Categoria: Stati Uniti

Single-payer, la battaglia di Bernie Sanders

Il Senatore del Vermont continua imperterrito la lotta per i diritti civili. Botta e risposta tra Sanders e Trump sui social

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

In Italia la legge sullo Ius Soli è diventata uno spauracchio politico, ma ancora di più è la dimostrazione della pavidità di un Governo incapace di far passare una norma di buon senso, che estenderebbe diritti senza toglierne, che amplierebbe il senso di cittadinanza tra coloro i quali italiani lo sono già de facto.

Negli Stati Uniti lo spauracchio è rappresentato dal diritto alla salute: quel complesso sistema che vede Big Pharma guadagnare miliardi di dollari sulla pelle dei cittadini a stelle e strisce, in una Nazione dove la disparità sociale è dilagante e i costi – per chi non se lo può permettere – per le cure sono esorbitanti.

Sono 28 milioni le persone senza copertura medica. E per capire la gravità della loro condizione è sufficiente leggere una storia qualunque, come quella pubblicata recentemente da The Nation, che racconta il dramma del padre di Doris Portillo, donna salvadoregna naturalizzata statunitense.

A sua difesa, e dei tanti altri cittadini sprovvisti ingiustamente del diritto alle cure, accorre Bernie Sanders. Con la proposta del “single-payer” il Senatore del Vermont ha proposto al Senato una legge che prevede un unico piano di assistenza sanitaria per tutti.

 

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In primo piano Bernie Sanders e, alla sua destra, la Senatrice Elisabeh Warren, co-sponsor del single-payer healthcare program

 

Il disegno di legge è appoggiato, per la prima volta, da numerosi senatori democratici, a partire da Elisabeth Warren, che con Sanders combatte numerose altre battaglie sociali. Su 48 senatori democratici, 11 co-sponsorizzano il piano Sanders, tra i quali probabili candidati alla corsa per la nomination a candidato del Partito Democratico nel 2020.

Questo è un dato politico importante perché va a plasmare il dibattito della prossima campagna elettorale, nella quale il diritto alla salute nei termini di un piano universale – così come esiste, ad esempio, in Italia – sarà al centro dell’attenzione. La piattaforma democratica si spingerà verso posizioni sempre più progressiste.

Non è un caso che il Presidente Donald J. Trump abbia pubblicamente, direttamente attaccato Sanders con un tweet:

Il diritto alla salute universale, negli States, è un campo tutto di sinistra. Non è tardata la risposta di Bernie Sanders:

Bernie Sanders è l’uomo politico più amato negli Stati Uniti. È lui uno degli ultimi eroi dei nostri tempi.

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Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.

Stranger Things entra al Congresso degli Stati Uniti

La serie TV in onda su Netflix usata dal membro della Camera dei Rappresentanti David Cicilline per spiegare la situazione del Paese all’indomani dell’elezione di Donald Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Succede anche questo negli Stati Uniti, che sembrano vivere un vero e proprio “sottosopra” dall’elezione di Donald J. Trump: il democratico Congressman David Cicilline, membro della House of Representatives, in un intervento al Congresso si presenta con un cartello che recita “Trump Things” riprendendo la trama del telefilm Stranger Things, in onda su Netflix.

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Il cartello usato da David Cicilline nel corso del suo intervento al Congresso degli Stati Uniti

Cicilline parla di un Paese Upside Down, dove “il giusto è sbagliato, ciò che sta su ora sta giù, ciò che è nero ora è bianco”. E attacca le politiche di Trump: “Si avvicina a Valdimir Putin e volta le spalle ai nostri alleati tradizionali. Firma un ordine esecutivo per la costruzione del muro col Messico ma i cittadini di Flint, nel Michigan, sono ancora senza acqua potabile”.

“No, stavolta Jim Hopper – il Capo della Polizia della serie Stranger Things – non verrà a salvarci. Questo non è uno show della TV. Questa è la vita reale. E come Mike, Lucas, Dustin e Eleven, dobbiamo vigilare affinché questa amministrazione possa gestire le proprie responsabilità, così da poter scappare dalla nostra versione di Upside Down”, conclude Cicilline.

