Categoria: Stati Uniti

Midterm, le elezioni del 2018

Referedum pro o contro Trump: quale sarà l’esito delle elezioni di midterm? Cosa cambierà per i cittadini degli Stati Uniti?

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Ho scattato questa foto nel 2015 a New York, davanti alla Rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite. Era tardi, faceva freddo, un uomo si occupava delle pulizie nella lobby dell’ufficio.

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La lobby della Rappresentanza degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite a New Yorl.                   Foto: ©Matteo Meloni

Appese sul muro, le foto dell’allora Presidente, Barack Obama, e del suo più stretto entourage: Joe Biden, il Segretario di Stato John Kerry, la Rappresentante USA all’Onu Samantha Power. Sembra passata un’eternità da quel giorno.

Quell’anno fu siglato l’importante accordo sul nucleare iraniano, quel Joint Comprehensive Plan of Action che Donald Trump prova ad affondare quotidianamente. Quell’anno la crisi migratoria nel Mediterraneo raggiungeva cifre impressionanti. Quell’anno la guerra al terrorismo era dura, durissima: l’ISIS si espandeva in Siria e in Iraq, e colpiva duramente Parigi al Bataclan. Quell’anno c’era ancora la speranza, tra gli elettori statunitensi, che un futuro migliore potesse esserci.

I candidati alla Presidenza dei due partiti del sistema bipolare degli States rivaleggiavano nei comizi in tv: i democratici si ritrovarono in due — Clinton e Sanders —, dall’altra parte Trump distruggeva purosangue della politica come l’ultimo della dinastia Bush, Jeb. La speranza fu annientata. Come andò a finire lo sanno tutti.

Così come tutti conoscono gli errori fatti in entrambe le formazioni. Il sistema elettorale degli Stati Uniti è “rigged”, truccato fino al midollo, la rappresentanza popolare è di difficile attuazione, i poveri sono sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi. Un trend che va avanti in tutti i Paesi, specie quelli che hanno donato l’anima al capitalismo sfrenato.

Le elezioni di midterm di oggi porteranno qualche cambiamento nei volti, ma per una modifica radicale della sostanza ci vorrà tanto tempo. Quello che succede a Washington ha sempre conseguenze, l’onda si estende sia nell’Atlantico che nel Pacifico. Può colpire come uno tsunami: l’elezione di Trump lo dimostra.

Servono barriere culturali per fermare una tale onda anomala, e noi, in Europa, ne siamo privi. Attendiamo la devastazione, senza mai capire fino in fondo il perché.

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John McCain, la vittoria nella sconfitta

Il Senatore, veterano della guerra del Vietnam, lascerà un vuoto difficilmente colmabile nel Partito Repubblicano di Donald J. Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Mancherà alla politica statunitense John McCain, il Senatore repubblicano che da anni lotta contro un tumore al cervello. McCain non si è mai sottratto alla discussione politica, prendendo posizione contro il suo partito, assumendo un ruolo sempre istituzionale.

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Photo: Politico.com

John McCain sarebbe stato un buon Presidente, ma la storia ha preso un corso differente. Sicuramente avrebbe ricoperto il ruolo di inquilino della Casa Bianca più dignitosamente di Donald J. Trump, che già nel 2015 attacco McCain – pilota ed eroe della guerra in Vietnam, imprigionato e torturato per quasi cinque anni e mezzo nel cosiddetto “Hanoi Hilton” – affermando: “Non è un eroe di guerra. Era un eroe di guerra perché è stato catturato. A me piacciono quelli che non sono stati catturati”.

Bernie Sanders, Senatore socialista e ben lontano dalle posizioni di McCain, ha sempre sottolineato la bontà dell’uomo, nonostante le differenze ideologiche. “John è molto rispettato al Senato, non solo per la sua storia di vita e la sua prigionia, ma anche per il suo coraggio”. Negli anni, Sanders e McCain hanno collaborato nella tutela dei diritti dei veterani di guerra.

McCain nelle sue memorie è arrivato ad ammettere che “la guerra in Iraq è stata un errore, un grave errore, e io devo condividere una parte di questa colpa”.

