Etichettato: Turchia

Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia in Turchia, ucciso ad Ankara

Venti di guerra scuotono l’Europa e il Vicino Oriente, come nel 1914. Risale la tensione alla fine di un 2016 maledetto

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

E’ morto l’Ambasciatore russo ad Ankara Andrey Karlov.

Il diplomatico è stato colpito alle spalle, con colpi alla schiena e alla testa, durante l’inaugurazione di una mostra.

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Andrey Karlov, Ambasciatore di Russia ad Ankara

Il Ministro degli Interni turco Suleyman Soylu ha raggiunto il luogo dell’attentato appena appresa la notizia.

Almeno altre tre persone sono state colpite dall’attentatore.

L’attentatore avrebbe urlato “Aleppo” e “vendetta” nel momento dell’aggressione al diplomatico russo.

 La Prima Guerra mondiale è scoppiata in seguito all’assassinio a Sarajevo dell’erede al trono di Austria-Ungheria Francesco Ferdinando. 

La Terza Guerra mondiale potrebbe scoppiare in seguito all’assassinio ad Ankara dell’Ambasciatore russo Andrey Karlov.

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La riunione del Consiglio Nord Atlantico

Sul tavolo della NATO gli attacchi al confine turco e la nuova strategia di Ankara verso l’Isis

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Press Conference NATO Secretary General Jens Stoltenberg

Il Segretario Generale della NATO, Jensn Stoltenberg. Photo: http://www.nato.int

Oggi il Consiglio Nord Atlantico, composto dai 28 ambasciatori dei Paesi membri della NATO, si riunisce su richiesta dellaTurchia per discutere dei recenti attacchi subiti al confine con la Siria. Ankara manda avanti parallelamente due operazioni militari: contro i curdi del PKK, rei d’aver ucciso nel sonno due poliziotti nella citta di Adiyaman, e di aver causato l’esplosione di un gasdotto al confine tra Iran e Turchia, e contro lo Stato Islamico, all’indomani del sanguinoso attentato del 20 luglio nella citta di Suruç che ha portato alla morte di 30 persone. La Turchia si è appellata all’articolo 4 del Patto Atlantico, che prevede la consultazione degli altri membri nel caso in cui l’integrità territoriale, l’indipendenza politica o la sicurezza di una delle parti fosse minacciata.
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Turchia, in Parlamento il primo discorso col velo di una deputata

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Canan Candemir Çelik, AKP. Foto: Today’s Zaman, Mustafa Kirazlı

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Era il 1999 quando la deputata del Partito della Virtù Merve Kavakçı fu espulsa dal Parlamento turco perché entrò nel palazzo legislativo con il velo sulla testa. Da allora la Turchia ha sperimentato numerosi cambiamenti nella scena politica, ma il pacchetto di riforme varato dall’AKP di Erdoğan nei mesi scorsi ha impresso la modifica più incisiva sui costumi, storicamente laici, della infrastruttura istituzionale del Paese. Giovedì 12 dicembre la deputata del partito di governo Canan Candemir Çelik è intervenuta nella sessione dedicata al bilancio del ministero dei trasporti e del lavoro, parlando con il velo sulla testa, evento unico negli 83 anni di storia del parlamento turco. Candemir Çelik si unisce, così, alle deputate dell’AKP Sevde Bayazıt Kaçar, Gülay Samancı, Nurcan Dalbudak and Gönül Bekin Şahkulubey le quali hanno dichiarato che utilizzeranno  il velo nelle sessioni parlamentari. L’ampio pacchetto di riforme varato dal Partito Giustizia e Sviluppo interviene sulla legge elettorale, sulla concessione di maggiori diritti alle minoranze e sulla libertà dei costumi sul posto di lavoro, salvo alcune eccezioni per militari e polizia. È stata modificata una legge del codice penale che impediva forme religiose personali, divenendo reato vietare sia le preghiere sul posto di lavoro che l’uso del velo per le donne. Inoltre i dipendenti degli uffici pubblici potranno utilizzare i jeans, e, per gli uomini, avere la barba.

Il tunnel sotto il Bosforo: quale futuro per Istanbul?

İstanbul: in lontananza, la New Mosque. Foto: Matteo Meloni.

İstanbul: in lontananza, la New Mosque. Foto: Matteo Meloni.

