Categoria: Arte e spettacolo

Lapo Elkann: informazione fecale

Quanto incidono sulla nostra vita le vicende di Lapo Elkann? Un bel niente. Viviamo in un mondo di coprofagi dell’informazione

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Qualche tempo fa l’esperto giornalista Mediaset Toni Capuozzo mi disse che aveva l’impressione che io volessi mandare avanti un giornalismo “educativo”. Più passa il tempo e più mi rendo conto della verità della sua affermazione. Mi riferisco, ovviamente, alla notizia del momento e al discusso personaggio che risponde al nome di Lapo Elkann. Sapete meglio di me di chi e cosa parliamo, quindi non entro nel merito dell’argomento ma sì, critico la gestione da parte della stampa italiana della notizia.

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Lapo Elkann.

Prima che da giornalista, me lo chiedo da cittadino: cosa è notiziabile e cosa non lo è? Nel corso della mattinata del 29 novembre i principali organi d’informazione gettavano la notizia come primissima in tutte le home page dei rispettivi siti web: lì dove fino a qualche ora prima si parlava della morte di Fidel Castro; lì dove generalmente lo spazio è occupato da qualche massacro compiuto dall’Isis; lì dove potrebbe starci la notizia della morte di un’intera squadra di calcio brasiliana in seguito allo schianto dell’aereo che la trasportava.

Che ognuno faccia ciò che vuole, ma sia chiaro: la qualità dell’informazione la potete scegliere voi

Lapo Elkann, improvvisamente, rappresentava il principale interesse del giornalismo italiano, e di tutti quei lettori desiderosi di trovare un personaggio che, forse, in qualche modo, compiesse degli atti peggiori, moralmente discutibili, semplicemente non accettati dalla vita che i singoli cittadini mandano avanti giorno dopo giorno.

Io non ho letto un solo articolo sui fatti newyorkesi di Elkann. Perché? Non mi interessa. Non mi cambia la vita. Non la ritengo una notizia. Un personaggio sì pubblico, ma che non impatta di una virgola sulla nostra società, diversamente dall’eventuale atto portato avanti, ad esempio, da un uomo politico o delle istituzioni.

Che ognuno faccia ciò che vuole, ma sia chiaro: la qualità dell’informazione la potete scegliere voi. Così come quando andate al supermarket e comprate un prodotto della filiera corta piuttosto che quello arrivato da un Paese lontano. O quando acquistate un abito da H&M anziché quello sartoriale cucito su misura.

Ho la netta sensazione che viviamo in un mondo di coprofagi dell’informazione.

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Marjorie Elliot’s Parlor Jazz

Marjorie Elliot suona il piano nel suo appartamento di Harlem, New York

di Matteo Meloni

Twitter: @melonimatteo

Il suo nome è Marjorie Elliot, e da più di dieci anni apre a tutti le porte della sua casa di Harlem al terzo piano di 555 Edgecombe Avenue/160th Street. Lei suona il piano, insieme alle jazz band che ruotano a seconda del periodo. Ormai Marjorie è un’istituzione nel quartiere newyorkese, attirando ogni domenica, dalle 16 alle 18, decine di visitatori da tutto il mondo. Per poter entrare nel suo ‘parlor’ ed assistere allo spettacolo bisogna presentarsi con largo anticipo all’ingresso del palazzo.

“Quando iniziammo eravamo pochissimi – racconta la signora Elliot -, non più di sette o otto persone venivano ad ascoltare la nostra musica. Ma noi non abbiamo mai pensato che quello fosse importante, Piuttosto, il nostro obiettivo era trasmettere l’amore per il jazz e per tutte le culture attraverso l’apertura delle porte di casa. Qui tutti sono i benvenuti”.

Durante le due ore di esibizione, vengono offerti bibite e biscotti, con una generosità inaspettata e coinvolgente, che porta lo spettatore ad interagire con la band: si battono le mani, si canta, ci si scambia sorrisi affettuosi.

“Ricordo ancora il giorno in cui morì Martin Luther King – dice Marjorie, poco prima della conclusione del concerto -. Quel giorno ha cambiato tutti noi, spingendo la comunità nera ad essere sempre più unita. Il fatto che casa mia sia aperta a tutti, cristiani, ebrei, musulmani, bianchi e neri è il proseguimento del messaggio di King. Ciascuno di noi – continua la padrona di casa – appartiene all’altro. Amiamoci: io vi amo, e tornate a trovarmi quando volete”.

Video di Rafael Longo

Arte, ricchezza che l’Italia non porta a reddito. Eppure primeggiamo nei siti firmati Unesco

Simona Campus, con il pittore Antonio Atza scomparso a Bosa nel 2009, in una immagine che rappresenta per lei un carissimo ricordo. Sul fondo un'opera del maestro, massimo protagonista del surrealismo in Sardegna. Foto Giuseppe Ungari

Simona Campus, con il pittore Antonio Atza scomparso a Bosa nel 2009. Sul fondo un’opera del maestro, massimo protagonista del surrealismo in Sardegna.
Foto Giuseppe Ungari

