Categoria: Stati Uniti

Khashoggi, l’articolo mai pubblicato

Il giornalista saudita stava lavorando al testo insieme a un attivista iraniano per i diritti umani

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

La morte di Jamal Khashoggi ha esposto al mondo intero la brutalità della casa reale saudita. L’inchiesta delle Nazioni Unite sull’omicidio del giornalista è in pieno svolgimento e recentemente Agnes Callamard, esperta Onu sulle esecuzioni extragiudiziali, sommarie e arbitrarie, ha rilasciato le prime dichiarazioni sul caso. «Le prove acquisite in Turchia» — ha affermato Callamard — «mostrano che il giornalista Jamal Khashoggi è stato vittima di una morte brutale e premeditata, pianificata e perpetrata da membri dello Stato dell’Arabia Saudita».

Activists protest the disappearance of Saudi journalist Jamal Khashoggi during demonstration outside the White House in Washington

A pochi mesi dalla sua morte, viene rilasciata sul sito Middle East Eye (MEE) una bozza di articolo mai pubblicata che Jamal Khashoggi scrisse all’inizio del 2018 insieme a un attivista iraniano per i diritti umani. L’attivista ha acconsentito alla messa in rete del pezzo, chiedendo il totale anonimato. Il direttore di MEE David Hearst spiega che il pezzo inedito del giornalista, che sul sito ha scritto diverse volte in forma anonima, «mostra come Khashoggi abbia modificato il suo pensiero sulla rivalità Iran-Arabia Saudita». Khashoggi, che ha conosciuto approfonditamente gli ambienti del palazzo reale, era un intellettuale complesso, spesso inserito in seguito alla sua morte all’interno di schemi semplicistici: alcuni lo volevano vicino alla Fratellanza Musulmana, altri come portavoce di una democrazia all’occidentale per l’Arabia Saudita.

Nella bozza, Khashoggi e l’attivista iraniano scrivono che “serve maggiore comprensione tra i due popoli” e che “oltre l’annuale e ristretto pellegrinaggio degli iraniani in Arabia Saudita, virtualmente non esiste interazione tra le nostre genti”. I due autori evidenziano le rispettive problematiche causate da iraniani e sauditi in Siria e Yemen. “Il prezzo di queste guerre è stato largamente pagato dai cittadini” dei due Paesi, scrivono Khashoggi e l’attivista. “A prescindere dalle differenze dei nostri governi” — continuano — “non c’è ragione perché non possa essere data l’opportunità per la costruzione di un minimo dialogo per imparare e comprendere dalle nostre società civili”. Nell’articolo, il giornalista saudita e la controparte iraniana evidenziano la loro preoccupazione per il futuro delle due Nazioni: il confronto perenne un giorno “potrebbe eruttare in peggio”.

La morte del giornalista saudita si incunea nel mezzo delle relazioni internazionali, in particolar modo quelle tra Riyad e Washington. L’amministrazione Trump ha posto al centro dei suoi interessi l’Arabia Saudita, visti anche gli stretti legami tra Jared Kushner e Mohammed Bin Salman. L’uccisione di Jamal Khashoggi ha creato tensioni tra i due Paesi, tanto che la Cia sostiene che sia stato il Principe il diretto mandante della sua morte. Recentemente l’Unione Europea ha inserito l’Arabia Saudita nella lista nera per riciclaggio e finanziamento al terrorismo.

@melonimatteo

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Amy Klobuchar è l’ottava candidata alle primarie democratiche

Tra i Democrats cresce l’attesa per capire cosa faranno Biden e Sanders. E Hillary Clinton…

