Etichettato: Stati Uniti

Qassem Soleimani, come si è arrivati alla sua morte

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

L’uccisione per mano statunitense di Qassem Soleimani, membro d’alto rango della nomenclatura della Repubblica Islamica, a capo delle Forze Quds, architetto delle operazioni anti-Daesh, rappresenta un drammatico punto di svolta nel conflitto latente tra Iran e Stati Uniti.

L’intervento avviene nell’anno delle elezioni presidenziali negli States e potrebbe costituire il casus belli per una guerra regionale dalla portata inimmaginabile. Pochi giorni fa, il 31 dicembre, dal resort di Mar-a-Lago in Florida, il Presidente Donald Trump ha dichiarato di non volere la guerra con Teheran, aggiungendo di non aspettarsi un conflitto con la Repubblica Islamica: “Do I want to? No. I want to have peace. I like peace. And Iran should want to have peace more than anybody. So I don’t see that happening”.

La notizia del raid aereo, in territorio iracheno, contro Soleimani e Abu Mahdi al-Muhandis, un suo consigliere, è legata all’approvazione dell’attacco da parte di Trump, come confermato dal Pentagono: “At the direction of the President, the U.S. military has taken decisive defensive action to protect U.S. personnel abroad by killing Qasem Soleimani, the head of the Islamic Revolutionary Guard Corps-Quds Force, a U.S.-designated Foreign Terrorist Organization”.

Dopo l’attacco delle forze statunitensi contro Kata’ib Hizbollah, con le milizie filo-iraniane accusate dell’uccisione di un contractor civile Usa nella base operativa di Kirkuk di Inherent Resolve, l’Iran ha contestato l’intervento a livello diplomatico, chiamando in causa l’incaricato d’affari della Svizzera a Teheran, rappresentante degli interessi statunitensi nel Paese, e stigmatizzato le dichiarazioni degli esponenti Usa, definite “in violazione della Carta delle Nazioni Unite”.

L’avvenimento odierno segna la fine dell’accordo sul nucleare, il JCPoA: non è necessaria la sfera di cristallo per immaginare che avrà ripercussioni a livello economico, enfatizzerà le divisioni claniche in Iraq, peggiorerà la vita delle fasce più deboli della popolazione in contesti come la Palestina, la Siria e lo stesso Iran.

Ancora una volta, mette l’Unione Europea alle strette, per l’innata contraddizione di non avere una politica estera veramente comune, incapace di rendersi autonoma rispetto alle volontà statunitensi chiaramente negative per il Vecchio Continente, con i singoli Stati che corrono su singoli binari.

Shutdown: la maggioranza dei cittadini statunitensi contraria al nuovo muro anti-migranti

Lo rivela il Pew Research Center: il 58% degli elettori contrario a nuovi finanziamenti del muro di confine con il Messico. E Trump, senza i cuochi della Casa Bianca, offre un banchetto a base di patatine e hamburger

Articolo pubblicato su Eastwest il 17 gennaio 2019

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Se lo shutdown fosse un piccolo incidente di percorso, ci sarebbe da sorridere alle immagini della tavola imbandita alla Casa Bianca con hamburger del McDonald’s, di Burger King e Wendy’s. Purtroppo non è uno scherzo da poco, visto che quello che è lo shutdown più lungo nella storia degli Stati Uniti sta costando caro alla classe media ed operaia, quella che Trump ha promesso di difendere durante la campagna elettorale del 2016.

I 38 milioni di cittadini che necessitano dell’assistenza governativa per acquistare cibo non possono fare a meno del programma food-stamp, con le risorse che presto termineranno salvo un rifinanziamento tempestivo. O ancora, gli insegnanti pubblici che per sopravvivere devono svolgere due lavori non possono resistere a lungo senza lo stipendio federale. Per non parlare della Guardia Costiera: per la prima volta in assoluto membri delle forze armate statunitensi non hanno ricevuto il salario a causa di uno shutdown.

Il sondaggio Pew dimostra chiaramente quanto sia polarizzante la figura di Trump. Infatti, chi appoggia il Presidente appoggia il muro, chi non lo sostiene non accetterebbe un accordo per il suo finanziamento. E i dati dicono che l’82% dei repubblicani (in crescita del 10% rispetto alla precedente rilevazione) vogliono il border wall, contro il solo 6% dei democratici a favore (in calo dal 13%). In generale, il 58% degli statunitensi non vuole nuovi finanziamenti per il muro col Messico.