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Nel 1829 l’avanzata della cavalleria russa dello Zar Nicola si fermò a sole quaranta miglia dalla conquista di Costantinopoli. Egli decise di non far proseguire il proprio esercito alla vittoria sull’allora capitale dell’Impero Ottomano perché le conseguenze geopolitiche sarebbero state imprevedibili. All’epoca era in ballo l’equilibrio del cosiddetto Grande Gioco che si svolgeva nel centro Asia, con la Russia zarista e la Gran Bretagna colonizzatrice che si contendevano, con alterne fortune, il potere nell’area, e la Via della Seta ambita per potersi inserire nei mercati orientali. Un secolo dopo, l’Impero Ottomano e quello della Russia zarista scomparvero, così come finì, poi, il giogo britannico, e di tutte le altre potenze, sulle colonie.

Primus inter pares

Costantinopoli, ora Istanbul, non è la capitale della nuova Turchia, ma gioca ancora il ruolo di primus inter pares tra tutte le città della Repubblica. Il Paese, guidato dall’Akp dal 2001, è incardinato in una zona geografica cruciale, e Erdogan, coadiuvato dal ministro degli Esteri Davutoglu, è stato apparentemente capace di cogliere e raccogliere la sfida verso la quale la Turchia andava incontro: essere all’altezza del ruolo di Nazione leader della propria area, e accogliere le richieste di cambiamento provenienti dalla sua popolazione. Il 29 ottobre 2013 è stato un giorno importante per la storia recente della Repubblica di Turchia: in sole 24 ore i turchi hanno assistito all’inaugurazione del tunnel sotto il Bosforo, che collegherà la parte europea ed asiatica della città, alla sottoscrizione di un accordo col Giappone per la costruzione di una seconda centrale nucleare nel Paese, e festeggiato i novant’anni della Repubblica. Per il ministro dei trasporti Yıldırım il tunnel, ribattezzato Marmaray, «È la struttura più resistente di İstanbul, e solo un terremoto di nove gradi della scala Richter potrebbe causare un riversamento di acqua al suo interno. Siamo preparati ad un simile disastro: in tal caso, le porte del tunnel si chiuderebbero automaticamente, evitando così l’allagamento». La stampa ha parlato di Via della Seta 2.0, e il Governo enfatizzato il fatto che questo sarà il primo collegamento ferroviario – de facto – tra la Cina e l’Europa occidentale. Continua a leggere