Articolo pubblicato su Eastwest

di Matteo Meloni Twitter: @melonimatteo

Hanno fatto il giro del mondo le immagini di Amy Klobuchar, senatrice del Minnesota dal 2007, che annuncia la sua candidatura alle primarie del Partito Democratico per le prossime elezioni presidenziali durante una forte nevicata. Le avverse condizioni meteorologico non hanno scalfito il calore delle sue parole e l’affetto del suo elettorato, rimasto impassibile nonostante il freddo di Minneapolis. «Oggi, al centro della nostra Nazione, in un periodo nel quale dobbiamo curare il cuore della nostra democrazia e rinnovare il nostro impegno verso il bene comune» – ha dichiarato la senatrice – «sono qui davanti a voi come la nipote di un minatore, come figlia di un insegnante e di un giornalista, come prima donna dello Stato del Minnesota ad essere eletta al Senato, per annunciarvi la mia candidatura a Presidente degli Stati Uniti!». Nel suo discorso d’inaugurazione della campagna per le primarie, Amy Klobuchar ha toccato i vari temi entrati a tutti gli effetti nella piattaforma democratica, primo su tutti il diritto all’assistenza medica e il racconto della triste storia di Alec. Manager in un ristorante, a soli 26 anni Alec è morto perché non poteva acquistare l’insulina, che negli Stati Uniti raggiunge prezzi da capogiro. «Questa disgrazia» – afferma Amy Klobuchar – «non dovrebbe mai capitare nel nostro Paese. L’ostacolo al cambiamento? Le big pharma companies, che credono che Washington sia di loro proprietà. Bene, io non appartengo a loro!».

U.S. Senator Amy Klobuchar speaks in Minneapolis

 

Amy Klobuchar, che entra così nella corsa che porterà il Partito Democratico a scegliere il suo candidato alla presidenza, sfiderà nomi illustri del panorama politico statunitense.  La senatrice del Minnesota è lontana dall’ortodossia progressista, ma per conquistare i voti dell’elettorato potrebbe allargare le sue vedute. Kirsten Gillibrand, Tulsi Gabbard, Kamala Harris, Julián Castro, Cory Booker, John Delaney e la quotatissima Elisabeth Warren sono pronti alla sfida. Le istanze democratiche sono sempre più a sinistra, con il ruolo chiave di Bernie Sanders che ha saputo raccontare come il socialismo democratico può essere un’alternativa al capitalismo sfrenato. Il 2020 è ancora lontano, presto potrebbe unirsi ai colleghi di partito Joe Biden, ma c’è chi dice che persino Hillary Clinton starebbe pensando a un ritorno sul palcoscenico politico, con un programma ben più progressista di quello che l’ha portata alla sconfitta del 2016.

@melonimatteo

Shutdown: la maggioranza dei cittadini statunitensi contraria al nuovo muro anti-migranti

Lo rivela il Pew Research Center: il 58% degli elettori contrario a nuovi finanziamenti del muro di confine con il Messico. E Trump, senza i cuochi della Casa Bianca, offre un banchetto a base di patatine e hamburger

Articolo pubblicato su Eastwest il 17 gennaio 2019

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Se lo shutdown fosse un piccolo incidente di percorso, ci sarebbe da sorridere alle immagini della tavola imbandita alla Casa Bianca con hamburger del McDonald’s, di Burger King e Wendy’s. Purtroppo non è uno scherzo da poco, visto che quello che è lo shutdown più lungo nella storia degli Stati Uniti sta costando caro alla classe media ed operaia, quella che Trump ha promesso di difendere durante la campagna elettorale del 2016.

I 38 milioni di cittadini che necessitano dell’assistenza governativa per acquistare cibo non possono fare a meno del programma food-stamp, con le risorse che presto termineranno salvo un rifinanziamento tempestivo. O ancora, gli insegnanti pubblici che per sopravvivere devono svolgere due lavori non possono resistere a lungo senza lo stipendio federale. Per non parlare della Guardia Costiera: per la prima volta in assoluto membri delle forze armate statunitensi non hanno ricevuto il salario a causa di uno shutdown.

Il sondaggio Pew dimostra chiaramente quanto sia polarizzante la figura di Trump. Infatti, chi appoggia il Presidente appoggia il muro, chi non lo sostiene non accetterebbe un accordo per il suo finanziamento. E i dati dicono che l’82% dei repubblicani (in crescita del 10% rispetto alla precedente rilevazione) vogliono il border wall, contro il solo 6% dei democratici a favore (in calo dal 13%). In generale, il 58% degli statunitensi non vuole nuovi finanziamenti per il muro col Messico.

Il gradimento degli elettori verso Donald Trump è fermo al 37%, con il 96% di democratici contrario alle sue politiche e l’80% di repubblicani a favore. È il gap più ampio mai registrato in 60 anni di rilevazioni statistiche.

Midterm, le elezioni del 2018

Referedum pro o contro Trump: quale sarà l’esito delle elezioni di midterm? Cosa cambierà per i cittadini degli Stati Uniti?

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Ho scattato questa foto nel 2015 a New York, davanti alla Rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Era tardi, faceva freddo, un uomo si occupava delle pulizie nella lobby dell’ufficio.