Il gradimento degli elettori verso Donald Trump è fermo al 37%, con il 96% di democratici contrario alle sue politiche e l’80% di repubblicani a favore. È il gap più ampio mai registrato in 60 anni di rilevazioni statistiche.

Midterm, le elezioni del 2018

Referedum pro o contro Trump: quale sarà l’esito delle elezioni di midterm? Cosa cambierà per i cittadini degli Stati Uniti?

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Ho scattato questa foto nel 2015 a New York, davanti alla Rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Era tardi, faceva freddo, un uomo si occupava delle pulizie nella lobby dell’ufficio.

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La lobby della Rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite a New Yorl.                   Foto: ©Matteo Meloni

Appese sul muro, le foto dell’allora Presidente, Barack Obama, e del suo più stretto entourage: Joe Biden, il Segretario di Stato John Kerry, la Rappresentante USA all’Onu Samantha Power. Sembra passata un’eternità da quel giorno.

Quell’anno fu siglato l’importante accordo sul nucleare iraniano, quel Joint Comprehensive Plan of Action che Donald Trump prova ad affondare quotidianamente. Quell’anno la crisi migratoria nel Mediterraneo raggiungeva cifre impressionanti. Quell’anno la guerra al terrorismo era dura, durissima: l’ISIS si espandeva in Siria e in Iraq, e colpiva duramente Parigi al Bataclan. Quell’anno c’era ancora la speranza, tra gli elettori statunitensi, che un futuro migliore potesse esserci.

I candidati alla Presidenza dei due partiti del sistema bipolare degli States rivaleggiavano nei comizi in tv: i democratici si ritrovarono in due — Clinton e Sanders —, dall’altra parte Trump distruggeva purosangue della politica come l’ultimo della dinastia Bush, Jeb. La speranza fu annientata. Come andò a finire lo sanno tutti.

Così come tutti conoscono gli errori fatti in entrambe le formazioni. Il sistema elettorale degli Stati Uniti è “rigged”, truccato fino al midollo, la rappresentanza popolare è di difficile attuazione, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Un trend che va avanti in tutti i Paesi, specie quelli che hanno donato l’anima al capitalismo sfrenato.

Le elezioni di midterm di oggi porteranno qualche cambiamento nei volti, ma per una modifica radicale della sostanza ci vorrà tanto tempo. Quello che succede a Washington ha sempre conseguenze, l’onda si estende sia nell’Atlantico che nel Pacifico. Può colpire come uno tsunami: l’elezione di Trump lo dimostra.

Servono barriere culturali per fermare una tale onda anomala, e noi, in Europa, ne siamo privi. Attendiamo la devastazione, senza mai capire fino in fondo il perché.

Un mondo senza WTO?

Quali sarebbero le conseguenze della fine dell’Organizzazione Mondiale del Commercio

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Ricordo spesso questo fatto: Luigi Bonanate, professore di Relazioni Internazionali dell’Università di Torino, qualche anno fa nel corso di una conferenza alla quale partecipai affermò che la mia generazione avrebbe assistito alla terza guerra mondiale. La platea – fatta di giovani studenti universitari e altri docenti – rimase tra l’ammutolito e il divertito, pensando che un tale avvenimento fosse davvero remoto, se non impossibile.

Remoto e impossibile, si pensava, perché fino ad allora nessuno aveva messo in discussione il WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il WTO nasce non solo per regolare il commercio internazionale e le dispute tra i vari Stati, ma proprio per rendere gli scambi economici così tanto fitti da far risultare scoraggiante e troppo costoso un conflitto.

Ecco perché tutti noi – dall’imprenditore al ricercatore universitario, dal panettiere al titolare di un ristorante – dovremmo preoccuparci della fine di un vecchio mondo istituzionale che ha gravi ed evidenti pecche senza pensare, prima, ad una adeguata alternativa. Specie se l’out-out sulla vetusta concezione dei rapporti tra Stati viene dal Presidente di una Nazione ricca (dove è radicata fino al midollo un’ingiustizia sociale disarmante) che non crede più nei rapporti multilaterali, lasciando il resto della comunità internazionale allo sbando.

John McCain, la vittoria nella sconfitta

Il Senatore, veterano della guerra del Vietnam, lascerà un vuoto difficilmente colmabile nel Partito Repubblicano di Donald J. Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Mancherà alla politica statunitense John McCain, il Senatore repubblicano che da anni lotta contro un tumore al cervello. McCain non si è mai sottratto alla discussione politica, prendendo posizione contro il suo partito, assumendo un ruolo sempre istituzionale.