“Dopo Gezi Park la Turchia prova a cambiare”: intervista a Michelangelo Guida

Michelangelo Guida, docente presso la “29 Mayıs Üniversitesi” di İstanbul

Michelangelo Guida, docente presso la “29 Mayıs Üniversitesi” di İstanbul

Michelangelo Guida spiega le riforme varate dal governo dell’AKP

di Matteo Meloni, da Il Portico di domenica 20 ottobre 2013

Twitter: @melonimatteo

Michelangelo Guida, docente presso la “29 Mayıs Üniversitesi” di İstanbul, spiega ai lettori de Il Portico in cosa consiste il pacchetto di riforme recentemente varato dal governo Erdoğan.
Cosa ha spinto il governo a varare tali riforme?
In questi ultimi mesi il governo si trovava in una fase di stagnazione, di naturale stanchezza da undici anni di governo. A questo sono seguite le proteste di Gezi Park e il processo di pace nel sud est dell’Anatolia. Inoltre, a breve ci saranno diversi appuntamenti elettorali, e l’AKP si trova a rinnovare la sua strategia per vincere le elezioni. In particolare, per le elezioni locali, dovrà presentare dei volti nuovi se vorrà sfondare come nelle precedenti occasioni: negli ultimi dieci anni è andata molto bene, ma sarà difficile presentare qualcosa di nuovo.
Come si articola il pacchetto di riforme?
Anzitutto, bisogna spiegare che alla prima tranche di riforme se ne aggiungeranno altre. In questa prima fase, si punta a modificare la legge elettorale e dei partiti. Sul tavolo ci sono tre proposte: la prima, mantenere la legge corrente; la seconda, cambiare la legislazione attuale, abbassando la quota di sbarramento dal 10 al 5%; la terza, preferita da Erdoğan, proporre un sistema maggioritario a circoscrizione unica. Un importante aspetto delle riforme è quello relativo al finanziamento pubblico ai partiti: in passato si riconosceva il diritto al finanziamento solo ai partiti che superavano il 7%, ora basterà il 3%, così da permettere al partito curdo e a quelli più piccoli di ottenere il finanziamento.
Esiste, quindi, un problema di pluralità nella rappresentanza?
La pluralità già esiste, ma il finanziamento è garantito solo ai grandi partiti. La normativa è complessa: un partito, per avere il finanziamento, deve essere rappresentato in più della metà delle regioni turche, quindi una nuova formazione politica o una con piccola rappresentanza ha da affrontare spese enormi. Riducendo il peso per tali partiti, essi potranno giocare un ruolo maggiore alle elezioni.
Verranno concessi maggiori diritti alle minoranze?
Le riforme prevedono l’abolizione della pena per l’uso delle lettere q, w, x, lettere usate nell’alfabeto curdo-turco che però erano vietate: non facendo parte dell’alfabeto turco-latino, non si potevano usare nemmeno in quello curdo. Il loro utilizzo era permesso solo per parlare in altre lingue straniere. Questa decisione ha un forte valore simbolico. Nelle scuole private è permesso l’uso di altre lingue, e da ora in poi si potrà usare il curdo per le materie classiche come la matematica e la geografia. I villaggi, inoltre, potranno chiedere di utilizzare i toponimi originali: tra gli anni ’30 e gli anni ’80 il governo cambiò, infatti, i nomi dei villaggi curdi. Tra gli altri aspetti delle riforme, è stato abolito il giuramento di fedeltà al quale erano obbligati gli studenti, nel quale si affermava che la loro assistenza veniva dedicata all’esistenza della nazione turca. In alcuni ambienti, l’abolizione del giuramento ha creato grosse polemiche.
Ci spiega la questione della possibilità di utilizzo del velo negli uffici pubblici?
Questo aspetto ha scaturito la curiosità più dei media occidentali che a livello locale. Sostanzialmente è stata abolita la proibizione – e la restrizione sull’abbigliamento – dell’uso del velo, salvo per le lavoratrici del ministero della difesa, per le donne che lavorano nella polizia e nella magistratura. È stata modificata una legge del codice penale che impediva forme religiose personali, così se ad una persona verrà impedita la possibilità di fare la preghiera sul posto di lavoro, ciò diventa reato. Se una donna porta il velo e il datore di lavoro impone punizioni per il suo uso, anche questo diventa reato. In realtà già da marzo tali obblighi erano stati aboliti quasi ovunque dopo che un sindacato vicino all’AKP, con una prova di forza, chiedeva ai propri iscritti di ignorare questa regola. Ci sono già dipendenti degli uffici pubblici che vanno a lavoro col velo, con i jeans, con la barba. Ormai è un fatto già acquisito.

Turchia, un sondaggio rivela gli umori della popolazione turca

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

İstanbul. La Turchia sta vivendo una fase di riforme governative. Nella foto: Istiklal Caddesi (foto di Matteo Meloni).