John McCain rappresenta la politica fatta di toni incisivi ma educati, dove il rispetto del sistema e dell’avversario politico vengono prima dell’attacco. Doti che le classi dirigenti stanno perdendo, senza le quali si giunge al conflitto perenne. Quel conflitto che McCain ha visto con i suoi occhi, e ha cercato di non riprodurre nel ruolo di rappresentante dei suoi elettori.

‘Fire and Fury’ non è Watergate

Per creare le condizioni per un impeachment o per le dimissioni del Presidente in carica non è sufficiente la pubblicazione di un libro ricco di opinioni e frasi strappate ai componenti del team Trump

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Pensare che Donald J. Trump possa dimettersi dalla carica di Presidente degli Stati Uniti d’America a causa di un libro che mette insieme commenti e critiche dei suoi collaboratori mi sembra alquanto utopistico. “Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano.

La straordinaria capacità di utilizzo dei media da parte di Trump è impressionante: non ha, ad esempio, cambiato stile nel linguaggio dei suoi tweet, ed è visto dalla base repubblicana che gli ha regalato la vittoria nel novembre 2016 come un personaggio coerente, capace di garantire la promessa di rendere l’America “great again”.

Con “Fire and fury” non siamo davanti ad un nuovo “Watergate”, così come gli autori del testo non sono Bob Woodward e Carl Bernstein, che furono capaci di realizzare un’inchiesta minuziosa e con dati realmente rilevanti ed incontrovertibili. Piuttosto, Michael Wolff realizza l’ennesimo quadro negativo del Presidente in carica, rappresentandolo come inadatto alla guida del Paese e sopravvalutato nelle sue competenze.

“Fire and fury” non è un’inchiesta giornalistica che porta alla luce fatti e misfatti, ma un modo di screditare Trump che, invece, rafforzerà ulteriormente la presidenza del leader repubblicano

Per quanto i repubblicani abbiano perso lo scorso novembre nelle elezioni per il rinnovo di varie municipalità – tra le quali New York – la vera posta in gioco sarà nel 2018 per la tornata delle midterm: con i democratici ancora in alto mare e le inchieste sulla Fondazione Clinton in svolgimento, non è scontata una vittoria dei Democrats, nonostante i sondaggi li diano già per vincenti. Ma i sondaggi non sono affidabili, e l’elezione di Trump ne è la prova matematica.

Ambasciata a Gerusalemme: con Trump la fine del multilateralismo statunitense

La decisione del Presidente rompe col passato: nessuna amministrazione aveva mai osato nello spostamento dell’Ambasciata nella città occupata dall’esercito israeliano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Sulla gravità delle conseguenze generali che questo atto ostile produrrà verso la leadership palestinese e la comunità internazionale, non è dato sapere. Potrebbe essere l’ennesimo segnale della fine del ruolo guida degli Stati Uniti; potrebbe valere pochissimo, dato che saranno pochi gli Stati che seguiranno la decisione degli USA; potrebbe rappresentare l’inizio di una grande escalation di violenza.

Per gli Stati Uniti, il multilateralismo è morto e sepolto. Per alcuni, questa suonerà come una buona notizia, dato che l’Unione Europea potrebbe andare per la sua strada autonomamente, senza dover fare i conti con Washington. Nell’incontro odierno tra Federica Mogherini e il Segretario di Stato Rex Tillerson, l’Alto Rappresentante per la Politica Estera ha ribadito come Gerusalemme dovrà essere la capitale dei due Stati.

Il Ministro degli Esteri tedesco, Sigmar Gabriel, e il Presidente francese Macron, esprimono preoccupazione sui risvolti futuri della decisione unilaterale intrapresa dagli States.

Sul fronte extra UE, Erdoğan, Presidente della Turchia, ha affermato che si arriverebbe alla rottura delle relazioni diplomatiche con Israele. La Russia di Vladimir Putin qualche giorno fa ha sottolineato che Mosca è dalla parte della Palestina nella realizzazione dell’indipendenza, con Gerusalemme Est capitale.