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Photo: Politico.com

John McCain sarebbe stato un buon Presidente, ma la storia ha preso un corso differente. Sicuramente avrebbe ricoperto il ruolo di inquilino della Casa Bianca più dignitosamente di Donald J. Trump, che già nel 2015 attacco McCain – pilota ed eroe della guerra in Vietnam, imprigionato e torturato per quasi cinque anni e mezzo nel cosiddetto “Hanoi Hilton” – affermando: “Non è un eroe di guerra. Era un eroe di guerra perché è stato catturato. A me piacciono quelli che non sono stati catturati”.

Bernie Sanders, Senatore socialista e ben lontano dalle posizioni di McCain, ha sempre sottolineato la bontà dell’uomo, nonostante le differenze ideologiche. “John è molto rispettato al Senato, non solo per la sua storia di vita e la sua prigionia, ma anche per il suo coraggio”. Negli anni, Sanders e McCain hanno collaborato nella tutela dei diritti dei veterani di guerra.

McCain nelle sue memorie è arrivato ad ammettere che “la guerra in Iraq è stata un errore, un grave errore, e io devo condividere una parte di questa colpa”.

John McCain rappresenta la politica fatta di toni incisivi ma educati, dove il rispetto del sistema e dell’avversario politico vengono prima dell’attacco. Doti che le classi dirigenti stanno perdendo, senza le quali si giunge al conflitto perenne. Quel conflitto che McCain ha visto con i suoi occhi, e ha cercato di non riprodurre nel ruolo di rappresentante dei suoi elettori.

Stranger Things entra al Congresso degli Stati Uniti

La serie TV in onda su Netflix usata dal membro della Camera dei Rappresentanti David Cicilline per spiegare la situazione del Paese all’indomani dell’elezione di Donald Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Succede anche questo negli Stati Uniti, che sembrano vivere un vero e proprio “sottosopra” dall’elezione di Donald J. Trump: il democratico Congressman David Cicilline, membro della House of Representatives, in un intervento al Congresso si presenta con un cartello che recita “Trump Things” riprendendo la trama del telefilm Stranger Things, in onda su Netflix.

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Il cartello usato da David Cicilline nel corso del suo intervento al Congresso degli Stati Uniti

Cicilline parla di un Paese Upside Down, dove “il giusto è sbagliato, ciò che sta su ora sta giù, ciò che è nero ora è bianco”. E attacca le politiche di Trump: “Si avvicina a Valdimir Putin e volta le spalle ai nostri alleati tradizionali. Firma un ordine esecutivo per la costruzione del muro col Messico ma i cittadini di Flint, nel Michigan, sono ancora senza acqua potabile”.

“No, stavolta Jim Hopper – il Capo della Polizia della serie Stranger Things – non verrà a salvarci. Questo non è uno show della TV. Questa è la vita reale. E come Mike, Lucas, Dustin e Eleven, dobbiamo vigilare affinché questa amministrazione possa gestire le proprie responsabilità, così da poter scappare dalla nostra versione di Upside Down”, conclude Cicilline.

Ieri notte ho pubblicato un tweet riguardo l’intervento di Cicilline al Congresso. Mi ha ringraziato. Un membro del Parlamento italiano non l’avrebbe mai fatto, ma uno degli Stati Uniti, sì.

Viviamo davvero in un mondo “sottosopra”.

Bowling Green, il massacro mai avvenuto

Come è facile manipolare l’opinione pubblica attraverso gli alternative facts

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Avete mai sentito parlare del Massacro di Bowling Green?

Probabilmente no, ma se siete avvezzi a credere alle bufale di siti internet quali sostenitori.info, gazzettanews24, Stop Euro (per una lista di fonti non attendibili vi rimando a www.bufale.net) non siete molto diversi dagli elettori statunitensi che hanno creduto ad una serie di “Alternative Facts” portata avanti da vari media – Breitbart in primis – e che hanno contribuito all’elezione di Donald J. Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

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Kellyanne Conway, Consigliere di Donald Trump, inventore del Bowling Green Massacre

Secondo un sondaggio nazionale condotto dalla Public Policy Polling il 66% degli americani ritiene che gli Stati Uniti siano una Nazione sicura, contro il 23% che pensa l’esatto contrario.

