Etichettato: Trump

‘Fire and Fury’ non è Watergate

Per creare le condizioni per un impeachment o per le dimissioni del Presidente in carica non è sufficiente la pubblicazione di un libro ricco di opinioni e frasi strappate ai componenti del team Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Pensare che Donald J. Trump possa dimettersi dalla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America a causa di un libro che mette insieme commenti e critiche dei suoi collaboratori mi sembra alquanto utopistico. “Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano.

La straordinaria capacità di utilizzo dei media da parte di Trump è impressionante: non ha, ad esempio, cambiato stile nel linguaggio dei suoi tweet, ed è visto dalla base repubblicana che gli ha regalato la vittoria nel novembre 2016 come un personaggio coerente, capace di garantire la promessa di rendere l’America “great again”.

Con “Fire and fury” non siamo davanti ad un nuovo “Watergate”, così come gli autori del testo non sono Bob Woodward e Carl Bernstein, che furono capaci di realizzare un’inchiesta minuziosa e con dati realmente rilevanti ed incontrovertibili. Piuttosto, Michael Wolff realizza l’ennesimo quadro negativo del Presidente in carica, rappresentandolo come inadatto alla guida del Paese e sopravvalutato nelle sue competenze.

“Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano

Per quanto i repubblicani abbiano perso lo scorso novembre nelle elezioni per il rinnovo di varie municipalità – tra le quali New York – la vera posta in gioco sarà nel 2018 per la tornata delle midterm: con i democratici ancora in alto mare e le inchieste sulla Fondazione Clinton in svolgimento, non è scontata una vittoria dei Democrats, nonostante i sondaggi li diano già per vincenti. Ma i sondaggi non sono affidabili, e l’elezione di Trump ne è la prova matematica.

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Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.