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Donald J. Trump e Benjamin Netanyahu a Washington. Photo: NBC News

Saranno molti i capi di Stato e di Governo che trarranno vantaggio dalla mossa statunitense: quelli del mondo musulmano sventoleranno la bandiera palestinese per rafforzare il consenso interno, altri – Putin su tutti – potrebbero avanzare come attori di mediazione nel conflitto israelo-palestinese, prendendo lo scettro fino ad oggi in mano agli Stati Uniti.

Al termine della seconda guerra mondiale, il conflitto tra il neonato Stato d’Israele e i Paesi arabi ha portato alla divisione de facto di Gerusalemme, con i primi occupanti la parte ovest della città, e la Giordania quella est. Dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967 l’esercito israeliano ha occupato militarmente la Cisgiordania e Gerusalemme est, estendendo la sua autorità illegalmente.

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Uno foto scattata durante la Guerra dei Sei Giorni. Photo: BBC

Le Nazioni Unite – sia in sede di Assemblea Generale che di Consiglio di Sicurezza – hanno dichiarato invalide le azioni israeliane. In particolare, la risoluzione del Consiglio di Sicurezza 252 del 1968 spiega che “tutte le misure e le azioni legislative ed amministrative prese da Israele, compreso l’esproprio di terra e territori, tendono a cambiare lo status legale di Gerusalemme e sono dunque invalide e non possono cambiare tale status”.

Il 23 dicembre 2016 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.

Articolo modificato il 7 dicembre 2017 con l’aggiunta di contenuti video.

Michael Flynn e Tax Reform, tutti i guai del Presidente

La Casa Bianca è accerchiata dall’inchiesta Russiagate, con Jared Kushner trascinato da Michael Flynn nel pantano. Intanto il Senato vota la tax reform, una vittoria per Donald Trump?

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Come nei migliori casi d’omicidio, dove gli inquirenti cercano di scoprire l’assassino dalle tracce lasciate sul luogo del delitto, il Procuratore Speciale Robert Mueller sta cercando faticosamente di assemblare i pezzi per ricostruire una trama da vero e proprio film hollywoodiano, tra intercettazioni, tradimenti verso il Governo e contatti con i nemici.

Ed è così che finalmente Michael Flynn, dopo mesi di pressioni, vuota il sacco ed ammette d’aver mentito all’F.B.I. La storia inizia già nel 2016, quando il 23 dicembre il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite passa la risoluzione nella quale si condanna Israele per flagrante violazione delle leggi internazionali circa l’occupazione dei territori della Palestina. Gli Stati Uniti si astennero, permettendo il passaggio del voto.


LEGGI: Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite condanna Israele

 


Flynn, insieme ad altri membri del transition team di Donald Trump, contattarono i più alti vertici della diplomazia russa, pressandoli per bocciare la risoluzione. Flynn, in sostanza, si rivolse ad un’altra Nazione per sovvertire un voto che il suo Governo voleva far passare. Jared Kushner, Consigliere di Trump, avrebbe agito insieme a Flynn nel trovare un contatto con i russi. Portando, così, l’inchiesta sempre più vicina alla Casa Bianca.

Flynn, durante la Convention repubblicana del luglio 2016, chiedeva l’imprigionamento di Hillary Clinton sulla controversia dell’utilizzo dell’email personale dell’ex Segretario di Stato per questioni riguardandi il Department of State.

I RICCHI ANCORA PIU’ RICCHI

Intanto, il voto sulla riforma della tassazione passato al Senato porterà gli Stati Uniti sull’orlo di una guerra civile economica. Infatti, la classe media – che guadagna tra i 40 e i 50 mila dollari l’anno – si ritroverà sul groppone un aumento delle tasse stimato attorno ai 5 miliardi di dollari, mentre i super ricchi – che guadagnano almeno 1 milione di dollari nei 12 mesi – una diminuzione pari a 6 miliardi di dollari.