Solo il 45% degli statunitensi pensa sia giusto il Muslim Ban e tra questi, il 51% crede che sia necessario a causa del Massacro di Bowling Green. Che non è mai avvenuto.

È un fatto inventato da Kellyanne Conway nel corso di alcune interviste. Consigliere di Trump, Conway ha utilizzato questa bufala per giustificare lo stop all’ingresso negli USA per i cittadini provenienti da alcuni Stati a maggioranza musulmana.

Qual è la morale di questa storia? Semplicemente, l’ignoranza è una brutta bestia, ma si può sempre migliorare.

La Russia dietro l’elezione di Trump?

Le accuse di Washington verso Mosca, se appurate, metteranno gli Stati Uniti di fronte ad una prassi da loro stessi utilizzata nel passato

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Solo i finti analisti che recitano verità assolute prendendo in considerazione un lasso di tempo cortissimo, o coloro i quali non hanno mai aperto un libro di storia non si rendono conto che i corsi e ricorsi storici esistono. E gli Stati Uniti, che la storia mondiale l’hanno davvero cambiata durante il Secolo Breve e in questi quasi 20 anni del duemila, non ne sono immuni.

Nonostante Washington sia una superpotenza, e solo a fasi alterne riesca a comprendere fino in fondo le conseguenze delle azioni che compie, può scoprirsi fragile. Come a Pearl Harbor. Come l’11 settembre. Come durante le ultime elezioni che hanno consegnato la vittoria a Donald Trump, esito elettorale che – si dice – è stato pilotato dal governo russo.

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Salvador Allende. Photo: Robert Quiroga/Associated Press

Ariel Dorfman, Professore emerito di letteratura alla Duke University, è cileno. Oggi il New York Times ospita un suo articolo  dove egli ricorda i sentimenti provati all’indomani dell’11 settembre 1973, che ha visto il bombardamento del Palacio de la Moneda e la morte del Presidente eletto Salvador Allende. Il Cile ha assistito alla morte della democrazia sotto i colpi dell’esercito governativo sovvenzionato dalla CIA.

…i corsi e ricorsi storici esistono, e anche gli Stati Uniti dovrebbero tenere questo principio bene a mente

Dorfman non è felice all’idea che la Russia possa aver cambiato l’esito elettorale delle elezioni 2016. Ma invita i suoi neocontittadini statunitensi, e la politica intera, ad un esame di coscienza per imparare dagli errori di Washington avvenuti nel passato e nei giorni nostri. Chiede che il Presidente designato crei una commissione d’inchiesta sul voto di novembre, e che Trump smetta di utilizzare un tono ironico e ricco di battute sulla questione.

Perché in gioco c’è la democrazia, che dovrebbe rispettare valori universali, e mai dovrebbe imporsi. Perché i corsi e ricorsi storici esistono, e anche gli Stati Uniti dovrebbero tenere questo principio bene a mente.

Donald Trump sceglie Rex Tillerson come Segretario di Stato

Tillerson, CEO di ExxonMobil, potrebbe guidare la diplomazia statunitense verso l’auspicato riavvicinamento con la Russia

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Non può che essere una bella notizia la scelta del 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di incaricare Rex Tillerson come Segretario di Stato. Una conferma della sua volontà politica di riavvicinamento con la Russia, che potrebbe imprimere una vera e propria svolta epocale nelle relazioni ovest-est.

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Rex Tillerson e Vladimir Putin

Dopo anni di tensioni capziose e provocazioni varie, gli Stati Uniti sembrano voler tendere la mano a quel nemico, fin troppo amico, di cui Washington necessita per la stabilità degli assetti geopolitici.

Tillerson, in passato, non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin: all’International Economic Forum di San Pietroburgo del 2008 affermò che “In Russia non vi è rispetto per il rule of law”. Per poi, nel corso degli anni, divenire una figura rispettata da Mosca e dal suo Presidente, il quale ha riposto in Tillerson la propria fiducia per la finalizzazione di alcuni affari.

Le critiche verso la normalizzazione dei rapporti USA-Russia lasciano il tempo che trovano se chi si lamenta della gestione dei diritti umani da parte di Putin continua a mandare avanti stretti rapporti con l’Arabia Saudita.

Tillerson viene preferito agli uomini del Partito Repubblicano: in caso di conferma del CEO di Exxon alla Segreteria di Stato, il grande sconfitto sarà Mitt Romney, sfidante di Obama alla Presidenza nel 2012.