Ieri notte ho pubblicato un tweet riguardo l’intervento di Cicilline al Congresso. Mi ha ringraziato. Un membro del Parlamento italiano non l’avrebbe mai fatto, ma uno degli Stati Uniti, sì.

Viviamo davvero in un mondo “sottosopra”.

Bowling Green, il massacro mai avvenuto

Come è facile manipolare l’opinione pubblica attraverso gli alternative facts

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Avete mai sentito parlare del Massacro di Bowling Green?

Probabilmente no, ma se siete avvezzi a credere alle bufale di siti internet quali sostenitori.info, gazzettanews24, Stop Euro (per una lista di fonti non attendibili vi rimando a www.bufale.net) non siete molto diversi dagli elettori statunitensi che hanno creduto ad una serie di “Alternative Facts” portata avanti da vari media – Breitbart in primis – e che hanno contribuito all’elezione di Donald J. Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

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Kellyanne Conway, Consigliere di Donald Trump, inventore del Bowling Green Massacre

Secondo un sondaggio nazionale condotto dalla Public Policy Polling il 66% degli americani ritiene che gli Stati Uniti siano una Nazione sicura, contro il 23% che pensa l’esatto contrario.

Solo il 45% degli statunitensi pensa sia giusto il Muslim Ban e tra questi, il 51% crede che sia necessario a causa del Massacro di Bowling Green. Che non è mai avvenuto.

È un fatto inventato da Kellyanne Conway nel corso di alcune interviste. Consigliere di Trump, Conway ha utilizzato questa bufala per giustificare lo stop all’ingresso negli USA per i cittadini provenienti da alcuni Stati a maggioranza musulmana.

Qual è la morale di questa storia? Semplicemente, l’ignoranza è una brutta bestia, ma si può sempre migliorare.

Consiglio di Sicurezza, condanna per Israele

È la prima risoluzione da 8 anni che l’organo delle Nazioni Unite prende sulla questione Israele-Palestina

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Con 14 voti a favore e l’astensione degli Stati Uniti, passa al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite la risoluzione che chiede l’immediata fine della costruzione da parte di Israele di abitazioni nei Territori Palestinesi.

UN Photo/Manuel Elias

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, l’uscente Ban Ki-moon che dal 1° Gennaio verrà sostituito dal portoghese Antonio Guterres alla guida dell’organizzazione intergovernamentale, approva la decisione del Security Council, risoluzione che afferma – si legge nel comunicato rilasciato dall’Onu – “l’illegalità dell’occupazione dei Territori Palestinesi”, risalente dal 1967, costituendo una “flagrante violazione ” del diritto internazionale ed un “grosso ostacolo alla soluzione due-Stati, nonché alla pace giusta, duratura e completa”.

Immediate le reazioni dalle varie missioni presenti alle Nazioni Unite, nonché dai leader palestinesi e israeliani.

Riyad Mansour, Rappresentante Permanente dello Stato di Palestina all’Onu, ringrazia il Consiglio affermando l’importanza della decisione presa e ricordando i punti principali della risoluzione, tra i quali il ripristino dei confini decisi dalle Nazioni Unite il 4 Giugno 1967.

Dura la reazione israeliana.

Il Primo Ministro Netanyahu ha dichiarato che Israele non rispetterà la decisione del Consiglio di Sicurezza.

Netanyahu, secondo il quale la risoluzione è “vergognosa”, ha richiamato per consultazioni gli Ambasciatori di Israele in Nuova Zelanda e Senegal, Paesi co-sponsor della resolution. Israele ha deciso di cancellare la visita del Ministro degli Esteri senegalese, e annullato il programma d’aiuto economico allo Stato africano.

Diverse le reazioni degli altri Stati membri dell’Onu.

Da più parti pare palese che la decisione statunitense, votata tramite la Permanent Representative Samantha Power, di far passare la risoluzione con l’astensione di Washington sia un attacco a Donald Trump dall’amministrazione uscente, un modo per mettere in difficoltà, da parte dei Democratici, il nuovo Presidente. Che comunque è tradizionalmente legato ad Israele: la sua reazione è più che esplicita.

Barack Obama ha avuto molteplici occasioni nelle quali avrebbe potuto riavviare il processo di pace e, sul fronte interno, diminuire i sovvenzionamenti economici per Israele. Ha fatto poco o nulla a riguardo.

