ad essere eletto nel parlamento come Indipendente. Egli capì – aggiunge Guida – che per poter essere ascoltati da una pluralità di cittadini fosse necessario portare avanti rivendicazioni di carattere generale: identità nazionale senza abbandonare la religiosità musulmana, critica verso le èlite economiche di Ìstanbul e comprensione verso le rivendicazioni delle altre realtà, maggiore apertura verso il resto dei bisogni del Paese”. Il movimento di Erbakan non cambia idee e contenuti fino al 1997: fortemente antieuropeo e antiamericano; statalista; portato a favorire la periferia rispetto al centro. Dopo il successo elettorale del 1995 Erbakan sostanzialmente verrà defenestrato dalla guida del Governo. “I militari imposero al Premier una riforma del sistema di istruzione in senso laico: non potendola accettare, egli si dimise. L’aneddoto importante sta nel fatto che ogni qualvolta i militari impongono una loro politica e consegnano in maniera formale al Premier la loro decisione in un documento, in quel momento il palazzo nel quale risiede il Governo viene sorvolato da un aereo dell’aeronautica: questo è un modo per ribadire ulteriormente la loro forza sul sistema”. La svolta arriverà con la nuova formazione politica di Erdoğan. “L’attuale Premier svolse una rivoluzione nel movimento musulmano nel quale militava. Prima divenne sindaco di Ìstanbul, avvenimento che lo porterà alla ribalta della politica nazionale per tutti gli interventi di miglioramento della città (dalle strade all’illuminazione, ai parchi), poi fondò l’AK Parti (sigla AKP): nel 2002, con la nuova formazione, vince le elezioni con una maggioranza parlamentare ampissima”. Come giudicare il nuovo partito? “In italiano – spiega Guida – se dicessi “islamista” farei, secondo i puristi della materia, un errore in quanto con tale parola si definisce lo studioso dell’Islam; in inglese non esiste questo problema perché la parola “islamist” indica un movimento
intellettuale su basi musulmane. E’ questo che è l’AKP: la politica del partito è estesa a tutto il Paese e all’interno del movimento sono presenti personalità di tutte gli ambiti sociali”. Avvengono, però, dei cambiamenti nelle strategie di politica estera. “I nuovi eventi economici – afferma Guida – portano la nomenclatura turca ad attuare una strategia diversa dal passato: meno vicina ai Paesi occidentali e più rivolta verso est. La Cina, la Russia, i Paesi del Golfo e gli Stati ex satellite
dell’URSS sono i nuovi obiettivi di investimento della Turchia: il normale pragmatismo di una Nazione – conclude Guida – che pensa all’evoluzione del suo Popolo”.