di Matteo Meloni, da Il Portico del 20 ottobre 2013

Twitter: @melonimatteo

Giunto all’undicesimo anno di governo, l’AKP di Recep Tayyip Erdoğan punta sulle riforme per riguadagnare consensi in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Gli episodi di Gezi Park (raccontati sulle pagine di questo giornale) hanno scalfito la figura del Premier, senza però abbatterne, tra gli elettori, il carisma e l’appeal. Il principale bacino elettorale dell’AKP risiede nell’Anatolia centrale, area fortemente legata all’islam e che ha beneficiato ampiamente, nel corso degli anni, delle misure adottate del governo in carica. Un recente sondaggio svolto sull’opinione pubblica turca dalla società MetroPOLL ha sancito una certa stanchezza dell’elettorato verso l’attuale panorama politico, con il 45% degli intervistati che vorrebbe un nuovo partito sulla scena istituzionale. Ma, al momento, lo scenario politico non permette l’affermazione di una forza nuova capace di affermarsi sul predominante AKP. Il partito di Erdoğan salì al potere in maniera repentina in un momento particolare per la Turchia, all’indomani di un terremoto – 30 volte più forte di quello registrato in Irpinia – che ha tolto alla popolazione la fiducia verso i partiti allora esistenti e verso lo Stato, e di una crisi economica che ha segnato uno spartiacque nella recente storia della Nazione. Se oggi si andasse a votare con le attuali forze in campo, l’AKP guadagnerebbe il 43,5% dei consensi, con i kemalisti del Partito Popolare Repubblicano staccati al 20,3%. Ma, tra gli altri, è stato elaborato un dato molto significativo: il 43,7% degli elettori dell’AKP ha dichiarato che, se esistesse una nuova compagine politica, la voterebbero. Ciò dimostra la forte volatilità del voto in Turchia, e che non tutto l’elettorato di Erdoğan è disposto a votare l’AKP sempre e comunque. Oggi non sembrano essere presenti forti elementi di rottura tra l’elettorato e i partiti, per quanto i fatti di Gezi Park siano fortemente impressi nell’opinione pubblica. Nonostante la forte ramificazione del partito di governo su tutto il territorio nazionale, il 24,1% della popolazione si ritiene “Atatürkista”, e il 49,4% degli elettori si posizionano, secondo il sondaggio, a destra. Tra gli esponenti istituzionali, Erdoğan è in svantaggio nei consensi rispetto al Presidente della Repubblica Abdullah Gül: gli elettori intervistati hanno dichiarato che se alle prossime elezioni presidenziali dovessero presentarsi entrambi, il 50,3% voterebbe l’attuale Presidente in carica, mentre solo il 29,3% voterebbe il Premier uscente. Gül è visto come figura più imparziale rispetto ad Erdoğan, con il primo considerato più adatto a svolgere il ruolo di Presidente della Repubblica. Il sondaggio di MetroPOLL, inoltre, ha sancito che il 55,8% degli elettori è convinto che il governo intervenga sui media: questo dato non è stupefacente perché i gruppi editoriali che possiedono i giornali hanno forti legami col governo. Per quanto riguarda il ruolo dei militari, il 39,1% degli intervistati ritiene che la tradizione dei colpi di Stato sia ancora viva. Il quadro realizzato dal sondaggio porta a pensare che Erdoğan abbia voluto, con il pacchetto di riforme, riprendere lo spirito riformista degli albori dell’AKP per poter riconquistare in pieno la fiducia dell’elettorato. Dopo Gezi Park era naturale un’inversione di rotta, e le riforme appena varate potrebbero portare la Nazione turca verso la piena e completa armonizzazione delle varie componenti presenti nel Paese. Le forze politiche hanno accettato in maniera diversa le riforme volute dall’AKP: se per i Nazionalisti sono state fatte troppe concessioni verso le minoranze, per i curdi non è stato fatto abbastanza. Quello delle riforme sarà un lungo processo che vedrà la popolazione protagonista e in prima linea nella loro attuazione.

Titolo originale dell’articolo: “Ma quello delle riforme è un cammino lungo”

Siria, effetto Francesco sulle decisioni dell’Onu: approvato nei giorni scorsi un documento interlocutorio

Papa Francesco: il suo monito ha permesso alla diplomazia internazionale di realizzare un passo in avanti verso l'accordo.

Papa Francesco: il suo monito ha permesso alla diplomazia internazionale di realizzare un passo in avanti verso l’accordo.