Sicuramente il primo Presidente nero della Casa Bianca si è voluto togliere un sassolino dalla scarpa, una conferma dei rapporti non idilliaci con Netanyahu negli anni del suo mandato.

La Russia dietro l’elezione di Trump?

Le accuse di Washington verso Mosca, se appurate, metteranno gli Stati Uniti di fronte ad una prassi da loro stessi utilizzata nel passato

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Solo i finti analisti che recitano verità assolute prendendo in considerazione un lasso di tempo cortissimo, o coloro i quali non hanno mai aperto un libro di storia non si rendono conto che i corsi e ricorsi storici esistono. E gli Stati Uniti, che la storia mondiale l’hanno davvero cambiata durante il Secolo Breve e in questi quasi 20 anni del duemila, non ne sono immuni.

Nonostante Washington sia una superpotenza, e solo a fasi alterne riesca a comprendere fino in fondo le conseguenze delle azioni che compie, può scoprirsi fragile. Come a Pearl Harbor. Come l’11 settembre. Come durante le ultime elezioni che hanno consegnato la vittoria a Donald Trump, esito elettorale che – si dice – è stato pilotato dal governo russo.

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Salvador Allende. Photo: Robert Quiroga/Associated Press

Ariel Dorfman, Professore emerito di letteratura alla Duke University, è cileno. Oggi il New York Times ospita un suo articolo  dove egli ricorda i sentimenti provati all’indomani dell’11 settembre 1973, che ha visto il bombardamento del Palacio de la Moneda e la morte del Presidente eletto Salvador Allende. Il Cile ha assistito alla morte della democrazia sotto i colpi dell’esercito governativo sovvenzionato dalla CIA.

…i corsi e ricorsi storici esistono, e anche gli Stati Uniti dovrebbero tenere questo principio bene a mente

Dorfman non è felice all’idea che la Russia possa aver cambiato l’esito elettorale delle elezioni 2016. Ma invita i suoi neocontittadini statunitensi, e la politica intera, ad un esame di coscienza per imparare dagli errori di Washington avvenuti nel passato e nei giorni nostri. Chiede che il Presidente designato crei una commissione d’inchiesta sul voto di novembre, e che Trump smetta di utilizzare un tono ironico e ricco di battute sulla questione.

Perché in gioco c’è la democrazia, che dovrebbe rispettare valori universali, e mai dovrebbe imporsi. Perché i corsi e ricorsi storici esistono, e anche gli Stati Uniti dovrebbero tenere questo principio bene a mente.

Donald Trump sceglie Rex Tillerson come Segretario di Stato

Tillerson, CEO di ExxonMobil, potrebbe guidare la diplomazia statunitense verso l’auspicato riavvicinamento con la Russia

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Non può che essere una bella notizia la scelta del 45° Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di incaricare Rex Tillerson come Segretario di Stato. Una conferma della sua volontà politica di riavvicinamento con la Russia, che potrebbe imprimere una vera e propria svolta epocale nelle relazioni ovest-est.

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Rex Tillerson e Vladimir Putin

Dopo anni di tensioni capziose e provocazioni varie, gli Stati Uniti sembrano voler tendere la mano a quel nemico, fin troppo amico, di cui Washington necessita per la stabilità degli assetti geopolitici.

Tillerson, in passato, non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin: all’International Economic Forum di San Pietroburgo del 2008 affermò che “In Russia non vi è rispetto per il rule of law”. Per poi, nel corso degli anni, divenire una figura rispettata da Mosca e dal suo Presidente, il quale ha riposto in Tillerson la propria fiducia per la finalizzazione di alcuni affari.

Le critiche verso la normalizzazione dei rapporti USA-Russia lasciano il tempo che trovano se chi si lamenta della gestione dei diritti umani da parte di Putin continua a mandare avanti stretti rapporti con l’Arabia Saudita.

Tillerson viene preferito agli uomini del Partito Repubblicano: in caso di conferma del CEO di Exxon alla Segreteria di Stato, il grande sconfitto sarà Mitt Romney, sfidante di Obama alla Presidenza nel 2012.