La parola a Simona Campus, curatrice museale e di opere d’arte contemporanea

di Matteo Meloni, da Sardi News di Luglio 2014

Twitter: @melonimatteo

Sono rimaste impresse nella memoria degli italiani le parole dell’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti quando, varando la finanziaria del 2010, disse che “di cultura non si mangia”. Eppure, proprio in quell’anno, lo studio denominato Florens 2010 elaborato dalla The European House-Ambrosetti sanciva scientificamente l’esatto contrario rispetto alle parole dell’inventore della finanza creativa. Secondo il documento Florens, infatti, 100 euro di incremento di Pil nel settore culturale generano un aumento di 249 euro di Pil nel sistema economico, di cui 62 euro nella sola industria manifatturiera. E ancora: recentemente l’Ufficio Studi della Camera di Commercio Monza-Brianza, cercando un valore per i beni culturali del Belpaese, ha dichiarato che il Colosseo vale 91 miliardi, i Musei Vaticani 90, il Duomo di Milano 82, la Fontana di Trevi 78, Pompei 20, gli Uffizi “solo” 12 miliardi. In questo quadro, l’Italia, primo Paese al mondo nella classifica, ha 49 siti inseriti nella World Heritage List dell’Unesco, di cui uno in Sardegna, il complesso “Su Nuraxi” di Barumini. Seguono la Cina con 45 siti, la Spagna con 44, e la Francia con 38. Continua a leggere

“Incontri d’AFFRICA”: diario di bordo della seconda edizione dell’iniziativa

Incontri d'AFFRICA: un momento della rassegna.

Incontri d’AFFRICA: un momento della rassegna.

Un lungo abbraccio di culture e sensibilità

di Matteo Meloni, da Il Portico del 3 novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Per il secondo anno consecutivo si è svolta a Cagliari la manifestazione denominata “Incontri d’AFFRICA”, evento organizzato dai fondatori del sito internet affrica.org che ha come obiettivo principale quello di raccontare il continente africano senza filtri né censure. È stato l’Hostel Marina, nelle scalette di San Sepolcro, lo scenario della due giorni di incontri e dibattiti, che ha visto la numerosa partecipazione della cittadinanza, interessata ed appassionata alle tematiche in discussione al ciclo di conferenze, svoltosi nelle giornate del 18 e 19 ottobre scorsi. Continua a leggere

L’intervista a Marisa Fois, tra gli organizzatori di Incontri d’AFFRICA: “Immagini, suoni e parole per parlare d’Africa: c’è tanto interesse per ascoltare i protagonisti”

Incontri d'AFFRICA: l'Hostel Marina di Cagliari ha ospitato la manifestazione.

Incontri d’AFFRICA: l’Hostel Marina di Cagliari ha ospitato la manifestazione.

Antropologi e missionari hanno intessuto una trama di incontri e visioni sul tema per rispondere al grande desiderio di conoscere meglio e più da vicino un popolo e la sua cultura

di Matteo Meloni, da Il Portico del 3 novembre 2013

Twitter: @melonimatteo

Serve dare visibilità all’Africa: in tanti hanno voglia di sapere, c’è molta curiosità e interesse verso il continente”. Esordisce così Marisa Fois, tra i fondatori del sito affrica.org, nel raccontare a Il Portico l’esito di “Incontri d’AFFRICA”, manifestazione giunta alla seconda edizione, e che ha come obiettivo quello di sensibilizzare il grande pubblico verso le tematiche legate all’Africa.

Come ha risposto la cittadinanza all’evento?

Siamo molto soddisfatti della partecipazione del pubblico. Come l’anno scorso, abbiamo avuto una presenza trasversale e variegata: hanno assistito agli eventi persone di ogni genere ed età, e non inserite nel solo circuito accademico. Questo significa che c’è un interesse per il continente africano, che la gente ha bisogno e voglia di sentire parlare dell’Africa, di ascoltare i suoi protagonisti parlare e raccontarla. I temi affrontati quest’anno sono stati vari. Siamo partiti dalla Somalia, lacerata dalla guerra: questo ha permesso di parlare anche dell’Italia, del suo ruolo nella colonizzazione, dell’eredità coloniale e delle responsabilità del nostro Paese. Si è poi parlato di contaminazione di culture e delle varie identità come gli italo- somali dei Kaha e degli Antar.

A suo avviso quale è stato il momento più interessante della manifestazione?

 Sono stati molteplici i momenti che hanno attratto, quasi incantato, la platea di “Incontri d’AFFRICA”. Il reading di Timira in particolare è stato veramente emozionante, denso di significato. Per due ore le persone sono state letteralmente affascinate, si sentiva in sala molta partecipazione. Il secondo giorno si è parlato di Camerun, di lingua e dell’importanza delle parole, del loro uso e di come la conoscenza sia strettamente legata alla lingua. Il film dell’antropologo Tonino Melis ha ugualmente interessato il pubblico, con tantissime domande in sala, che dimostra la volontà d’interazione del pubblico con le tematiche della manifestazione. Così è stato anche per il corto che ha per protagonisti i bambini di Sedilo, coinvolti nel raccontare attraverso la lingua sarda l’importanza di un bene comune come l’acqua.

È questa la formula giusta per raccontare l’Africa? 

Ci piacerebbe continuare le nostre iniziative sempre con questa formula. Associando documentari, libri e dibattiti e usando anche altri mezzi che raccontino l’Africa contemporanea: l’anno scorso c’è stata una mostra fotografica di immagini scattate tramite l’iPhone, quest’anno una sfilata di moda con una linea di abiti senegalesi nata all’interno di una sartoria. Questo per dimostrare che è un continente variegato e vivo, energico.

Cosa è emerso dalla due giorni di “Incontri d’AFFRICA”?

Il sottotitolo degli incontri – immagini, parole, musica – sintetizza proprio lo spirito alla base degli incontri stessi: vogliamo che siano le immagini, le foto, i documentari, insieme alle parole dei protagonisti e dei libri, e la musica a parlare dell’Africa e a raccontarla, senza filtri, in modo che ognuno possa poi recepire e interpretare il messaggio.