di Matteo Meloni, da Il Portico di Domenica 6 Ottobre 2013

Twitter: @melonimatteo

All’indomani della pubblicazione del rapporto ONU sull’uso delle armi chimiche in Siria, la comunità internazionale si interroga su quali siano le soluzioni attuabili per risolvere la guerra civile in atto. Se dal dossier degli ispettori si evince che le armi proibite sono state effettivamente utilizzate, rimane ancora oscura la matrice: sia l’esercito governativo di Assad che i ribelli respingono al mittente le accuse. Stati Uniti e Russia muovono con attenzione le pedine sullo scacchiere mediorientale, con Washington immediatamente stoppata da Mosca all’idea di un intervento militare nel Paese. Con una lettera pubblicata sul New York Times, Vladimir Putin chiede a Barack Obama se ritiene utile  un’azione di forza in Siria per gli interessi americani nella regione, invitandolo a ragionare sui possibili risvolti negativi dell’eventuale intervento. Intanto i ministri degli esteri di Russia e USA, Lavrov e Kerry, si sono incontrati a Ginevra per segnare la strada che Damasco dovrà percorrere per uscire dalla crisi: è stato elaborato un calendario di controlli sull’arsenale siriano, che dovrà essere approvato dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche. In questa fase, sarà molto importante il ruolo del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. È l’ambasciatore britannico presso l’ONU, Mark Lyall Grant, a confermare formalmente l’avvenuto accordo: i cinque membri permanenti hanno elaborato una risoluzione comune che affronta la questione in maniera partecipata e condivisa. Il voto del Consiglio, arrivato nella giornata di venerdì 27 settembre, è stato unanime e ha tenuto conto delle richieste principalmente di Stati Uniti e Russia, che in un certo modo si sono venute incontro. Il documento, seguendo l’indicazione russa,  non è stato posto sotto l’ombrello del Capitolo 7 della Carta dell’Onu che prevede l’automatismo di misure punitive e, se necessario, anche l’uso della forza in caso di inadempienza. Pertanto, nel caso in cui Bashar al-Assad non dovesse rispettare gli accordi, la comunità internazionale potrà ricorrere all’uso della forza solo dopo l’approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza di una ulteriore risoluzione. Il testo in discussione potrebbe inoltre dare nuovo impulso alla convocazione di una Conferenza internazionale per trovare una soluzione politica alla crisi siriana. La bozza, infatti, riafferma l’impegno comune a convocare un summit a Ginevra dove tutti gli attori coinvolti e le differenti posizioni del popolo siriano siano rappresentati. Tuttavia, molti sono i possibili ostacoli al dialogo politico a partire dalla difficoltà di portare attorno ad un tavolo i rappresentanti dell’opposizione siriana sempre più frammentata, dalle richieste avanzate dal governo di Damasco e dal ruolo che potranno svolgere paesi chiave quali l’Iran. Soddisfatta l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU Samantha Power che, in una dichiarazione, ha affermato che “La bozza di risoluzione della Siria stabilisce che l’uso di armi chimiche è una minaccia alla pace e alla sicurezza internazionale e crea una nuova norma contro l’uso di gas letali”. La strada che ha portato all’accordo della comunità internazionale è stata segnata da numerose discussioni, incomprensioni, e appelli, questi ultimi giunti in particolar modo da Papa Francesco che in più di un’occasione ha chiesto con fermezza la fine della guerra e una soluzione pacifica del conflitto. “Rimane sempre il dubbio se questa guerra, così come le altre, siano finalizzate alla vendita di armi, o al loro commercio illegale”, ha detto Francesco durante l’Angelus dell’8 settembre. “C’èuna guerra più profonda che dobbiamo combattere, tutti! È la decisione forte e coraggiosa di rinunciare al male e alle sue seduzioni e di scegliere il bene, pronti a pagare di persona: ecco il seguire Cristo, ecco il prendere la propria croce! Questo comporta, tra l’altro – ha continuato il Pontefice – dire no all’odio fratricida e alle menzogne di cui si serve, alla violenza in tutte le sue forme, alla proliferazione delle armi e al loro commercio illegale. Questi sono nemici da combattere uniti e con coerenza, non seguendo altri interessi se non quelli della pace e del bene comune”.

Roberto Mancini allenerà il Galatasaray: manca solo l’annuncio ufficiale

Roberto Mancini allenerà la squadra turca del Galatasaray. Foto: www.echeion.it

Roberto Mancini allenerà la squadra turca del Galatasaray. Foto: http://www.echeion.it

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

È ormai questione di ore: il Galatasaray, con un annuncio alla Borsa di İstanbul, ha dichiarato di aver contattato Roberto Mancini per proporgli la guida della squadra turca per sostituire l’esonerato Fatih Terim.

In Italia, Mancini ha guidato l’Inter dal 2005 al 2008, vincendo tre campionati di fila, due volte la Coppa Italia e due volte la Supercoppa Italiana. È stato, inoltre, allenatore della Fiorentina, vincendo la Coppa Italia nel 2001, e della Lazio, vincendo la coppa italiana del 2004. Insieme a Sven-Göran Eriksson, del quale è stato vice-allenatore nella stagione 2001, ha vinto il campionato italiano.