Donald Trump: la vittoria del candidato assimetrico

Alla fine di una lunga, estenuante e impalpabile campagna elettorale, Donald Trump vince a valanga su Hillary Clinton, unica colpevole col Partito Democratico della debacle nella election night

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Stamani ho ricevuto un messaggio, quello che qualche mese fa non avrei mai voluto leggere: “Alla fine avevi ragione tu”. La ragione dei fessi, mi verrebbe da dire. Perché avere ragione su una previsione elettorale non solo è difficile, ma impossibile. A meno che gli istituti che elaborano i sondaggi non abbiano lavorato in maniera scorretta, alterando i risultati per orientare l’opinione pubblica fino all’ultimo minuto. O quei grandi giornali – primo su tutti il NYT, ‘Shame on You!’ – che fino alla mezzanotte italiana dava le chance di vittoria di Hillary Clinton all’85%. Ovviamente nessuno si dimetterà, nonostante tanti direttori di giornali – sia negli States, che all’estero – dovrebbero chiedere scusa per aver fatto credere ai lettori una realtà non vera.

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Trump festeggia con la famiglia la vittoria alle presidenziali del 2016. Photo: Getty Images

Senza scadere nelle congetture e nella dietrologia che tanto conosciamo nel nostro Paese – mandate avanti non solo dai Cinquestelle ma anche da certe frange del PD al potere in questo momento – le elezioni statunitensi le ha vinte l’impresentabile osteggiato dal suo partito, dai giornali repubblicani e democratici, dal Presidente in carica. Non vogliamo dargliene atto? O vogliamo continuare a raccontarci la favola che, essendoci una donna dall’altra parte della barricata, questo fosse sufficiente per votare Democratico?

Non ripeterò quanto Bernie Sanders avrebbe giovato in questa elezione asimmetrica e non convenzionale: oltre ad averlo scritto e ripetuto più volte, ora lo sanno anche i muri. Mi focalizzo, però, sul dispiacere di tanti analisti – evidentemente in malafede – che continuano a dire che una Presidenza Clinton sarebbe stata migliore per motivi quali lotta al terrorismo, presa di posizione con la Russia di Putin – lo spauracchio dei giorni nostri -, ed economia interna. Bene, credo che a costoro lo schiaffo maggiore l’abbiano dato gli elettori: forse dovreste imparare ad ascoltarli sul serio. E dire ciò che si può realmente affermare: sappiamo come la Clinton manderebbe avanti le sue politiche, ma non sappiamo esattamente come potrebbe comandare Trump perché non l’abbiamo mai visto al Governo.

Ancora una volta, il voto popolare lo vincerà il candidato sconfitto: un dato inutile, visto come funziona il sistema elettorale negli Stati Uniti, ma che è motivo di malcontento e frustrazione, specie tra i più giovani. Un elettore statunitense deve per forza, de facto, ingoiare le politiche di Repubblicani o Democratici, non potendoci essere né rappresentatività per le forze che prendono meno voti, né voce per i leader delle minoranze nel corso della campagna elettorale, fatta a misura dei due cartelli Rosso e Blu che prendono e racimolano tutte le risorse.

Del primo discorso della vittoria di Trump colpiscono le sue affermazioni sulla Clinton – “Ha lavorato sodo per la nostra Nazione” -, sulla ricostruzione delle infrastrutture del Paese, sul messaggio di unità per il suo partito, togliendosi qualche sassolino dalla scarpa. Dalla sua parte, oltre la famiglia, Giuliani, Carson, Christie, figure che probabilmente vedremo nella nomenclatura del prossimo Governo.

Per favore, fate una cortesia a voi stessi e smettete di paragonare Silvio Berlusconi a Donald Trump. L’ex Presidente del Consiglio ha vinto in un periodo storico imparagonabile a quello del nuovo inquilino della Casa Bianca, quel 1994 post Mani Pulite e di una struttura partitica al collasso. Trump vince in un contesto favorevole dove Obama ha accresciuto a dismisura i posti di lavoro, abbassato la disoccupazione, sistemato i conti e incanalato l’economia a tassi di crescita buoni. Se vogliamo dirla tutta, la Clinton assomiglia più a Berlusconi, nelle sue affermazioni contro l’FBI, reo di essersi intromesso nella campagna elettorale: ci mancava solo che parlasse di giudici comunisti.