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La lobby della Rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite a New Yorl.                   Foto: ©Matteo Meloni

Appese sul muro, le foto dell’allora Presidente, Barack Obama, e del suo più stretto entourage: Joe Biden, il Segretario di Stato John Kerry, la Rappresentante USA all’Onu Samantha Power. Sembra passata un’eternità da quel giorno.

Quell’anno fu siglato l’importante accordo sul nucleare iraniano, quel Joint Comprehensive Plan of Action che Donald Trump prova ad affondare quotidianamente. Quell’anno la crisi migratoria nel Mediterraneo raggiungeva cifre impressionanti. Quell’anno la guerra al terrorismo era dura, durissima: l’ISIS si espandeva in Siria e in Iraq, e colpiva duramente Parigi al Bataclan. Quell’anno c’era ancora la speranza, tra gli elettori statunitensi, che un futuro migliore potesse esserci.

I candidati alla Presidenza dei due partiti del sistema bipolare degli States rivaleggiavano nei comizi in tv: i democratici si ritrovarono in due — Clinton e Sanders —, dall’altra parte Trump distruggeva purosangue della politica come l’ultimo della dinastia Bush, Jeb. La speranza fu annientata. Come andò a finire lo sanno tutti.

Così come tutti conoscono gli errori fatti in entrambe le formazioni. Il sistema elettorale degli Stati Uniti è “rigged”, truccato fino al midollo, la rappresentanza popolare è di difficile attuazione, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Un trend che va avanti in tutti i Paesi, specie quelli che hanno donato l’anima al capitalismo sfrenato.

Le elezioni di midterm di oggi porteranno qualche cambiamento nei volti, ma per una modifica radicale della sostanza ci vorrà tanto tempo. Quello che succede a Washington ha sempre conseguenze, l’onda si estende sia nell’Atlantico che nel Pacifico. Può colpire come uno tsunami: l’elezione di Trump lo dimostra.

Servono barriere culturali per fermare una tale onda anomala, e noi, in Europa, ne siamo privi. Attendiamo la devastazione, senza mai capire fino in fondo il perché.

John McCain, la vittoria nella sconfitta

Il Senatore, veterano della guerra del Vietnam, lascerà un vuoto difficilmente colmabile nel Partito Repubblicano di Donald J. Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Mancherà alla politica statunitense John McCain, il Senatore repubblicano che da anni lotta contro un tumore al cervello. McCain non si è mai sottratto alla discussione politica, prendendo posizione contro il suo partito, assumendo un ruolo sempre istituzionale.

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Photo: Politico.com

John McCain sarebbe stato un buon Presidente, ma la storia ha preso un corso differente. Sicuramente avrebbe ricoperto il ruolo di inquilino della Casa Bianca più dignitosamente di Donald J. Trump, che già nel 2015 attacco McCain – pilota ed eroe della guerra in Vietnam, imprigionato e torturato per quasi cinque anni e mezzo nel cosiddetto “Hanoi Hilton” – affermando: “Non è un eroe di guerra. Era un eroe di guerra perché è stato catturato. A me piacciono quelli che non sono stati catturati”.

Bernie Sanders, Senatore socialista e ben lontano dalle posizioni di McCain, ha sempre sottolineato la bontà dell’uomo, nonostante le differenze ideologiche. “John è molto rispettato al Senato, non solo per la sua storia di vita e la sua prigionia, ma anche per il suo coraggio”. Negli anni, Sanders e McCain hanno collaborato nella tutela dei diritti dei veterani di guerra.

McCain nelle sue memorie è arrivato ad ammettere che “la guerra in Iraq è stata un errore, un grave errore, e io devo condividere una parte di questa colpa”.

John McCain rappresenta la politica fatta di toni incisivi ma educati, dove il rispetto del sistema e dell’avversario politico vengono prima dell’attacco. Doti che le classi dirigenti stanno perdendo, senza le quali si giunge al conflitto perenne. Quel conflitto che McCain ha visto con i suoi occhi, e ha cercato di non riprodurre nel ruolo di rappresentante dei suoi elettori.

‘Fire and Fury’ non è Watergate

Per creare le condizioni per un impeachment o per le dimissioni del Presidente in carica non è sufficiente la pubblicazione di un libro ricco di opinioni e frasi strappate ai componenti del team Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Pensare che Donald J. Trump possa dimettersi dalla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America a causa di un libro che mette insieme commenti e critiche dei suoi collaboratori mi sembra alquanto utopistico. “Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano.