Mancini ha recentemente allenato il Manchester City, portandolo alla vittoria della Premier League dopo 44 anni di attesa, Con la squadra inglese ha vinto una Coppa d’Inghilterra e una Community Shield.

Siria: la tutela dei diritti umani pretesto per violare il diritto internazionale

Gabriele Pedrini dell'Università di Cagliari

Gabriele Pedrini dell’Università di Cagliari

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Gabriele Pedrini ha trascorso un periodo di studio a Damasco, capitale della Siria, nell’ambito del Dottorato di Ricerca in svolgimento presso il Dipartimento di Scienze Sociali e delle Istituzioni dell’Università di Cagliari, e racconta a Il Portico le vicende sociali, politiche e strategiche che investono il Paese del vicino oriente.

Quali sono le forze in campo nella guerra civile in atto e quali circostanze hanno portato alla situazione attuale?

La situazione attuale è senza dubbio il frutto di un ridisegno della mappa geopolitica che dalla Tunisia arriva alla Siria, ideato e attuato secondo una logica ben precisa. Non è possibile prescindere da questa contestualizzazione. Esistono indubbiamente fattori interni alla Siria che hanno costituito il terreno fertile per un tentativo di destabilizzare il governo di Damasco

Quali?

Un generale malcontento per la situazione economica di un Paese sottoposto da anni ad embargo; la tradizionale opposizione del movimento islamista dei Fratelli musulmani, a cui si è aggiunta, nel corso del conflitto civile, una variegata galassia di sigle riconducibili al rigorismo e all’intransigenza salafita. Tuttavia, negli eventi siriani, i fattori interni sono secondari o, meglio, “accessori e strumentali”: sono quelli esterni ad aver scatenato e alimentato il dramma in corso. Il Paese non solo non rientra nella sfera di influenza statunitense, ma la sua tradizionale politica di sostegno alla resistenza palestinese e a quella libanese l’ha fatto assurgere, nella visione politica statunitense, a “Stato canaglia” del cosiddetto “Asse del Male”. Di contro, la Siria rientra nella sfera di influenza russa sin dall’era sovietica.

È in quest’ottica che si deve cogliere la chiave di lettura degli eventi in corso?

Si, è un vero e proprio conflitto tra potenze. Pertanto, è necessario fare chiarezza: la tutela dei diritti umani, le armi di distruzione di massa e altre questioni morali non sono altro che il pretesto e la copertura “ideologica” per violare i principi del diritto internazionale di sovranità e di non-ingerenza nelle questioni di politica interna degli Stati, nonché per rendere una guerra maggiormente accettabile dalle opinioni pubbliche. Si tratta di una strategia inaugurata con la guerra alla Serbia e proseguita in Afghanistan, Iraq, Libia e, oggi, in Siria. Si rileva, infine, che le forze attive in questo conflitto sono maggiormente esterne a Damasco, il che pone in dubbio la definizione stessa di “guerra civile”, a meno che non la si voglia intendere come una guerra combattuta sulla pelle della popolazione civile.

A quale strada potrebbe portare l’eventuale intervento statunitense?

L’obiettivo finale degli Stati Uniti è quello di rovesciare il governo di Damasco per sostituirlo con uno affine alla propria politica. Ciò nonostante i due anni e mezzo di conflitto hanno dimostrato che il governo è sostanzialmente stabile e gode di un significativo consenso tra la popolazione. E, come se non bastasse, a minacciare gli obiettivi di Washington sono sopraggiunte le significative vittorie militari che il governo ha ottenuto contro i ribelli. Il presunto uso di armi chimiche da parte del governo ha costituito il pretesto per cercare di intervenire direttamente e cambiare le sorti del conflitto. Tuttavia, in questa fase, gli Stati Uniti non intendono buttarsi in una guerra totale contro la Siria. Il quadro è molto intricato, gli interessi in gioco sono significativi per le varie parti in gioco e il conflitto mondiale si nasconde dietro l’angolo. L’obiettivo a breve termine sarà quello di evitare il successo definitivo del governo contro i ribelli, ridurre la sua capacità militare per riequilibrarla a quella dei ribelli e cercare così di ridimensionare le vittorie governative. Ovviamente questo significherà posticipare la fine del conflitto, con tutte le conseguenze – e sofferenze – del caso.