“Chi ci guadagna?”, si chiede il Senatore del Vermont Bernie Sanders. “I manager degli hedge fund che vivono alle Isole Vergini risparmieranno 600 milioni di dollari“. Nelle più di 500 pagine della riforma voluta dai Conservatori, una sola sezione, la 14504, taglierà alle casse dello Stato un ammontare importante che “un Paese nel quale vivono 40 milioni di poveri – ricorda Sanders – dove 28 milioni di persone sono senza assicurazione sanitaria” non può certo permettersi.

 

Obama e Bush contro Trump: da che pulpito!

Tutti contro Donald Trump: quella che sembra una legittima presa di posizione contro l’attuale Presidente nasconde la difesa dell’establishment democratico e repubblicano

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Barack Obama e George W. Bush, gli ultimi due presidenti degli Stati Uniti, hanno criticato senza mai citarlo l’attuale Commander-in-Chief, Donald Trump. La stampa internazionale ne ha dato grande risalto: l’ennesima situazione sconveniente per il Presidente in carica.

Eppure, per ora, di danni fattuali ne sono stati creati più dai suoi predecessori che dal tycoon newyorkese: i vecchi inquilini della Casa Bianca avrebbero fatto meglio a tacere, e riflettere sugli errori commessi specie in politica estera, che sono stati causa di morte, distruzione e desolazione per migliaia di esseri umani, militari statunitensi compresi.

La guerra in Iraq voluta da George W. Bush, secondo molteplici fonti – Associated Press, Esercito Statunitense, Governo Iracheno – ha portato alla morte di più di 100 mila persone*. L’uso spregiudicato dei droni da parte dell’Amministrazione Obama ha ucciso centinaia di civili, con dati contrastanti tra quelli rilasciati dal Governo – che parla di una forbice tra i 64 e i 116 – e il Bureau of Investigative Journalism – che parla di 380-801.

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Il discorso di vittoria della guerra in Iraq di George W. Bush: “Mission accomplished”. Photo: Reuters

Quello che, a mio avviso, sfugge alla stampa italiana – e quella statunitense, invece, evita di menzionare – è che Trump è sostanzialmente un indipendente, così come lo è Bernie Sanders, e questo va a scardinare il sistema corrotto del bipartitismo a stelle e strisce.

Le critiche dei personaggi di spicco dei due establishment sono rivolte proprio in questa direzione: di facciata, criticano la morale e gli atteggiamenti dell’attuale Presidente ma, in sostanza, cercano di recuperare quello status quo perduto con l’elezione dell’outsider Trump e la quasi vittoria delle primarie democratiche dell’altro indipendente, ma progressista, Sanders.

La sconfitta della Clinton è stata un chiaro segnale per i Democrats, che avrebbero invece facilmente vinto col Senatore del Vermont: nel 2016 gli elettori preferivano un indipendente, fuori dalle logiche partitiche, e avrebbero favorito un modello politico – puro, senza macchia, fuori dagli schemi – come quello di Bernie Sanders. Hanno scelto Donald Trump in mancanza di alternative valide.

Sono in linea con le posizioni di Trump? Assolutamente no: come potrei esserlo, essendo esattamente dall’altra parte della barricata?

Non esprimermi, però, nell’evidenziare quelle che per me sono vere e proprie storture del sistema, del quale fanno parte integrante gli organi di comunicazione – i grandi broadcaster sono finanziati dai due partiti egemoni – sarebbe fare il loro gioco, criticare assertivamente uno schema prestabilito, senza approfondire sulle cause collaterali.

*Associated Press: marzo 2003 – aprile 2009 110.600 morti

Iraq Body Count: marzo 2003 – marzo 2013: 112.017 – 122.438 morti

Documenti dell’Esercito Statunitense rilasciati da Wikileaks: gennaio 2004 – dicembre 2009: 109.032 morti

Single-payer, la battaglia di Bernie Sanders

Il Senatore del Vermont continua imperterrito la lotta per i diritti civili. Botta e risposta tra Sanders e Trump sui social

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

In Italia la legge sullo Ius Soli è diventata uno spauracchio politico, ma ancora di più è la dimostrazione della pavidità di un Governo incapace di far passare una norma di buon senso, che estenderebbe diritti senza toglierne, che amplierebbe il senso di cittadinanza tra coloro i quali italiani lo sono già de facto.