La straordinaria capacità di utilizzo dei media da parte di Trump è impressionante: non ha, ad esempio, cambiato stile nel linguaggio dei suoi tweet, ed è visto dalla base repubblicana che gli ha regalato la vittoria nel novembre 2016 come un personaggio coerente, capace di garantire la promessa di rendere l’America “great again”.

Con “Fire and fury” non siamo davanti ad un nuovo “Watergate”, così come gli autori del testo non sono Bob Woodward e Carl Bernstein, che furono capaci di realizzare un’inchiesta minuziosa e con dati realmente rilevanti ed incontrovertibili. Piuttosto, Michael Wolff realizza l’ennesimo quadro negativo del Presidente in carica, rappresentandolo come inadatto alla guida del Paese e sopravvalutato nelle sue competenze.

“Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano

Per quanto i repubblicani abbiano perso lo scorso novembre nelle elezioni per il rinnovo di varie municipalità – tra le quali New York – la vera posta in gioco sarà nel 2018 per la tornata delle midterm: con i democratici ancora in alto mare e le inchieste sulla Fondazione Clinton in svolgimento, non è scontata una vittoria dei Democrats, nonostante i sondaggi li diano già per vincenti. Ma i sondaggi non sono affidabili, e l’elezione di Trump ne è la prova matematica.

Ambasciata a Gerusalemme: con Trump la fine del multilateralismo statunitense

La decisione del Presidente rompe col passato: nessuna amministrazione aveva mai osato nello spostamento dell’Ambasciata nella città occupata dall’esercito israeliano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Sulla gravità delle conseguenze generali che questo atto ostile produrrà verso la leadership palestinese e la comunità internazionale, non è dato sapere. Potrebbe essere l’ennesimo segnale della fine del ruolo guida degli Stati Uniti; potrebbe valere pochissimo, dato che saranno pochi gli Stati che seguiranno la decisione degli USA; potrebbe rappresentare l’inizio di una grande escalation di violenza.

Per gli Stati Uniti, il multilateralismo è morto e sepolto. Per alcuni, questa suonerà come una buona notizia, dato che l’Unione Europea potrebbe andare per la sua strada autonomamente, senza dover fare i conti con Washington. Nell’incontro odierno tra Federica Mogherini e il Segretario di Stato Rex Tillerson, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera ha ribadito come Gerusalemme dovrà essere la capitale dei due Stati.

Il Ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, e il Presidente francese Macron, esprimono preoccupazione sui risvolti futuri della decisione unilaterale intrapresa dagli States.

Sul fronte extra UE, Erdoğan, Presidente della Turchia, ha affermato che si arriverebbe alla rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. La Russia di Vladimir Putin qualche giorno fa ha sottolineato che Mosca è dalla parte della Palestina nella realizzazione dell’indipendenza, con Gerusalemme Est capitale.

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Donald J. Trump e Benjamin Netanyahu a Washington. Photo: NBC News

Saranno molti i capi di Stato e di Governo che trarranno vantaggio dalla mossa statunitense: quelli del mondo musulmano sventoleranno la bandiera palestinese per rafforzare il consenso interno, altri – Putin su tutti – potrebbero avanzare come attori di mediazione nel conflitto israelo-palestinese, prendendo lo scettro fino ad oggi in mano agli Stati Uniti.

Al termine della seconda guerra mondiale, il conflitto tra il neonato Stato d’Israele e i Paesi arabi ha portato alla divisione de facto di Gerusalemme, con i primi occupanti la parte ovest della città, e la Giordania quella est. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 l’esercito israeliano ha occupato militarmente la Cisgiordania e Gerusalemme est, estendendo la sua autorità illegalmente.

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Uno foto scattata durante la Guerra dei Sei Giorni. Photo: BBC

Le Nazioni Unite – sia in sede di Assemblea Generale che di Consiglio di Sicurezza – hanno dichiarato invalide le azioni israeliane. In particolare, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 252 del 1968 spiega che “tutte le misure e le azioni legislative ed amministrative prese da Israele, compreso l’esproprio di terra e territori, tendono a cambiare lo status legale di Gerusalemme e sono dunque invalide e non possono cambiare tale status”.