Siria, la rete degli interessi dietro l’idea del conflitto

La crisi in Sria. Nella foto: manifestanti anti Assad. Foto: www.formiche.net

La crisi in Sria. Nella foto: manifesto anti Assad. Foto: http://www.formiche.net

Cosa si nasconde all’ombra delle forti superpotenze

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“L’ordine di attacco è pronto, ma chiederò al Congresso il via libera”. Le parole di Obama, pronunciate durante la conferenza stampa attesa da ore e seguita in tutto il mondo svoltasi nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, segnano un punto fermo nell’eventuale attacco alla Siria. Dopo aver perso definitivamente l’appoggio dello storico alleato britannico – la Camera dei Comuni ha infatti votato contro l’attacco, infliggendo un duro colpo alla maggioranza conservatrice-liberale guidata da Cameron – il Presidente statunitense, nonostante le prerogative costituzionali gli diano il potere di intraprendere un’azione militare senza il voto del Congresso, ha preferito delegare alle istituzioni la scelta sulla guerra a Bashar al-Assad. Che gli Stati Uniti fossero pronti all’intervento si era già inteso dalla dichiarazione del 26 agosto del Segretario di Stato, John Kerry:  “L’uso delle armi chimiche, come il tentativo di coprirne il ricorso, offende tutta l’umanità, e il presidente Barack Obama ritiene che chi ne è responsabile debba essere chiamato a risponderne”. Frasi propedeutiche a quelle di Obama. Il presidente siriano è accusato di aver consentito all’esercito l’utilizzo di armi chimiche nella guerra civile in corso nel Paese dal 2011. Gli ispettori delle Nazioni Unite sono alla ricerca delle prove che possano sancire il reale utilizzo delle armi chimiche, chiedendo una proroga nelle indagini per poterne accertare l’uso. In passato le ispezioni dell’Onu si rivelarono inefficaci – nonostante non furono riscontrate irregolarità – perché non bastarono per fermare la guerra intrapresa dagli Stati Uniti, con una coalizione di Paesi tra i quali l’Italia, contro l’Iraq governato, allora, da Saddam Hussein, accusato di aver utilizzato armi chimiche contro la popolazione curda residente nel Paese, e di essere in possesso di armi di distruzioni di massa. La situazione del vicino e medio oriente rimane, senza soluzione di continuità, incandescente: con l’Egitto in piena crisi d’identità e la questione israelo-palestinese al palo, un nuovo intervento occidentale nell’area potrebbe scatenare un conflitto regionale. L’Iran – che ha recentemente visto trionfare alle elezioni la parte politica avversa ad Ahmadinejad – ha  già avvisato che il pericolo d’instabilità è reale, e sembra delinearsi una nuova divisione in blocchi tra le principali forze in campo come ai tempi della Guerra Fredda, con la Russia nettamente contraria ad una azione militare. La Siria confina a nord con la Turchia, Paese con il quale sembrava aver appianato le divergenze dopo la sottoscrizione di alcuni accordi di carattere commerciale, ma con lo scoppio della guerra civile i rapporti si incrinarono, in quanto Ankara ha dovuto accogliere in questi anni un numero elevato di profughi, e gestire gli scontri armati al confine. La Turchia ha accusato più volte Damasco di voler provocare un conflitto, e la NATO è più volte intervenuta a riguardo, garantendo il suo appoggio all’alleato turco. A questa lettura della crisi vanno aggiunti gli interessi di carattere economico, che hanno ripercussioni in senso geopolitico e strategico: l’Iran, l’Iraq e la Siria hanno recentemente firmato un accordo per la costruzione di un gasdotto che porterebbe il combustibile sulla costa mediterranea; tale accordo è ostacolato dagli Stati Uniti, preoccupati che l’Iran, in questo modo, guadagnerebbe terreno sotto l‘aspetto commerciale e, così, spingendo ulteriormente la ricerca del programma nucleare, ostacolato da Washington. Tra gli alleati europei degli Stati Uniti, la Francia di Hollande pare orientata ad un supporto all’azione militare, mentre l’Italia, tramite il Ministro degli Esteri Bonino, si è defilata dal possibile attacco. Ad oggi la guerra civile siriana conta un numero di morti che si aggira intorno ai centomila.