Donald Trump: la vittoria del candidato assimetrico

Alla fine di una lunga, estenuante e impalpabile campagna elettorale, Donald Trump vince a valanga su Hillary Clinton, unica colpevole col Partito Democratico della debacle nella election night

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Stamani ho ricevuto un messaggio, quello che qualche mese fa non avrei mai voluto leggere: “Alla fine avevi ragione tu”. La ragione dei fessi, mi verrebbe da dire. Perché avere ragione su una previsione elettorale non solo è difficile, ma impossibile. A meno che gli istituti che elaborano i sondaggi non abbiano lavorato in maniera scorretta, alterando i risultati per orientare l’opinione pubblica fino all’ultimo minuto. O quei grandi giornali – primo su tutti il NYT, ‘Shame on You!’ – che fino alla mezzanotte italiana dava le chance di vittoria di Hillary Clinton all’85%. Ovviamente nessuno si dimetterà, nonostante tanti direttori di giornali – sia negli States, che all’estero – dovrebbero chiedere scusa per aver fatto credere ai lettori una realtà non vera.

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Trump festeggia con la famiglia la vittoria alle presidenziali del 2016. Photo: Getty Images

Senza scadere nelle congetture e nella dietrologia che tanto conosciamo nel nostro Paese – mandate avanti non solo dai Cinquestelle ma anche da certe frange del PD al potere in questo momento – le elezioni statunitensi le ha vinte l’impresentabile osteggiato dal suo partito, dai giornali repubblicani e democratici, dal Presidente in carica. Non vogliamo dargliene atto? O vogliamo continuare a raccontarci la favola che, essendoci una donna dall’altra parte della barricata, questo fosse sufficiente per votare Democratico?

Non ripeterò quanto Bernie Sanders avrebbe giovato in questa elezione asimmetrica e non convenzionale: oltre ad averlo scritto e ripetuto più volte, ora lo sanno anche i muri. Mi focalizzo, però, sul dispiacere di tanti analisti – evidentemente in malafede – che continuano a dire che una Presidenza Clinton sarebbe stata migliore per motivi quali lotta al terrorismo, presa di posizione con la Russia di Putin – lo spauracchio dei giorni nostri -, ed economia interna. Bene, credo che a costoro lo schiaffo maggiore l’abbiano dato gli elettori: forse dovreste imparare ad ascoltarli sul serio. E dire ciò che si può realmente affermare: sappiamo come la Clinton manderebbe avanti le sue politiche, ma non sappiamo esattamente come potrebbe comandare Trump perché non l’abbiamo mai visto al Governo.

Ancora una volta, il voto popolare lo vincerà il candidato sconfitto: un dato inutile, visto come funziona il sistema elettorale negli Stati Uniti, ma che è motivo di malcontento e frustrazione, specie tra i più giovani. Un elettore statunitense deve per forza, de facto, ingoiare le politiche di Repubblicani o Democratici, non potendoci essere né rappresentatività per le forze che prendono meno voti, né voce per i leader delle minoranze nel corso della campagna elettorale, fatta a misura dei due cartelli Rosso e Blu che prendono e racimolano tutte le risorse.

Del primo discorso della vittoria di Trump colpiscono le sue affermazioni sulla Clinton – “Ha lavorato sodo per la nostra Nazione” -, sulla ricostruzione delle infrastrutture del Paese, sul messaggio di unità per il suo partito, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. Dalla sua parte, oltre la famiglia, Giuliani, Carson, Christie, figure che probabilmente vedremo nella nomenclatura del prossimo Governo.

Per favore, fate una cortesia a voi stessi e smettete di paragonare Silvio Berlusconi a Donald Trump. L’ex Presidente del Consiglio ha vinto in un periodo storico imparagonabile a quello del nuovo inquilino della Casa Bianca, quel 1994 post Mani Pulite e di una struttura partitica al collasso. Trump vince in un contesto favorevole dove Obama ha accresciuto a dismisura i posti di lavoro, abbassato la disoccupazione, sistemato i conti e incanalato l’economia a tassi di crescita buoni. Se vogliamo dirla tutta, la Clinton assomiglia più a Berlusconi, nelle sue affermazioni contro l’FBI, reo di essersi intromesso nella campagna elettorale: ci mancava solo che parlasse di giudici comunisti.

Lascerei parlare i fatti: nessuno ha la sfera di cristallo, Trump è una forza nuova che non potrà governare da sola. Ma già il fatto che Colin Powell non sia dalla sua parte è, per quanto mi riguarda, motivo di tranquillità.