Il 23 dicembre 2016 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.

Articolo modificato il 7 dicembre 2017 con l’aggiunta di contenuti video.

Michael Flynn e Tax Reform, tutti i guai del Presidente

La Casa Bianca è accerchiata dall’inchiesta Russiagate, con Jared Kushner trascinato da Michael Flynn nel pantano. Intanto il Senato vota la tax reform, una vittoria per Donald Trump?

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Come nei migliori casi d’omicidio, dove gli inquirenti cercano di scoprire l’assassino dalle tracce lasciate sul luogo del delitto, il Procuratore Speciale Robert Mueller sta cercando faticosamente di assemblare i pezzi per ricostruire una trama da vero e proprio film hollywoodiano, tra intercettazioni, tradimenti verso il Governo e contatti con i nemici.

Ed è così che finalmente Michael Flynn, dopo mesi di pressioni, vuota il sacco ed ammette d’aver mentito all’F.B.I. La storia inizia già nel 2016, quando il 23 dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.


LEGGI: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanna Israele

 


Flynn, insieme ad altri membri del transition team di Donald Trump, contattarono i più alti vertici della diplomazia russa, pressandoli per bocciare la risoluzione. Flynn, in sostanza, si rivolse ad un’altra Nazione per sovvertire un voto che il suo Governo voleva far passare. Jared Kushner, Consigliere di Trump, avrebbe agito insieme a Flynn nel trovare un contatto con i russi. Portando, così, l’inchiesta sempre più vicina alla Casa Bianca.

Flynn, durante la Convention repubblicana del luglio 2016, chiedeva l’imprigionamento di Hillary Clinton sulla controversia dell’utilizzo dell’email personale dell’ex Segretario di Stato per questioni riguardandi il Department of State.

I RICCHI ANCORA PIU’ RICCHI

Intanto, il voto sulla riforma della tassazione passato al Senato porterà gli Stati Uniti sull’orlo di una guerra civile economica. Infatti, la classe media – che guadagna tra i 40 e i 50 mila dollari l’anno – si ritroverà sul groppone un aumento delle tasse stimato attorno ai 5 miliardi di dollari, mentre i super ricchi – che guadagnano almeno 1 milione di dollari nei 12 mesi – una diminuzione pari a 6 miliardi di dollari.

“Chi ci guadagna?”, si chiede il Senatore del Vermont Bernie Sanders. “I manager degli hedge fund che vivono alle Isole Vergini risparmieranno 600 milioni di dollari“. Nelle più di 500 pagine della riforma voluta dai Conservatori, una sola sezione, la 14504, taglierà alle casse dello Stato un ammontare importante che “un Paese nel quale vivono 40 milioni di poveri – ricorda Sanders – dove 28 milioni di persone sono senza assicurazione sanitaria” non può certo permettersi.

 

Obama e Bush contro Trump: da che pulpito!

Tutti contro Donald Trump: quella che sembra una legittima presa di posizione contro l’attuale Presidente nasconde la difesa dell’establishment democratico e repubblicano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Barack Obama e George W. Bush, gli ultimi due presidenti degli Stati Uniti, hanno criticato senza mai citarlo l’attuale Commander-in-Chief, Donald Trump. La stampa internazionale ne ha dato grande risalto: l’ennesima situazione sconveniente per il Presidente in carica.

Eppure, per ora, di danni fattuali ne sono stati creati più dai suoi predecessori che dal tycoon newyorkese: i vecchi inquilini della Casa Bianca avrebbero fatto meglio a tacere, e riflettere sugli errori commessi specie in politica estera, che sono stati causa di morte, distruzione e desolazione per migliaia di esseri umani, militari statunitensi compresi.

La guerra in Iraq voluta da George W. Bush, secondo molteplici fonti – Associated Press, Esercito Statunitense, Governo Iracheno – ha portato alla morte di più di 100 mila persone*. L’uso spregiudicato dei droni da parte dell’Amministrazione Obama ha ucciso centinaia di civili, con dati contrastanti tra quelli rilasciati dal Governo – che parla di una forbice tra i 64 e i 116 – e il Bureau of Investigative Journalism – che parla di 380-801.