Negli Stati Uniti lo spauracchio è rappresentato dal diritto alla salute: quel complesso sistema che vede Big Pharma guadagnare miliardi di dollari sulla pelle dei cittadini a stelle e strisce, in una Nazione dove la disparità sociale è dilagante e i costi – per chi non se lo può permettere – per le cure sono esorbitanti.

Sono 28 milioni le persone senza copertura medica. E per capire la gravità della loro condizione è sufficiente leggere una storia qualunque, come quella pubblicata recentemente da The Nation, che racconta il dramma del padre di Doris Portillo, donna salvadoregna naturalizzata statunitense.

A sua difesa, e dei tanti altri cittadini sprovvisti ingiustamente del diritto alle cure, accorre Bernie Sanders. Con la proposta del “single-payer” il Senatore del Vermont ha proposto al Senato una legge che prevede un unico piano di assistenza sanitaria per tutti.

 

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In primo piano Bernie Sanders e, alla sua destra, la Senatrice Elisabeh Warren, co-sponsor del single-payer healthcare program

 

Il disegno di legge è appoggiato, per la prima volta, da numerosi senatori democratici, a partire da Elisabeth Warren, che con Sanders combatte numerose altre battaglie sociali. Su 48 senatori democratici, 11 co-sponsorizzano il piano Sanders, tra i quali probabili candidati alla corsa per la nomination a candidato del Partito Democratico nel 2020.

Questo è un dato politico importante perché va a plasmare il dibattito della prossima campagna elettorale, nella quale il diritto alla salute nei termini di un piano universale – così come esiste, ad esempio, in Italia – sarà al centro dell’attenzione. La piattaforma democratica si spingerà verso posizioni sempre più progressiste.

Non è un caso che il Presidente Donald J. Trump abbia pubblicamente, direttamente attaccato Sanders con un tweet:

Il diritto alla salute universale, negli States, è un campo tutto di sinistra. Non è tardata la risposta di Bernie Sanders:

Bernie Sanders è l’uomo politico più amato negli Stati Uniti. È lui uno degli ultimi eroi dei nostri tempi.

Paris Agreement, lo strappo di Trump

L’Unione Europea può approfittare delle nuove politiche statunitensi per mandare avanti ambiziosi obiettivi: i capiclasse, ora, siamo noi

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

“Il Trattato di Parigi non è un buon accordo per gli Stati Uniti”, ha affermato ieri il Presidente Donald J. Trump. Le sue parole hanno visto, poco dopo, la straordinaria presa di posizione di storici alleati di Washington.

In una dichiarazione congiunta, Italia, Germania e Francia si dicono “dispiaciuti della decisione degli Stati Uniti di abbandonare l’accordo universale sul cambiamento climatico” e che Roma, Berlino e Parigi sono convinte che “l’implemento del Trattato di Parigi offre sostanziali opportunità economiche per la prosperità e la crescita dei Paesi a livello globale”.

Uno strappo tra le cancellerie europee e gli USA che poche altre volte si è visto nel corso della storia recente. Sembra sempre più evidente che la frammentazione politica dell’occidente vedrà, da una parte, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna – se Theresa May la spunterà alle prossime elezioni politiche – mandare avanti la loro “Special Relationship” e, dall’altra, l’Unione Europea a due velocità seguire un cammino diverso su tanti fronti, dai flussi migratori al cambiamento climatico, passando per la gestione dell’economia.

 

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La vignetta del New Yorker sulla decisione del Presidente Donald Trump

 

Gli Stati Uniti non sono più il capoclasse della comunità internazionale, e l’Europa dovrà colmare un vuoto, si spera a livello collegiale, che cambierebbe le relazioni internazionali per gli anni a venire.