Lascerei parlare i fatti: nessuno ha la sfera di cristallo, Trump è una forza nuova che non potrà governare da sola. Ma già il fatto che Colin Powell non sia dalla sua parte è, per quanto mi riguarda, motivo di tranquillità.

Elezioni 2016: c’era una volta in America

L’8 novembre gli Stati Uniti sceglieranno tra Hillary Clinton e Donald Trump, i candidati meno presentabili della storia recente. Pesa l’incertezza tra democratici e repubblicani. Ma Bernie Sanders sarebbe stato il giusto compromesso

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

C’era una volta in America un signore che di nome fa Bernie Sanders. Con la sua passione, e le sue idee fresche e rivoluzionarie era riuscito ad incanalare un malcontento generalizzato, soprattutto tra i giovani, che gli diede la forza per sfidare Sua Maestà Hillary Clinton.

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Il Senatore del Vermont e candidato alle primarie del Partito Democratico Bernie Sanders

Ma il coraggio delle idee non sempre è sufficiente di fronte alla potenza del dio denaro e delle grandi corporation, e così la candidatura di Bernie Sanders impattò con la miseria umana della corruzione morale dei grandi elettori del Partito Democratico.

Il lascito di Sanders lo troviamo nella piattaforma democratica, “la più a sinistra della storia”, e nella ritrovata mobilitazione di milioni di giovani che, senza l’attività del Senatore del Vermont, non si sarebbero nemmeno registrati per andare a votare.

Quello statunitense è un sistema politico al collasso: bassa rappresentatività, due partiti terrorizzati di poter perdere gli enormi flussi monetari che generano tra spot elettorali, finanziamenti e lobby che trasversalmente li appoggiano, un turnout ai seggi sempre fin troppo basso per l’importanza che tali elezioni rappresentano.

Il coraggio delle idee non sempre è sufficiente di fronte alla potenza del dio denaro

La stampa locale ed internazionale appoggia solo ed esclusivamente Hillary Clinton, in una disperata corsa all’endorsement per la candidata democratica che dimostra una totale miopia e incapacità di lettura delle proprie azioni. Come a dire: se Trump dovesse vincere, noi non siamo stati i responsabili. Come se il recente passato – George W. Bush vi ricorda qualcosa? – fosse tutto rose e fiori.

Donald Trump: il candidato alterativo che corre nei ranghi del Partito Repubblicano, abbandonato dal suo stesso movimento, un Grand Old Party non all’altezza, fin dall’inizio, di esprimere una personalità capace di unire il popolo piuttosto che dividerlo, perché un suo così grande successo non lo si poteva nemmeno immaginare. Ma è la democrazia, baby. O vogliamo esaltare il sistema occidentale di scelta dei candidati e dei rappresentanti solo quando ci fa comodo?

Hillary Clinton: la candidata mainstream, l’usato insicuro che porta avanti gli interessi dei poteri forti e che in politica estera ha creato danni enormi per il Vecchio Continente e la stabilità del vicino oriente. “Non voto con la vagina, ecco perché non appoggio Clinton”, ha affermato recentemente Susan Sarandon, la quale ha battagliato per Sanders nel corso delle primarie democratiche.

“Non credo che la maggioranza dei quali pensa di votare Trump sia razzista o sessista”, ha scritto Bernie Sanders in un Tweet. È una chiara apertura per il futuro prossimo, una lettura della realtà politica che dimostra un unico fatto: la candidata dei democratici è alle corde.

La Clinton sa bene che se perderà queste elezioni la responsabilità sarà solo e solamente sua. Dalle decine di punti in suo vantaggio nei sondaggi, si è ridotta ad avere qualche punto di scarto che, a questo punto, non fanno più la differenza.

Stavolta il futuro è incerto, perché chi vincerà queste elezioni navigherà a vista: a meno di straordinari capovolgimenti, non ci sarà un plebiscito per uno di candidati. E tra quattro anni vincerà il partito che avrà saputo realmente cambiare il proprio assetto interno e il modo di approccio verso l’elettorato.

“Yes, we can!”, ma che Dio ce la mandi buona.