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Il discorso di vittoria della guerra in Iraq di George W. Bush: “Mission accomplished”. Photo: Reuters

Quello che, a mio avviso, sfugge alla stampa italiana – e quella statunitense, invece, evita di menzionare – è che Trump è sostanzialmente un indipendente, così come lo è Bernie Sanders, e questo va a scardinare il sistema corrotto del bipartitismo a stelle e strisce.

Le critiche dei personaggi di spicco dei due establishment sono rivolte proprio in questa direzione: di facciata, criticano la morale e gli atteggiamenti dell’attuale Presidente ma, in sostanza, cercano di recuperare quello status quo perduto con l’elezione dell’outsider Trump e la quasi vittoria delle primarie democratiche dell’altro indipendente, ma progressista, Sanders.

La sconfitta della Clinton è stata un chiaro segnale per i Democrats, che avrebbero invece facilmente vinto col Senatore del Vermont: nel 2016 gli elettori preferivano un indipendente, fuori dalle logiche partitiche, e avrebbero favorito un modello politico – puro, senza macchia, fuori dagli schemi – come quello di Bernie Sanders. Hanno scelto Donald Trump in mancanza di alternative valide.

Sono in linea con le posizioni di Trump? Assolutamente no: come potrei esserlo, essendo esattamente dall’altra parte della barricata?

Non esprimermi, però, nell’evidenziare quelle che per me sono vere e proprie storture del sistema, del quale fanno parte integrante gli organi di comunicazione – i grandi broadcaster sono finanziati dai due partiti egemoni – sarebbe fare il loro gioco, criticare assertivamente uno schema prestabilito, senza approfondire sulle cause collaterali.

*Associated Press: marzo 2003 – aprile 2009 110.600 morti

Iraq Body Count: marzo 2003 – marzo 2013: 112.017 – 122.438 morti

Documenti dell’Esercito Statunitense rilasciati da Wikileaks: gennaio 2004 – dicembre 2009: 109.032 morti

Single-payer, la battaglia di Bernie Sanders

Il Senatore del Vermont continua imperterrito la lotta per i diritti civili. Botta e risposta tra Sanders e Trump sui social

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

In Italia la legge sullo Ius Soli è diventata uno spauracchio politico, ma ancora di più è la dimostrazione della pavidità di un Governo incapace di far passare una norma di buon senso, che estenderebbe diritti senza toglierne, che amplierebbe il senso di cittadinanza tra coloro i quali italiani lo sono già de facto.

Negli Stati Uniti lo spauracchio è rappresentato dal diritto alla salute: quel complesso sistema che vede Big Pharma guadagnare miliardi di dollari sulla pelle dei cittadini a stelle e strisce, in una Nazione dove la disparità sociale è dilagante e i costi – per chi non se lo può permettere – per le cure sono esorbitanti.

Sono 28 milioni le persone senza copertura medica. E per capire la gravità della loro condizione è sufficiente leggere una storia qualunque, come quella pubblicata recentemente da The Nation, che racconta il dramma del padre di Doris Portillo, donna salvadoregna naturalizzata statunitense.

A sua difesa, e dei tanti altri cittadini sprovvisti ingiustamente del diritto alle cure, accorre Bernie Sanders. Con la proposta del “single-payer” il Senatore del Vermont ha proposto al Senato una legge che prevede un unico piano di assistenza sanitaria per tutti.

 

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In primo piano Bernie Sanders e, alla sua destra, la Senatrice Elisabeh Warren, co-sponsor del single-payer healthcare program

 

Il disegno di legge è appoggiato, per la prima volta, da numerosi senatori democratici, a partire da Elisabeth Warren, che con Sanders combatte numerose altre battaglie sociali. Su 48 senatori democratici, 11 co-sponsorizzano il piano Sanders, tra i quali probabili candidati alla corsa per la nomination a candidato del Partito Democratico nel 2020.

Questo è un dato politico importante perché va a plasmare il dibattito della prossima campagna elettorale, nella quale il diritto alla salute nei termini di un piano universale – così come esiste, ad esempio, in Italia – sarà al centro dell’attenzione. La piattaforma democratica si spingerà verso posizioni sempre più progressiste.

Non è un caso che il Presidente Donald J. Trump abbia pubblicamente, direttamente attaccato Sanders con un tweet:

Il diritto alla salute universale, negli States, è un campo tutto di sinistra. Non è tardata la risposta di Bernie Sanders:

Bernie Sanders è l’uomo politico più amato negli Stati Uniti. È lui uno degli ultimi eroi dei nostri tempi.