Ma finché la struttura degli organi decisionali – vedi il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite – non sarà riformata, l’impasse guiderà ancora per tanti anni i rapporti della comunità internazionale. L’adeguamento del Consiglio di Sicurezza alla realtà attuale – dove i cinque Paesi con diritto di veto possono bloccare unilateralmente ogni decisione ostile politicamente ad uno di questi Stati o ai propri alleati – è il primo passo per una maggiore democraticità del processo decisionale.

Altre realtà – come il G7, recentemente ospitato a Taormina, in Italia – non hanno senso d’esistere senza interlocutori adeguati: Cina, India, Russia li si trova nel G20, evento nettamente più rappresentativo per una discussione degli scenari planetari.

Come non mai, l’Europa ha l’occasione di affrancarsi dagli Stati Uniti e, personalmente, credo sia un bene viste le profonde evidenti differenze esistenti negli interessi delle singole realtà.

Stranger Things entra al Congresso degli Stati Uniti

La serie TV in onda su Netflix usata dal membro della Camera dei Rappresentanti David Cicilline per spiegare la situazione del Paese all’indomani dell’elezione di Donald Trump

di Matteo Meloni

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Succede anche questo negli Stati Uniti, che sembrano vivere un vero e proprio “sottosopra” dall’elezione di Donald J. Trump: il democratico Congressman David Cicilline, membro della House of Representatives, in un intervento al Congresso si presenta con un cartello che recita “Trump Things” riprendendo la trama del telefilm Stranger Things, in onda su Netflix.

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Il cartello usato da David Cicilline nel corso del suo intervento al Congresso degli Stati Uniti

Cicilline parla di un Paese Upside Down, dove “il giusto è sbagliato, ciò che sta su ora sta giù, ciò che è nero ora è bianco”. E attacca le politiche di Trump: “Si avvicina a Valdimir Putin e volta le spalle ai nostri alleati tradizionali. Firma un ordine esecutivo per la costruzione del muro col Messico ma i cittadini di Flint, nel Michigan, sono ancora senza acqua potabile”.

“No, stavolta Jim Hopper – il Capo della Polizia della serie Stranger Things – non verrà a salvarci. Questo non è uno show della TV. Questa è la vita reale. E come Mike, Lucas, Dustin e Eleven, dobbiamo vigilare affinché questa amministrazione possa gestire le proprie responsabilità, così da poter scappare dalla nostra versione di Upside Down”, conclude Cicilline.

Ieri notte ho pubblicato un tweet riguardo l’intervento di Cicilline al Congresso. Mi ha ringraziato. Un membro del Parlamento italiano non l’avrebbe mai fatto, ma uno degli Stati Uniti, sì.

Viviamo davvero in un mondo “sottosopra”.

Bowling Green, il massacro mai avvenuto

Come è facile manipolare l’opinione pubblica attraverso gli alternative facts

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Avete mai sentito parlare del Massacro di Bowling Green?

Probabilmente no, ma se siete avvezzi a credere alle bufale di siti internet quali sostenitori.info, gazzettanews24, Stop Euro (per una lista di fonti non attendibili vi rimando a www.bufale.net) non siete molto diversi dagli elettori statunitensi che hanno creduto ad una serie di “Alternative Facts” portata avanti da vari media – Breitbart in primis – e che hanno contribuito all’elezione di Donald J. Trump alla presidenza degli Stati Uniti.

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Kellyanne Conway, Consigliere di Donald Trump, inventore del Bowling Green Massacre

Secondo un sondaggio nazionale condotto dalla Public Policy Polling il 66% degli americani ritiene che gli Stati Uniti siano una Nazione sicura, contro il 23% che pensa l’esatto contrario.

Solo il 45% degli statunitensi pensa sia giusto il Muslim Ban e tra questi, il 51% crede che sia necessario a causa del Massacro di Bowling Green. Che non è mai avvenuto.

È un fatto inventato da Kellyanne Conway nel corso di alcune interviste. Consigliere di Trump, Conway ha utilizzato questa bufala per giustificare lo stop all’ingresso negli USA per i cittadini provenienti da alcuni Stati a maggioranza musulmana.

Qual è la morale di questa storia? Semplicemente, l’ignoranza è una brutta bestia, ma si può sempre migliorare.